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Intervista a Silvia Bencivelli   Tutte le interviste tutte le interviste
Silvia BencivelliTelegiornaliste anno VIII N. 1 (303) del 9 gennaio 2012

Silvia Bencivelli: una giornalista contro il precariato
di Giuseppe Bosso

Incontriamo Silvia Bencivelli, aspirante giornalista scientifica, attualmente impegnata su Rai 3 con Presa Diretta e fino a pochi mesi fa voce di Radio3 che ha lasciato dopo la scadenza dell'ennesimo contratto. Raccogliamo le sue impressioni, in parte già ospitate nel suo blog.

Rabbia, delusione o rassegnazione, Silvia?
«Un po' tutte e tre. La rabbia è stata l'ultima sensazione, certo, ma una rabbia costruttiva che mi ha permesso di riflettere. Voglio insistere su questa strada, ma un lavoro, per essere tale, deve essere retribuito. Altrimenti, come succede a molti miei colleghi, si continua a dipendere economicamente dai genitori. Io sono stata fortunata, dalla laurea non chiedo nulla ai miei, posso dire di avere la soddisfazione di acquistare un paio di scarpe, di sostenere le spese per le riparazioni di casa con i miei guadagni. Vedo piuttosto la rassegnazione dei miei colleghi, anche questo mi fa rabbia».

Il tuo curriculum è di tutto rispetto: laurea in medicina, due libri pubblicati, master, collaborazioni. Eppure anche tu sei una precaria dell'informazione. Ma come mai, secondo te, in Italia va così?
«Perché siamo incapaci di dare valore al nostro lavoro. È una situazione mondiale, ma in Italia la soffriamo di più, e ti ribadisco, non riguarda solo riguardo il nostro settore. Anche nella pubblica amministrazione, nella scuola, anche in settori delicati, come quello sanitario. Questa insoddisfazione diventa infelicità, improduttività... e soprattutto genera una società precaria in cui ciascuno di noi vede mettere a rischio il proprio diritto di avere una scuola affidabile, istituzioni stabili, una sanità sicura. Non mi sento precaria come lavoratrice, mi sento precaria come cittadina».

Hai mai pensato di andare all'estero?
«Ci ho provato. Il mio libro è piaciuto e me l'hanno tradotto in francese, ma la cosa è finita lì. Io mi sento un'europea convinta ma sono legata comunque al mio Paese».

Negli ultimi tempi si parla di indignados come protagonisti del rinnovamento: tu ci credi?
«Temo che si sia molto equivocato su questi gruppi, che usano parole forti come default ma non sanno nemmeno di cosa si tratti. Ho avuto un'esperienza poco felice anni fa con i Black Block, per cui ora tendo a diffidare di queste aggregazioni, che tra l'altro non hanno un simbolo, una bandiera sotto cui riconoscersi. E' un dettaglio non da poco, perché così si facilita la deresponsabilizzazione e i buoni propositi che possono animare i singoli finiscono per perdersi».

Ti senti una dottoressa prestata all'informazione?
«No, sono solo una giornalista scientifica, prima di tutto una giornalista che ha avuto modo di occuparsi di cultura, e soprattutto che spera di poter finalmente trovare stabilità».

Cosa vedi nel tuo domani?
«Il mio domani è legato a quello dell'Italia, che spero prima o poi riesca a diventare un Paese normale in cui venga dato riconoscimento ai meriti. Il mio sogno nel cassetto è diventare una imprenditrice dell'informazione, magari creando una mia agenzia con altri colleghi. Vorrei investire su me stessa. In questo modo l'instabilità e l'incertezza diventerebbero meno difficili da gestire e forse comincerei a pensare di non fare un lavoro tanto strano e difficile».

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