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Deborah AnnolinoDeborah Annolino, medici e pazienti insieme
di Giuseppe Bosso

Incontriamo nuovamente la giornalista Deborah Annolino per parlare del suo nuovo format.

Bentrovata Deborah, come nasce il tuo nuovo format Abbi Cura?
«Sempre un piacere ritrovarti Giuseppe, grazie per lo spazio che mi concedi. Il format si intitola Abbi Cura, e nasce con uno scopo ben preciso: colmare un vuoto informativo quando si parla di salute mettendo al centro di ogni episodio la relazione medico-paziente. Faccio una premessa: generalmente i media specializzati affrontano un problema di salute dal punto di vista clinico e delle terapie. Noi in questo format affrontiamo un’altra dimensione della cura, non meno importante: quella umana. Ci muoviamo volutamente nell’ambito della Medicina narrativa in base ad un innovativo approccio comunicativo-relazionale che metta al centro la persona con i suoi bisogni bio-psico-sociali. Accanto al paziente (non su un piedistallo!) è il medico la cui missione è accogliere e contenere le sue paure, le fragilità e le sue aspettative. Voglio precisare che il termine “medico” include tutte le figure sanitarie e sociosanitarie che ruotano attorno al mondo della salute, meritevoli di spazio e dignità. Una volta un chirurgo bolognese, durante una delle puntate di Abbi Cura, disse una frase che trovo perfetta in questo contesto: “Il chirurgo è l'esecutore ma intorno a lui c'è un'équipe multidisciplinare che fa tutto il resto prima durante e dopo un'operazione”. Ciò per sottolineare il valore di tutti i professionisti della salute uniti nella vicinanza con il malato e la sua famiglia. ».

Riavvicinare medici e pazienti: mission possible?
«Io credo che questa missione sia possibile oltre che necessaria. Lungo il percorso di Abbi Cura, così come nelle altre attività professionali, ho il piacere di incontrare tanti sanitari che raccontano e rappresentano, senza alcuna presunzione o finzione, un approccio di cura fatta di ascolto e dialogo con il paziente. Sono professionisti qualificati, aggiornati sul piano medico-scientifico, che non rinunciano a guardare negli occhi i pazienti prima di prescrivere un esame o un farmaco. Come giornalisti e operatori della comunicazione, vale in particolare nel mondo della salute, abbiamo il dovere di riaccendere le luci sulle macerie di questo rapporto a tratti incrinato, portando alla ribalta testimonianze e azioni di medici che curano con la parola, i gesti, lo sguardo attento. Non servono grandi cose e non serve chissà quale tempo a disposizione che sappiamo essere una delle carenze principali per chi oggi svolge la professione sanitaria. La relazione medico-paziente va oltre le terapie, i protocolli sanitari e riparte dai valori quali ascolto, dialogo e fiducia che sono al centro della medicina narrativa. Non siamo e non saremo mai macchine nonostante la tecnologia voglia disorientare il nostro modo di vivere e di relazionarci. Siamo esseri umani, con le nostre vulnerabilità, per questo sarebbe bello che gli uni si prendessero cura degli altri. Come riporta Ameya Canovi scrittrice e psicologa nel suo libro Le stelle non sono mai sole possiamo trasformare l’incontro con l’altro in qualcosa di meraviglioso. Ciò diventa particolarmente sfidante in ambito sanitario».

Quali sono gli 'aspetti invisibili' sui quali cercherai di andare a fondo?
«Gli aspetti invisibili sono quelli che toccano le corde dell’animo umano rendendoci tutti ugualmente fragili: medici e pazienti. La giornalista Concita De Gregorio nel suo libro autobiografico La Cura racconta come l'amore sia il farmaco più importante e più forte che esista. Lei scrive le persone disamate guariscono più difficilmente, più lentamente. Se non hai nessuno per cui valga la pena alzarsi dal letto la mattina virgola non hai voglia di alzarti. In Abbi Cura vogliamo arrivare non solo alle orecchie ma al cuore delle persone affinché prestino più attenzione al loro stato di salute psicofisica (che non è assenza di malattia ma è prevenzione e cura) prendendo consapevolezza sul fatto che ci sono tanti professionisti che antepongono al loro agire i valori dell’ascolto e della presenza empatica. Proviamo a raccontare questi aspetti invisibili, come tu li definisci, in qualcosa di positivo e tangibile».

È possibile dunque una medicina più 'umana' anche in quest'epoca che stiamo vivendo?
«Si, è possibile ed è già ampiamente presente. Le tecnologie digitali e l'intelligenza artificiale insieme alle incertezze del sistema sanitario in qualche modo allentano le maglie della relazione di cura. Pur tuttavia si può lavorare per invertire insieme la rotta e fare in modo che i medici dedichino più tempo all'ascolto dei propri pazienti e che questi ultimi siano più collaborativi e rispettosi dei medici. Nel campo dei disturbi mentali c’è la paura o la vergogna di essere giudicati e per questo la tendenza è quella di ricorrere ad una sorta di autogestione di percorsi di diagnosi e di cure, (i giovani in particolare chiedono supporto ad un chatbot piuttosto che ad un medico regolarmente iscritto ad un albo), come sottolinea il professor Paolo Nucci nel suo libro Ora mi curo da solo. Il punto non è demonizzare i sistemi di intelligenza artificiale la cui applicazione in sanità, oltre che nella prevenzione delle malattie, ha risvolti efficaci e preziosi. Nucci lo spiega molto bene: la medicina efficace non è una gara tra intelligenze (umana e artificiale) ma è la costruzione di fiducia in un'epoca in cui l'informazione è ovunque ma il senso molto meno. Trovare un equilibrio, tra vita reale e spazi digitali di ascolto, può aiutarci a vivere in modo sano e a non incorrere in possibili rischi per la nostra salute».

Qual è stata finora l'adesione dei medici e degli altri operatori sanitari?
«Il format, nato nel 2026, è anagraficamente giovane ma sono convinta abbia un grande potenziale. Me ne sono accorta sin dalle prime puntate quando ho richiesto l’ospitalità ad alcuni medici che hanno mostrato interesse ed entusiasmo a partecipare. Ho avuto tra gli ospiti, lo dico con orgoglio, nomi autorevoli della sanità. Probabilmente la ragione è da ricercare nella riflessione già condivisa e cioè che numerosi media affrontano la salute e la malattia dal punto di vista clinico e quasi mai nella dimensione empatica. Temi quali la relazione di fiducia, l'importanza di lavorare in un’équipe multidisciplinare, l’impegno a ristabilire un nuovo patto narrativo e mettere al centro il vissuto della persona oltre la malattia sono punti di forza per il format Abbi Cura. Le puntate hanno visto numerosi e diversi interlocutori della cura tutti volti al bene comune: il medico di base, l'infermiere, gli specialisti del corpo (dentista, senologo, ginecologo, chirurgo pediatrico) e gli esperti delle malattie mentali (psicologa, psichiatra e psicoterapeuta). Nei prossimi mesi continuerò a dar voce a professionisti e professioniste di tutta Italia che hanno a cuore l'umanizzazione delle cure, per ripensare la relazione tra medico e paziente. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo è l’invito di Mahatma Gandhi per ripartire da noi e dai nostri comportamenti per migliorare la società ed è quello che porta avanti anche Abbi Cura».

Cosa rappresenta questo format nel tuo percorso e dove vorresti che ti portasse?
«Abbi Cura rappresenta il coronamento di un lungo impegno nella comunicazione sanitaria, mettendo insieme esperienze, incontri, voci che ho raccolto in oltre venticinque anni di professione giornalistica. Vorrei paragonare il format ad una tappa importante di un “viaggio” che stavolta parte dai professionisti della cura per offrire, con un linguaggio accessibile a tutti, un messaggio costruttivo, per un possibile miglioramento della società in cui viviamo. Il format, che nasce in una prima fase solo sul web, ha già compiuto un passo avanti con la messa in onda in tv delle 8 puntate su Icaro, emittente regionale dell’Emilia-Romagna. Le buone notizie però non finiscono qui. Infatti, un'altra emittente a diffusione regionale si è interessata al format che sarà inserito nel palinsesto autunnale. Infine, l’essere tanto ambiziosa, mi fa guardare avanti e sperare bene per il futuro. In queste settimane sto lavorando perché possa realizzarsi il passaggio dalla produzione da AD Communications che ho fondato nel 2016 ad una produzione completamente televisiva, che dia maggiore qualità e visibilità ad ogni puntata. Questo però è un nuovo ambizioso capitolo che sta prendendo forma e che ti racconterò più avanti in questa grande community al femminile. Intanto mi fermo qui augurandoti grandi progetti all’interno di questa rete di cui dal 2016, con orgoglio, faccio parte».

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