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Telegiornaliste anno XXI N. 27 (806) del 29 ottobre 2025
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Emanuela Ronzitti, occhio alle dipendenze
di Giuseppe Bosso
Ritroviamo con piacere
Emanuela Ronzitti che possiamo ascoltare su
Radio 1 con una interessante novità editoriale.
Bentrovata Emanuela. Anzitutto com'è nato questo format
Indipendente-mente e come si struttura?
«È un piacere risentirti. Ora ti racconto tutte le novità… da questo anno
sono alla guida di Indipendente-mente, un nuovo programma del
palinsesto autunnale di Rai Radio 1, voluto dal direttore Nicola Rao per
sensibilizzare il nostro pubblico, giovane e meno giovane, genitori e figli,
su un tema così attuale come quello delle dipendenze, spesso poco trattato
in maniera così incisiva e fuori dalle inibizioni sociali. Purtroppo stiamo
assistendo ad una recrudescenza delle vecchie dipendenze, ma vediamo anche
il proliferare di quelle nuove, comportamentali, senza necessariamente far
uso di sostanze, le cosiddette new addiction, frutto amaro di una società
sempre più complessa e in continua evoluzione. Parlo, da una parte per
esempio, del ritorno dell'eroina, tra le droghe endovena, che in Italia ha
segnato profondamente la generazione della fine degli anni '70 e l'inizio
degli anni '80, lasciando dietro di sé una scia di morti. Ma anche della
diffusione, molto in voga tra i ragazzi, delle droghe sintetiche che si
trasformano e diventano sempre più potenti e letali. Di farmaci stimolanti,
inizialmente utilizzati nel campo medico e scientifico - anfetamine e
metanfetamine - e ora usati come sostanze per sballarsi, o come il Fentanyl,
un potente oppioide, la cosiddetta droga degli zombi, che annienta la vita
in poco tempo… penso anche al gioco d’azzardo patologico, e alla sua
evoluzione in quello on line, che si può praticare tranquillamente senza
dover uscire di casa, usando semplicemente uno smartphone. Siamo partiti con
l’idea di creare un format diverso dal solito, dove le testimonianze, storie
forti e incisive di coloro che sono usciti dal tunnel delle dipendenze o
vedono la luce, sono le protagoniste e i loro messaggi tracciano una
traiettoria dritta. È un po' come dire, se lui ce l'ha fatta, allora ce la
posso fare anche io! E poi ci sono le voci degli esperti che operano in
strutture pubbliche e private, nelle tante comunità terapeutiche, del mondo
medico e scientifico, della scuola e delle associazioni. Spazio anche agli
approfondimenti e ai contributi legati al mondo della musica, dell’arte,
dell'editoria e non ultimo dei social, che forniscono la percezione esterna
rispetto a questi argomenti. E poi c'è una finestra sulla gente, così
l'abbiamo chiamata, la voce dalla strada che ogni settimana, grazie alla
collaborazione dei colleghi del Giornale Radio, in particolare di Maria
Cristina Cusumano, ci consegna una ulteriore
riflessione. Si tratta di un format dinamico e più moderno, che vuole tenere
alta l'attenzione di chi ci ascolta».
Un programma se vogliamo con il quale cercherai anche di sfatare alcune
percezioni errate o 'tabù' per così dire di questa problematica?
«Assolutamente sì, già parlarne settimanalmente e con le voci di chi ha
vissuto certe esperienze sulla propria pelle, permette di abbattere ogni
preconcetto. Oggi poi, la scarsa informazione sulle nuove dipendenze, porta
a sottovalutare un certo tipo di comportamenti che in realtà dietro celano
insidie patologiche. L’obiettivo è eliminare i filtri e dare informazioni
corrette il più possibile, come è dovere del servizio pubblico».
Chi ti affianca in questa esperienza?
«Al mio fianco ci sono Roberta Di Casimirro che cura la regia con
grandissima professionalità, in redazione la nostra Antonella Romano
preziosa, sempre sul pezzo».
Quali sono, per le ricerche che avete fatto, le dipendenze più pericolose
del nostro tempo?
«Di sicuro le droghe, in qualsiasi nuova forma esse si presentino. Ma tutte
le dipendenze sono pericolose, ognuna ha un risvolto negativo sulla propria
vita e su quella di chi ti sta accanto. Si va dal giocatore d’azzardo
patologico, a chi soffre di dipendenza da shopping compulsivo, in entrambi i
casi si rimane soli e si va verso il tracollo economico che pesa su tutta la
famiglia. Ma anche la dipendenza da smartphone o da social, che portano
all’isolamento e all’auto distruzione, e quella da alcool, da cibo, da
sesso, da lavoro».
Il progresso tecnologico e il cosiddetto benessere del nostro mondo
occidentale sono, paradossalmente, terreno fertile per queste insidie?
«A mio avviso, purtroppo sì, è nelle economie più ricche che si sviluppano
le nuove Addiction, molte sono figlie del benessere, e si vanno a sommare a
quelle vecchie. E per molti sono difficile da riconoscere e accettare».
Quale speri sia il messaggio che gli ascoltatori ricaveranno, anche dalle
storie di chi ne è venuto fuori?
«Di essere un loro megafono e di fornire loro il più possibile strumenti
utili, non solo su come affrontare le dipendenze, ma anche su come evitarle.
Puntiamo a raggiungere il cuore e la mente non solo dei genitori, ma anche
dei figli, perché poi sono l'uno lo specchio dell'altro. Insomma, alzare
l'attenzione su temi e pericoli spesso sottovalutati. Il cellulare fin da
piccoli è uno di questi. Si ignora completamente quali siano i danni
prodotti sul cervello ancora giovane del proprio figlio».
Cosa rappresenta questo step nel tuo percorso giornalistico?
«Si tratta di un passaggio importante, di crescita professionale e
personale, ma anche di ulteriore responsabilità. Gli argomenti sono nelle
mie corde, ma vanno trattati sempre con cura e precisione. Cerco di esser
rigorosa, usando però un linguaggio accessibile, che arrivi a tutti».
In prospettiva futura quali altri tematiche vorresti affrontare?
«Nel Giornale Radio Rai ho comunque la fortuna di parlare di diverse
tematiche. Mi vedrai bene anche in una trasmissione improntata sul mondo
social, tra tendenze, nuove sfide e l’impatto della IA, o su grandi eventi
storici e contemporanei, ma mi appassionano molto anche il racconto del
territorio, delle tradizioni e delle sfide umane. Presto sarò in libreria,
insieme a Daniele Morgera, anche lui giornalista Rai, con un volume per
Marlin editore tutto da scoprire, dedicato al variegato e irriverente mondo
degli influencer e sul business che gira intorno. Un’idea editoriale fuori
dal coro, che analizza in modo preciso ma piacevole, il ruolo sempre più
importante che i creator hanno per la nostra società e quanto la dominano
nel villaggio globale della comunicazione».
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Pippo
ed Emilio, fine di un'epoca
di Giuseppe Bosso
Due siciliani. Due personaggi che nei
rispettivi ambiti hanno fatto la storia, della
televisione e del giornalismo. Due personaggi
spesso anche invisi, criticati, quando non
sbeffeggiati. Ma due personaggi che almeno per tre
generazioni di italiani hanno rappresentato volti
familiari.
Tra metà agosto e inizio settembre abbiamo saluto Pippo
Baudo ed Emilio Fede, venuti a mancare al termine
di lunghe malattie che avevano, negli ultimi anni
delle loro esistenze, provato fortemente nel fisico
il tredici volte conduttore del Festival di Sanremo e
l'ex direttore del Tg 4, alle prese anche con una
serie di controverse vicende giudiziarie sulle quali
non riteniamo di volerci soffermare.
Questa doppia scomparsa in quasi contemporanea ci fornisce,
tuttavia, un'occasione in più per riflettere sulla
fine di un'epoca. Un'epoca (e una televisione)
che ha visto Pippo ed Emilio grandi protagonisti,
l'uno come volto di punta di una Rai che
entrava a piccoli passi ma in maniera sempre più incisiva
nella vita quotidiana del popolo italiano che stava
iniziando a scoprire quell'apparecchio chiamato 'televisore,
e l'altro, sempre per 'mamma Rai', come inviato dei primi
telegiornali.
Un'epoca che ha comunque tracciato una strada per le
nuove generazioni, a cui ora tocca il compito di
seguire quel percorso senza disperdere il ricordo
che hanno lasciato.
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Francesca
Di Giuseppe, amore nel pallone
di Giuseppe Bosso
Incontriamo l'autrice pescarese Francesca Di Giuseppe per
parlare della sua ultima opera, edita da Poderosa Edizioni.
Benvenuta su Telegiornaliste, Francesca. Ci racconti
anzitutto di cosa parla il suo libro e com'è nato?
«Ragione
vs Sentimento la è la storia d’amore tra una
calciatrice e un calciatore nata su un campo di calcio; è una
storia dove la passione per il mondo del pallone la fa da
padrona ma non dimentica le difficoltà che una ragazza incontra
quando sceglie in calcio come sport. La genesi del libro? È un
po’ complessa da raccontare… diciamo che una serie di situazioni
mi hanno convinta a unire questi due racconti, nati in momenti
diversi della mia vita, che si sono trovati in qualche modo
connessi raccontando le vicende dei due protagonisti. Per fare
questo, l’unico modo era giocare una vera e propria partita con
un primo e un secondo tempo e, ovviamente, un intervallo molto
particolare».
Diletta, la protagonista, è in qualche modo ispirata alla sua
vita o a qualcuno di sua conoscenza?
«È la storia della mia vita, soprattutto nel primo tempo.
Diletta sono io con l’unica differenza che a lei ho dato la
possibilità di realizzare un sogno: fare la calciatrice».
A chi è dedicato il libro, che ha potuto contare sulla
prefazione di un esperto giornalista come
Darwin Pastorin?
«A tutte le ragazze e le bambine che vogliono giocare a calcio
in primis e poi chissà, fare la calciatrice come lavoro date le
importanti novità degli ultimi anni per il movimento in Italia.
Ringrazio Darwin Pastorin per aver dedicato parole bellissime al
mio libro; è un collega che stimo e dal quale posso solo che
imparare».
Il calcio femminile negli ultimi anni ha conosciuto una
grande diffusione e un crescente interesse mediatico anche in
Italia. Possiamo dunque accantonare come definitivamente
invecchiata male una frase ricorrente nell'anime Holly e
Benji, “il calcio non è un gioco per femminucce”?
«Assolutamente sì. I Mondiali del 2019 in Francia sono stati un
vero spartiacque per il calcio femminile; spero solo possa
crescere sempre di più insieme a persone che ci credono
davvero».
Cos'è ragione e cos'è sentimento per Francesca di Giuseppe?
«Domanda difficile. Ragione per me è tutto ciò che è pensato,
calcolato, organizzato; la passione è l’istinto puro, sono le
emozioni quelle vere e viscerali».
Chi è Francesca Di Giuseppe oltre la sua opera?
«Una donna che ama il calcio vintage, una persona che lavora
molto su se stessa per crescere e migliorare costantemente».
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