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Intervista a Diana Lama   Tutte le interviste tutte le interviste
Diana LamaTelegiornaliste anno IX N. 28 (372) del 15 luglio 2013

Diana Lama, la signora del giallo all’ombra del Vesuvio
di Giuseppe Bosso

Ricercatore ed ecocardiografista al Policlinico di Napoli, a metà degli anni ’90 inizia a conciliare a questa già intensa vita professionale – e familiare – l’attività di scrittrice, che le ha regalato non poche soddisfazioni. Attualmente in libreria con L’anatomista, edito da Newton Compton, incontriamo Diana Lama.

Da cos’hai tratto l’ispirazione per L’anatomista?
«Dall’idea di scrivere di un’ossessione per il corpo umano e dei segreti che possono nascondere i significati reconditi degli organi dell’apparato maschile e femminile. Ho sempre avuto questa passione prima ancora di diventare medico e ho cercato di trasmetterla in questo libro».

Come coesistono la Diana scrittrice e la Diana medico?
«Non sono più cardiochirurgo da anni, insegno ancora. Per rispondere alla tua domanda, con fatica e con organizzazione che porto avanti da quasi vent’anni. Le mani nel sangue, diciamo, le metto nei libri. Scrivo di notte, visto che ho anche una famiglia con tre figlie e un marito da portare avanti, che per fortuna mi capiscono e mi sostengono».

Sei definita ‘la signora del giallo napoletano’. In cosa cerchi di diversificare le tue storie dai classici del genere, di matrice anglosassone?
«L’anatomista, come potrete leggere, è il primo mio libro ambientato nella mia città, sebbene non venga esplicitamente nominata. Alterno vari generi, quelli precedenti erano ambientati in Toscana – Solo tra ragazze – e in Cilento – La sirena sotto le alghe – terra che conosco molto bene perché mio marito è originario di lì; l’ambientazione in luoghi che conosco bene è una caratteristica dei miei libri, e cerco soprattutto di evidenziare quegli aspetti lontani dallo stereotipo che si tende a concepire di quei luoghi. Napoli è comunque presente in molti dei miei racconti pubblicati in varie antologie, cerco di esemplificarla lontana da quell’immagine negativa ma di mostrarla secondo punti di vista inusuali, avvicinandola con cautela».

Il giallo è innegabilmente il genere più diffuso, anche in ambito tv e cinema; ma una eccessiva produzione come quella che abbiamo vissuto negli ultimi anni non rischia di inflazionare il genere?
«Sì. Anche di imbastardirlo, come vedo negli ultimi tempi. Una volta era un genere riservato a pochi intimi, per così definire i cosiddetti ‘duri e puri’; ricordo i tempi dei classici del giallo Mondadori, in cui io come altri appassionati aspettavamo mesi per trovare in libreria l’ultimo romanzo di scrittori specializzati che però sapevano soddisfare l’aspettativa. Oggi invece non sempre la vastità dell'offerta corrisponde a un alto livello di qualità. Da qualche anno, per esempio, pare essere esplosa la diffusione del ‘giallo archeologico’, che ha portato anche gli operatori di questo settore a improvvisarsi scrittori, senza che però, pur competenti nella loro materia, avessero conoscenza di quelle regole basilari che riescono a tenere il lettore con il fiato sospeso».

Il delitto è donna si dice: è così secondo te?
«Da un certo punto di vista potrei essere d’accordo; innegabilmente il delitto nella sua macchinazione richiede caratteristiche che potrebbero essere soprattutto di appannaggio femminile, mentre il delitto d'impeto è principalmente di appannaggio maschile; caso a parte i serial killer, delitti molto costruiti e in genere commessi da uomini. Ma credo che tanto negli uomini quanto nelle donne queste caratteristiche possano insorgere. Se intendi invece dal punto di vista letterario innegabilmente le maestre del genere sono soprattutto donne, è un campo dove si sono sempre fatte valere, contrariamente a quanto è capitato in altri settori; per esempio come chef o come pittrici non vedo molte figure femminili di primo piano».

Tra le giornaliste, che magari hai avuto modo di conoscere, ce n’è qualcuna che potrebbe ispirare una tua storia o su cui potresti modellare un personaggio di un tuo prossimo libro?
«Oriana Fallaci sarebbe un meraviglioso personaggio per la sua statura. Tra le mie conoscenze Santa Di Salvo – giornalista de Il Mattino, ndr – e Anna Paola Merone – firma de Il Corriere del Mezzogiorno – per la loro eleganza e il loro acume sarebbero personaggi molto stuzzicanti su cui lavorare. Soprattutto per i contrasti, aspetto a cui tengo molto».

Premesso che ogni libro è una storia a sé, quali sono le regole basi che cerchi di seguire per sviluppare un libro che catturi l’attenzione del lettore?
«Non regole base, mi ritengo piuttosto istintiva da questo punto di vista anche se il libro appare costruito. Ho sempre un’idea iniziale sul delitto e sul profilo dell’assassino sviluppando il finale a man mano; non necessariamente questo percorso si sviluppa come avevo inizialmente in mente. Mi ritengo abbastanza organizzata, nel senso che cerco di scandire i tempi e interrompere i capitoli in modo da tenere il lettore con il fiato sospeso e stimolando la voglia di andare a vanti. Soprattutto cerco di evitare di tenere alta la tensione troppo a lungo, perché questo inevitabilmente a un certo punto finisce per cadere. Lo chiamo ritmo interno».

L’apprezzamento più bello che hai ricevuto e la critica che ti ha fatto riflettere?
«La cosa più emozionante è stata la vittoria al premio Alberto Tedeschi del giallo Mondadori per il primo libro che scrissi, nel 1995, con Vincenzo De Falco, Rossi come te; capii che poteva essere un percorso che poteva darmi tante soddisfazioni. Critiche ne ho ricevute ma se devo dirtene una particolare non saprei; tendenzialmente credo che comunque è giusto che ci siano e sono anzi importanti perché ti danno modo di riflettere e di cogliere magari qualche spunto che mi era sfuggito mentre scrivevo. Scriviamo non per noi stessi ma per i lettori, i critici più importanti e fondamentali che possiamo avere».

I tuoi familiari e i tuoi studenti come vivono il tuo successo?
«Mio marito è anche lui un lettore per cui capisce e supporta questa mia attività; le mie figlie ci sono nate e cresciute per cui è una parte della loro vita; gli specializzandi, che cambiano ogni cinque anni, gli specializzandi vivono con interesse e curiosità e sono venuti a qualche presentazione. Per loro porto in università un cuore di maiale per sezionarlo e fargli vedere esempi pratici in diretta, cosa che in un corso di medicina non capita molto spesso».

Hai mai pensato di sviluppare una storia con te protagonista o con un personaggio modellato sulla tua figura?
«No. A tempo perso ho scritto una storia divertente alla Bridget Jones – ride, ndr – ma non credo di darla alle stampe… nei personaggi che ho sviluppato magari c’era qualcosa di me nascosto, ma molto celato».

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