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Tutto TV Ieri, oggi e domani
Tutto TV. Ieri, oggi e domaniSimone Toscano, è il giornalismo che ha scelto me
di Silvia Roberto

Un giovane giornalista, una carriera brillante. La passione per il giornalismo e per l’informazione, unitamente alla professionalità, lo hanno fatto approdare in un programma di punta quale è Quarto Grado, in onda in prima serata ogni venerdì sera. Telegiornalista per il canale televisivo italiano all news Mediaset Tgcom24. Abbiamo incontrato Simone Toscano che ci ha svelato segreti, consigli e curiosità del suo lavoro ma anche della sua vita privata.

Simone perché hai scelto il giornalismo?
«Più che altro è il giornalismo che ha scelto me, perché sono stato realmente folgorato da questa passione che è poi divenuta un mestiere, fatto di lento e continuo desiderio di apprendimento».

Quali sono stati i tuoi primi passi da giornalista?
«Mi viene da dire che sono stati al liceo, con il giornalino scolastico Macondo. E poi all’università, dove ho fondato con altri amici A”iko, una piccola testata che ancora esiste e che a noi sembrava già da sola il coronamento di un sogno. È in quegli anni che ho iniziato le prime collaborazioni esterne, praticamente con tutto quello che mi capitava a tiro, dai siti internet ai settimanali e ai mensili più vari. Mi sono proposto a chiunque. Sono stato alcuni mesi alla Gazzetta di Reggio, poi ad una televisione locale romana che purtroppo non esiste più, Roma Uno, davvero di qualità. Poi ho frequentato la Scuola di Giornalismo Lumsanews, un’esperienza fantastica che consiglio a tutti e che mi ha permesso di diventare professionista. Tra uno stage e l’altro ho avuto la fortuna di collaborare con l’attuale società di produzione tv Freemantle, per cui ho lavorato per la Rai, per La7 e anche per Mtv, divertendomi e cercando di imparare differenti linguaggi televisivi. E poi altre collaborazioni sparse qua e là, con l’inserto cultura de Il Foglio, con Tuttoscuola. Scrivere è bellissimo, lo si può fare di qualsiasi argomento».

In quale momento hai capito di voler fare il giornalista?
«La lampadina si è accesa quando ho visto la prima edizione del Tg5 di Mentana: una vera e propria rivoluzione all’epoca (era il 1992, ero un bambino) perché era fatto da giovani e di giovane (ma al tempo stesso autorevole) aveva anche il linguaggio. Anni luce dall’informazione Rai, che poi infatti si è rimessa in gioco ed ha cambiato passo, modernizzandosi. È nato tutto da lì».

Carta stampata, televisione o radio. Quale delle tre senti più tua?
«Ripeto, scrivere è sempre appassionante. Nella tv mi ritrovo perché ti permette di arrivare più nel profondo, di toccare corde a cui difficilmente la carta stampata può arrivare, soprattutto considerando la lunghezza media di un articolo. Per quanto riguarda la radio devo dire che mi piacerebbe provare e ho qualche idea che mi piacerebbe approfondire, ma poi direi che nell’elenco manca internet, che sta diventando sempre più la summa dei primi tre punti: un po’tv, un po’articolo di carta stampata, un po’radio. Mi diverto a scrivere le storie che incrocio sul mio blog Un giornalista nella rete, che è anche il mio “nick” sul web. E poi per Huffington Post lascio le mie opinioni e qualche riflessione più approfondita».

Come sei approdato a Mediaset?
«Sono entrato in Mediaset grazie ad uno stage, tramite la Scuola di Giornalismo. Non dimenticherò mai la prima volta che sono entrato in redazione, la gioia. Ci penso ogni volta che entro nel Centro Palatino, giuro. E ogni volta sono felice: non importa se ho problemi, mi sento felice di quello che faccio, ho rotto le scatole all’ufficio stage della mia università per aprire una convenzione con Mediaset, convenzione che prima non c’era. Ho insistito davanti ad una prima occasione sfumata e poi appena c’è stata la possibilità ho cercato di mettere tutto me stesso in quello stage. Che per fortuna è andato bene e quindi ne è seguito un altro. E dopo qualche mese un primo contratto, poi un secondo e così via».

Sei riuscito a farti conoscere ed apprezzare per la tua grande professionalità dimostrata nella trasmissione televisiva Quarto Grado. Cosa ha significato per te entrare a far parte di questa redazione?
«Ha un significato enorme, perché sono qui dalla prima puntata e ho imparato tantissimo, davvero. Ho imparato un metodo e ogni giorno, ogni mese ne imparo un altro pezzettino. Ho la fortuna di avere come “guida” in questo percorso Siria Magri, la curatrice del programma, che è dedita al lavoro come e più di ciascuno dei suoi collaboratori, il che si traduce nello studiare tutti assieme le carte processuali fino a notte fonda, se serve. Ecco, Quarto Grado mi ha insegnato l’importanza dei “documenti”, ovvero che prima di dare una notizia bisogna cercare sempre (per quanto possibile, ovvio) di avere una “pezza di appoggio”, una prova insomma. Altrimenti si fa gossip. E il gossip, quando si parla di processi e di presunti colpevoli o innocenti, può ferire e rimanere indelebile».

Sei anche uno dei volti di Tgcom24, conducendo il programma Prima serata così come il Telegiornale e la Rassegna Stampa
«Sono stato a Tgcom24 dal 2012 al 2014, alternando le settimane di conduzione all’impegno nelle altre testate (e a Quarto Grado, appunto) e dopo una full immersion “quartogradesca” sono tornato per la conduzione domenicale, da circa un anno oramai. Anche qui: esperienza bellissima, che mi ha fatto crescere e mi ha dato maggiore sicurezza davanti alla telecamera. L’inizio di un percorso che spero potrà continuare e crescere ancora. In ogni caso, una opportunità».

Fare il giornalista, di questi tempi è diventata una professione “pericolosa”, sia dal punto di vista della propria sicurezza che della censura. Perché secondo te?
«Perché non si ha più rispetto di questo mestiere. In un’era in cui sono saltati tutti gli “intermediari”, in un momento storico in cui tutti si possono autodefinire giornalista, ecco che chi lo fa davvero, come mestiere, non viene rispettato. In questo probabilmente ha contribuito anche un decadimento della serietà professionale della categoria, soprattutto a cavallo degli anni Duemila. E di sicuro gli insulti di una certa politica contro i “giornalisti venduti”, tutti e senza distinzione di sorta, ci ha causato non pochi problemi, fomentando il risentimento e la violenza nei nostri confronti. Per una fascia della popolazione oramai i nemici sono i politici e i giornalisti. Personalmente mi è capitato di ricevere minacce ma erano sempre legate a qualche inchiesta “scomoda” e quindi l’avevo messo in conto. Per quanto riguarda la “censura”, credo che l’esplosione della precarietà non abbia sicuramente fatto bene all’intera società, ma è un dato di fatto che su un settore sensibile come quello della Comunicazione, possa avere delle ricadute pesantissime. Ci sono intere aziende, soprattutto in alcuni contesti locali, che si reggono solo sul lavoro dei precari: un precario è ricattabile, non è libero. E un giornalista che non è libero è un campanello d’allarme da non ignorare».

Qual è l’elemento fondamentale da possedere per essere un buon giornalista?
«Non lo so, ognuno probabilmente ha il proprio “segreto”. Io credo che si debba mettere in primo piano il rispetto e la trasparenza. Cerchiamo sempre di metterci nei panni dei protagonisti delle storie che raccontiamo, dalla Cronaca alla Politica, e pensiamo quali ricadute possono avere le nostre parole su tante vite. Rispetto, onestà e caparbietà».

Se potessi tornare indietro cambieresti qualcosa nel tuo percorso giornalistico e formativo?
«Credimi, sono davvero felice di quello che faccio, non potrei chiedere di più, soprattutto considerando la difficile situazione economico-professionale che c’è in Italia. Sono fortunato. E se c’è qualcosa di diverso che vorrei fare, penso sempre che ho tutta una vita davanti per nuove sfide, per nuovi sogni. Ne ho tanti, e tanta voglia di realizzarli. Senza sogni cosa saremmo?».

Nel 2015 è stato pubblicato il tuo libro Il Creasogni. Cosa hai voluto raccontare e quale è il messaggio che hai voluto trasmettere ai lettori?
«Proprio quello di cui ti parlavo: l’importanza dei sogni. Non importa che siano grandi o piccoli. Un sogno non corrisponde necessariamente ad una impresa insormontabile: si sognano anche le piccole cose. Anche una carezza dalla persona che amiamo, un sorriso, un complimento. Una giornata serena. Ecco, il Creasogni è un uomo che ha il dono stupendo di saper creare sogni per chi ha perso questa capacità. E nel romanzo – il mio personalissimo Piccolo Principe – si riscopre quello che da bambini sappiamo fare ma che diventando adulti perdiamo: l’importanza delle piccole cose, degli affetti. E, appunto, dei sogni. Personalmente spero non mi mancheranno mai».

Nella vita extraprofessionale chi è Simone Toscano?
«Gli argomenti di cui parlo nel lavoro sono così seri che nella vita privata sono un “battutaro” patologico. Per anni ho avuto un gruppo musicale (da un po’ in “pausa”) e poi assieme ad altri amici ho una associazione culturale che gestisce un portale dedicato alle culture giovanili. Sono un fan sfegatato di Star Wars, a cui ho dedicato anche un racconto intitolato Yoda mi ha detto, pubblicato nell’antologia Reflusso Crossmediale. Ah, mi piacciono i viaggi, da impazzire».

Come ti definiresti attraverso un aggettivo?
«Spero di potermi definire tendenzialmente onesto. Quanto meno è un punto verso cui tendere, ecco».

Consigli per gli aspiranti giornalisti?
«Non ascoltate chi vi dice di cambiare mestiere. Non ascoltate chi vi dice che senza una raccomandazione non andrete da nessuna parte. Puntate sulla serietà, sullo studio e sul (tanto) lavoro. È un mestiere fatto di impegno e di passione. Non peccate di presunzione e ascoltate i consigli».

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