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Intervista a Simonetta Santamaria   Tutte le interviste tutte le interviste
Simonetta SantamariaTelegiornaliste anno IX N. 29 (373) del 9 settembre 2013

Simonetta Santamaria, fantasy made in Naples
di Giuseppe Bosso

Vincitrice del Premio Lovecraft nel 2005 e del Fantastique nell’ambito del Fantasy Horror Award nel 2010, la napoletana Simonetta Santamaria è attualmente nelle librerie con il suo secondo romanzo, Io vi vedo, edito da Tre60, il nuovo marchio GeMs.

Di cosa parla il tuo libro?
«È la storia di Maurizio Campobasso, poliziotto integerrimo a capo di una squadra specializzata che, a causa di una serie di eventi devastanti, dalla morte di una figlia a un’imboscata in cui perde alcuni uomini e lui stesso ne esce menomato, si trasforma in uno spietato assassino pur riconoscendogli una profonda umanità. È una sorta di Jekyll e Hyde tutt’altro che insolito nella realtà: basta guardare un telegiornale».

Ti hanno anche paragonata a Stephen King, definendoti una delle signore della suspense napoletana: cosa ti ha portato a intraprendere questo percorso letterario?
«Sono sempre stata una divoratrice di libri; fin da piccola amavo le storie di avventura, i classici di Salgari, Verne, London e i racconti di Poe, e non ho avuto dubbi nel capire quello che le mie corde avrebbero suonato meglio. Le mie sono soprattutto storie di suspense, di tensione; il paragone con King lo ha fatto – bontà sua – il Corriere del Mezzogiorno: da prendere con le pinze, ovviamente».

C’è anche l’horror nella tua pubblicistica, un percorso che hai cavalcato in tempi non sospetti, ben prima del boom di Twilight.
«Assolutamente. E mi sono dovuta misurare da subito con un ambiente “di proprietà” maschile, ma faceva parte del gioco e io lo sapevo bene. E comunque è bene distinguere l’horror, la letteratura fantastica cui era dedicato il Premio Lovecraft, dallo splatter di cui è espressione quel filone cinematografico che ha per certi versi mistificato il genere. Ho scritto due saggi in materia, uno sui licantropi e l’altro sui vampiri, entrambi editi da Gremese, proprio perché la letteratura mainstream e il cinema hanno creato una gran confusione, specie nei ragazzi che ne ignorano il mito, le vere radici».

Al di là di questo, i vampiri possono essere una metafora che rappresenta l’emarginazione, il doversi nascondere?
«Senza dubbio. Ma più dei vampiri, secondo me sono i licantropi ad incarnare meglio il mito del “diverso” nel senso drammatico del termine. Il vampiro, il Dracula, lo immaginiamo sempre in abiti nobiliari, ben vestito, circondato da ricchezza e belle donne. Cosa ben diversa dal licantropo, il selvaggio che vive nella natura ai margini del cosiddetto mondo civilizzato».

Il delitto e il mistero sono più donna o uomo?
«Non credo sia una questione di sesso; dipende soprattutto dall’abilità di riuscire a trasmettere su carta le proprie emozioni in maniera coinvolgente per chi legge. Anche se, a farmici pesare, forse il mistero è un po’ più donna…»

Con un altro noto scrittore napoletano, Maurizio Ponticello, sei la conduttrice di un evento culturale, INpastallautore: di cosa si tratta?
«Si tratta dell’unica rassegna letteraria napoletana con un cartellone che va da ottobre a giugno: con Maurizio ne abbiamo curato ben tre edizioni. La formula è più da talk show perché si risolve in un vero e proprio filo diretto tra i lettori e lo scrittore che poi resta a cena con loro: In Pasto e In Pasta».

Occasioni utili per riavvicinare le persone alla lettura?
«Certo, anche perché, non abbiamo coinvolto solo nomi di grido ma dato spazio soprattutto alla buona lettura».

Come vivono i tuoi familiari la tua attività letteraria?
«Con sostegno e collaborazione. Mi seguono e mi aiutano, a cominciare da mio marito chirurgo che è il mio ‘consulente tecnico’; è importante fare attenzione a questo aspetto, il lettore di thriller è attento e molto esigente e non perdona svarioni, neppure anatomici. Lo stesso vale per i miei due figli che sono abituati a una mamma che, se presa dal fuoco sacro, si dimentica di preparare la cena, di mangiare, del tempo che scorre: siamo un team perfetto».

Sei riuscita a dare un profilo medio del tuo lettore?
«No, indistintamente posso dire di aver trovato lettori e lettrici di ogni età; non c’è un lettore medio, ma un lettore curioso che si interessa e ha voglia di andare alla scoperta di nuove storie e nuovi autori di casa nostra».

Quale sarà il tuo prossimo passo?
«La pubblicazione di un altro romanzo, ma il quando spetta all’editore».

Hai mai pensato di scrivere una storia su di te?
«Mai, ma sarebbe una storia nera. Dico sempre che non mi prendo troppo sul serio o sarei una serial killer – ride, ndr – perché è così che va gestito questo mestiere; sdrammatizzare aiuta ad affrontare la difficile quotidianità di un lavoro in cui è una grande conquista riuscire a ottenere una fetta di lettori, a maggior ragione per una donna in un genere che non è storicamente suo».

Come donna e come scrittrice sei…
«Tenace. E testarda. Dura come la roccia».

L’apprezzamento e la critica che ti hanno colpito.
«Fin dalle prime pagine, un calcio nelle palle fa meno male. Fantastico: uno dei migliori apprezzamenti ricevuti soprattutto perché a me piace scrivere duro e diretto, e il fatto che si senta mi rende felice. Le critiche… finora uno solo ha espresso perplessità sull’originalità della trama che trapela dalla IV di copertina, ma siccome non s’è neppure letto il romanzo, la sua critica resta inutile e rancida come aria fritta. I presunti “scrittori” che si atteggiano a critici letterari sono i detrattori peggiori, ve lo garantisco: quello che per me conta è il parere dei lettori».

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