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Intervista a Vittorio Zucconi tutte le interviste
Vittorio ZucconiTelegiornaliste anno IV N. 42 (167) del 24 novembre 2008

Vittorio Zucconi, con gli occhi dell'America
di Giuseppe Bosso

Nato a Milano*, Vittorio Zucconi è direttore del quotidiano online La Repubblica.it e di Radio Capital. Laureato in lettere e filosofia all’Università degli Studi di Milano, ha la doppia cittadinanza italiana e americana. Oggi vive a Washington dove è corrispondente per La Repubblica. Ha pubblicato diversi saggi. Il suo ultimo lavoro è L’Aquila e il pollo fritto. Perché odiamo e amiamo l’America, Mondadori Editore.

Si aspettava una vittoria di Obama?
«Certamente no. Quando Obama comparve sulla scena candidandosi alla "nomination" del partito, oltre un anno fa, tutti noi esperti vedemmo in lui una creatura dei media, uno con il quale avremmo giocato per un po', prima di stancarci e buttarlo via. In un sondaggio fatto sull'ipotesi Obama contro Mc Cain, il senatore dell'Illinois risultò vincitore soltanto a Washington città, il Distretto di Columbia, che non è neppure uno Stato, e alle Hawaii, la sua terra natale, risultando perdente in tutti gli altri 49 stati. Hillary Clinton sembrava talmente certa da essere rimasta lei per prima intrappolata nella propria superbia, accorgendosi della minaccia quando era troppo tardi. La vittoria di Obama mi è apparsa più credibile quando i repubblicani hanno fatto la follia di scegliere Sarah Palin come candidata alla vice presidenza, una scelta che ha offeso quell'elettorato femminile che credevano invece di attirare, pensando che le donne avrebbero votato in funzione della solidarietà di genere e non della qualità dei candidato. Soltanto quando ho visto l'Ohio - lo Stato che un candidato repubblicano deve assolutamente vincere per arrivare alla Casa Bianca - andare a Obama, mi sono sentito sicuro che l'impossibile fosse accaduto».

Con questa elezione, si è tornati a parlare di sogno americano. Secondo lei, la vera conquista non sarebbe quella di non generare tanto scalpore nei confronti di una persona di colore?
«Certamente, ma prima si doveva passare per questo evento. Il prossimo afro-americano non farà altrettanto clamore, mentre lo farà la prima donna presidente, in un futuro non più lontano. Il segnale che la differenza di origine, di etnia, di genere, sarà stata davvero superata, e le persone saranno giudicate in base alle loro qualità come appunto sognava King, arriverà quando un candidato di sangue misto, o una candidata, saranno sconfitti senza che subito qualcuno gridi alla discriminazione razziale o al sessismo. L'importante è che l'America abbia un buon Presidente prima ancora che un presidente di colore o bianco».

In ogni caso, il nuovo inquilino della Casa Bianca si trova a dover fronteggiare quella che è probabilmente la più grande crisi economica della storia. Come crede che si porrà in questo senso?
«Riequilibrando una nave che aveva troppo sbandato sul bordo degli "have", di quelli che hanno, e dimenticato gli "have not", quelli che non hanno. La funzione di un governo è quella di essere la lobby di chi non ha lobbies, la voce di chi non ha voce, e di riportare in equilibrio quella classe media che ha pagato il conto dei miti cari alla Destra, la ricchezza che avrebbe dovuto ripiovere su di essa e invece è rimasta impigliata nelle nuvole. La forza storica di quello che viene chiamato "l'esperimento americano" non è nel suo essere immune da crisi, al contrario. Crack e uragani economico finanziari, essendo facce della stessa realtà e non artificiosamente distinti fra "virtuale" e "reale" come ora ci viene detto, sono eventi periodici e inevitabili. La forza dell'America è nel reagire e uscire da queste bufere, magari come diceva Churchill in una famosa frase che cito nel mio libro L'Aquila e il Pollo Fritto, facendo tutte le scelte sbagliate prima di fare quella giusta. Gli uragani servono alla funzione che proprio gli uragani, o gli incendi spontanei nelle foreste, esercitano in natura: sono violente operazioni di pulizia e di rinnovamento. Noi vediamo i danni, ma tendiamo a non vedere gli effetti a lungo termine. Pochi avrebbero scommesso sul fatto che, a pochi mesi dall'11 settembre, il mercato immobiliare di Manhattan sarebbe andato alle stelle come è poi avvenuto. L'incendio, in quel caso reale e metaforico, fece il suo dovere, rigenerando la foresta e creando le condizioni per un nuovo disastro sette anni dopo, perché questo è il metabolismo di un organismo ancora giovane e vitale, non ancora sclerotico come quello italiano».

Vivendo in America quali differenze ha riscontrato tra il nostro mondo dell'informazione e quello statunitense?
«Uno semplicissimo: nessun partito politico, e dunque nessun governo, controlla la macchina principale del consenso che è oggi quella televisiva. I giornalisti americani non nascono migliori di noi italiani, e commettono errori colossali, come dimostrò il New York Times bevendosi tutta la caraffa delle panzane diffuse dalla Casa Bianca sugli arsenali di Saddam Hussein o sulla sua inesistente complicità con Bin Laden. Ma crescono sapendo che il direttore dei tg non sarà nominato dal governo o dal capo di un partito che possiede la rete che controlla quei tg».

Direttore di La Repubblica.it e della testata giornalistica di Radio Capital: quali le maggiori soddisfazioni?
«Quella di incontrare ogni tanto una signora che mi ferma e dice: "Mia figlia ha cominciato a innamorarsi della lettura quando alle medie ha letto qualcosa di suo". Avere salvato anche una sola ragazza, o un solo ragazzo, dai videogiochi o dal rincretinimento dei varietà televisivi, mi fa sperare di non avere buttato via le fantastiche occasioni che la fortuna mi ha dato».

Alla luce della sua lunga esperienza come corrispondente dall'estero, cosa consiglierebbe ad un giornalista che volesse intraprendere questa strada?
«Di farsi monaco o suora, se vuole avere un avvenire. Quelli come me sono dinosauri che appartengono a un'era arrivata alla fine. Satelliti e Internet hanno reso apparentemente superflua la figura del corrispondente stanziale, quello che un tempo leggeva giornali locali e andava a conferenze stampa chiuse. Resteranno vivi i pochissimi che sapranno trasmettere non la rimasticatura di cose scritte e viste da altri, ma quelli che, nella propria esperienza quotidiana dentro il Paese dove vivono, sapranno scoprire il particolare che racconta l'universale. Se ancora qualcuno sopravvive, è soltanto perché nessun satellite o nessun blog, sito o link può darti certe conoscenze, come avere un bambino di due mesi che si sveglia alle tre del mattino urlando e doverlo portare d'urgenza in un ospedale pediatrico. Esperienza che ho fatto direttamente con figli e nipoti in Urss, Giappone, Francia, Usa. Un pronto soccorso alle tre del mattino è come una soubrette vista nel cuore della notte lontana dai riflettori, senza lustrini e senza trucco: in quel momento si vede se è davvero bellissima come sembrava sul palcoscenico».

Chiudiamo con una piccola nota calcistica. Non tutti sanno che lei è stato il primo allenatore ad avere avuto come presidente Silvio Berlusconi. C'è qualche aneddoto che vuole raccontarci?
«Ricordo l'arrivo del pullman del Milan con i ragazzini rossoneri tutti in uniforme che avrebbero giocato contro la nostra squadra, la Edilnord, che si recava in tram o in bicicletta al campo Kennedy di Milano, per il campionato allievi. "Un giorno quella squadra sarà mia", disse Berlusconi. Oppure quando andai a intervistarlo ad Arcore per La Stampa, dopo la sua vittoria elettorale shock del 1994. Gli rimproverai il fatto che il Milan d'allora era scarso in difesa. "Lo so, lei è sempre stato un difensivista" mi ricordò. Gli risposi: "E' vero, avevo una squadra di pippe, un portiere scolapasta. Dovevo fare le barricate e li mettevo tutti dietro con l'unico bravo davanti, a fare l'1-9-1". "Mi ricordo anche come si chiamava", mi rispose lui, e lo ricordava davvero. Vent'anni dopo, e ormai proprietario del Milan, si ricordava il nome di un ragazzino che non era poi andato in nessun'altra squadra. Ma lui non ha la passione per il calcio, ha un'ossessione».

* [N. di R.: Vittorio Zucconi è nato a Bastiglia (Modena), ci scusiamo con i lettori per l'errore]

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