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Intervista a Ennio Remondino (3)   Tutte le interviste tutte le interviste
Ennio RemondinoTelegiornaliste anno VI N. 35 (252) del 25 ottobre 2010

Remondino va in pensione di Anna Rossini

Anche i giornalisti vanno in pensione. Li vedi lì, sullo schermo, ogni giorno, per anni. Diventano persone di famiglia. Un giorno, però, qualcosa cambia. Per gli spettatori, ma anche per i telegiornalisti. Anche per Ennio Remondino.

Dopo 40 anni di lavoro - correggimi se sbaglio - un cambio radicale. Dubbi, perplessità?
«Lasciami l’illusione che l’anagrafe sia l’ultima certezza democratica rimasta. Anche se mi dicono di importati eccezioni. A che età vanno in pensione i politici, o i consiglieri di amministrazione, o direttori generali di aziende pubbliche o semipubbliche? Dubbi pochi, perplessità molte. Mi manca la percezione di essere pressato da una folla di bravissimi che chiedono strada. Ma la modestia non è più una virtù».

Felice di lasciare il giornalismo in un momento così difficile, fra dossier, perquisizioni, leggi molto criticabili, critiche del Premier...
«Uno lascia un giornale, mai il giornalismo. Che questo sia un momento molto difficile per il nostro mestiere è certo. Ma è anche giornalismo triste. I dossier su cui ho lavorato riguardavano terrorismo, trame e attentati allo Stato. Ho subito perquisizioni e processi che non riguardavano vicende immobiliari. Sono stato anche attaccato da un Premier, ma si chiamava Andreotti e si litigava attorno a Cia e P2. Allora».

Cosa ti mancherà? E di cosa sarai felice di liberarti?
«Banalmente, la giovinezza, l’ambizione, la voglia di fare, l’illusione di un giornalismo nobile e raddrizza torti. Mi credevo Tex Willer e mi scopro quel brontolone di Kit Carson. Nel frattempo sono scomparsi sia il West sia gli amati Pellerossa. Genocidio del giornalismo senza frontiere e padroni. Salvo nobili e resistenti eccezioni. Il dramma è quello di essere troppo vecchio per armarmi e salire in montagna».

Progetti. Hai altri libri nel cassetto? Oppure nuove collaborazioni giornalistiche?
«Tanto per precisare, io esco il primo novembre: non a caso il giorno di tutti i Santi. Tracce di libri tante, editori interessati a pubblicarli molti meno. Uno cui tengo molto avrà un titolo chiaro e innocente. C’era una volta il Tg numero Uno. E voi non malignate subito su presunti sottintesi. Sulle collaborazioni giornalistiche potreste aiutarmi pubblicando una sorta di annuncio economico. Eccolo qui.

A.A.A. Giornalista collaudato offresi, quasi come nuovo. Usato sicuro per ruoli di supporto a giovani colleghi. Non saranno prese in considerazione sostituzioni di giovani in fase di rodaggio. Consumi ridotti, motore opportunamente revisionato, velocità diesel con spunti interessanti all’occorrenza. Carrozzeria decente con qualche spelacchiatura sul tetto. Colore originale anche se sbiadito. Libretto di circolazione e revisioni successive garantiscono aspro collaudo sia sul fronte della carta stampata sia su quello radiotelevisivo, percorsi sul terreno della cronaca investigativa e d’assalto e su quello estero delle guerre. Molti i chilometri lungo le dissestate strade dei Balcani, da Vukovar al Kosovo passando per Sarajevo, del Medio Oriente e dell’Iraq, sino alle impercorribili piste afgane e alle travagliate colline libanesi dell’altro ieri. Per la migliore fruizione dell’Usato Garantito è consigliato oggi un uso più stanziale ad evitare rotture con conseguente difficile reperimento dei pezzi di ricambio».

Torni in Italia o resti all'estero?
«Data la mia naturale predisposizione alle lingue, sogno di andare al mercato e di poter chiedere ciò che desidero senza indicare col dito. A Istanbul mi sono ridotto a mangiare solo Levrek, che è il branzino, le Hamsi, che sono le acciughe e i facili Kalamar. Con lo slavo possedevo un menù un po’ più vasto ma oggi sento il bisogno di qualche golosità in più. Che sia giunta l’età dei brodini?».

Un bilancio della tua carriera.
«Ciò che c’era da fare per strada l’ho fatto tutto. Le cose più pazze e pericolose. Nel giornalismo di carriera sono stato una frana. Capo redattore di me stesso o di pochi altri in quattro diversi uffici esteri di corrispondenza e “quasi direttore” sulle pagine dei giornali a ogni vigilia di nomine degli ultimi 15 anni. Sulla base del principio di Peter, ho evitato di raggiungere il mio livello di incompetenza. Troppi altri no».

Una riflessione sul giornalismo.
«Un mestiere meraviglioso, se te lo lasciano fare. Nel frattempo sono cambiate molte condizioni di base. Meno editori e meno occasioni, meno notizie e più chiacchiere, meno mondo e overdose di politica interna. Provincialismo, servilismo, superficialità. Il mestiere dell’Inviato nel frattempo è morto senza una lacrima di cordoglio. Infine direttori che scambiano l’autorevolezza con l’autoritarismo. Imbecilli».

Un saluto ai telespettatori.
«Cari amici da casa. In tempi d’oro v’ho rotto le scatole a tutte le ore. Dal Tg1 quando ci frequentavamo (io e il Tg1), da tutte le testate e reti Rai quando la Nato ha giocato alla guerra umanitaria sulla ex Jugoslavia. Sicuramente vi avrò raccontato cose inesatte. Se è accaduto, il primo ad essere stato ingannato ero io. Di personale ho soltanto aggiunto ingenuità, stanchezza, ma sempre buona fede. Scusatemi».

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