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Luca ColantoniTelegiornaliste anno VII N. 9 (269) del 7 marzo 2011

Luca Colantoni, caporedattore orgoglioso di Giuseppe Bosso

Incontriamo nuovamente Luca Colantoni, attualmente caporedattore dei due periodici di Mediagroup: Futbol e 18Golf&Lifestyle.

Luca, ti sei allontanato dalla tv per scelta tua o di altri?
«Cinque anni a Milano mi hanno fatto crescere professionalmente, ma la voglia di tornare a Roma era tanta. Lasciare la tv è stata dura, ma purtroppo dettata anche dalla crisi che tre anni fa si è fatta sentire in maniera devastante anche nel settore delle emittenti televisive, causando tagli di gestione soprattutto in quelle realtà che all’inizio hanno faticato a confrontarsi con i costi di digitale e satellitare. Esperienza fantastica, comunque, che rifarei se ve ne fosse la possibilità».

Da caporedattore di una testata dedicata al golf, cosa pensi si possa fare per avvicinare il pubblico ad una disciplina non molto seguita in Italia?
«Lo scorso anno Sky ha fatto un grande colpo con la Ryder Cup (massima competizione internazionale della disciplina, ndr) trasmessa finalmente ad orari più accettabili anche per il pubblico di casa nostra. Il seguito è stato incredibile in fatto di ascolti e la Federazione Italiana è riuscita ad arrivare a oltre 100mila iscritti, anche per un cospicuo superamento di quella concezione del golf come sport elitario, che molti circoli hanno iniziato a seguire. Questo è un grosso vantaggio per tutto il movimento».

Due anni fa hai pubblicato per Aliberti una biografia di Kakà, ora al Real Madrid: credi sia possibile un suo ritorno in Italia?
«Nel calcio. mai come ora. non puoi dare nulla per scontato; per i tifosi milanisti, certo, sarebbe un tradimento vederlo indossare una maglia diversa da quella rossonera, ma dubito che nel Milan di adesso ci sarebbe spazio per lui. In altre squadre probabilmente sarebbe diverso, ma la crisi si è fatta sentire dappertutto, e in ogni caso il suo cartellino e i suoi costi di gestione, al momento, non credo sarebbero sostenibili facilmente, a maggior ragione con l'imminente entrata in vigore delle norme sul fair play finanziario che non consentiranno più di spendere con facilità».

L'Italia è un Paese per giornalisti?
«Dal mio punto di vista, di ragazzo che ha iniziato questo percorso nel 1992 e non ha fatto altro nella vita, ti direi sì perché è il lavoro che amo e non cambierei con nient’altro. Però, proprio riguardo le mie esperienze e la durezza della gavetta dovessi consigliare un giovane, gli direi di pensarci non cento ma mille volte prima di intraprendere questo cammino: il modo di informare la gente è cambiato e il famoso fuoco sacro che spinge un giovane verso il giornalismo si sta, purtroppo, lentamente spegnendo lasciando spazio ad altre cose, al tutto e subito, alla scarsa preparazione, all’accesso “facile” alla professione. Recentemente ho collaborato con Euronews, la sua sede è in Francia e lì devo dire che è tutto diverso, basti pensare che il Free Lance è una figura professionalmente riconosciuta e regolarmente contrattualizzata. Che si prenda esempio».

Riguardandoti indietro, c'è qualcosa che ti rimproveri?
«No, assolutamente. Forse avrei potuto mantenere rapporti più stretti con persone che mi avrebbero potuto dare una mano per aprire qualche porta, ma questa è decisamente un'altra storia che mi spingerebbe a dover parlare di cose, di concezioni che non mi appartengono. Sono personalmente orgoglioso e fiero di quel che ho fatto da solo finora e di quel che sto facendo ancora adesso. Nello specifico di continuare la mia avventura con questi due magazine (Futbol e 18 Golf&Lifestyle) che mi stanno dando tanta soddisfazione e mi permettono di lavorare con un gruppo affiatato e fatto di professionisti del settore».

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