Elena
Redaelli, il domani è già arrivato
di
Giuseppe Bosso
Abbiamo nuovamente il piacere di intervistare
Elena Redaelli, oggi coordinatrice degli inviati della
trasmissione
Realpolitk in onda su Rete 4 con la conduzione di Tommaso
Labate.
Bentrovata Elena. Ci eravamo
sentiti una decina di anni fa, poco prima della tua parentesi americana.
Quanto è stata importante per te quella parentesi?
«Si è rivelata una parentesi fondamentale. Sono passati esattamente 12 anni
da quel viaggio nel New Jersey. Nei mesi estivi i programmi di informazione
Mediaset della testata Videonews per cui collaboravo non erano in onda,
decisi di fare valere quei 3 mesi con un internship Oltreoceano: comprai un
biglietto per Philadelphia, ospite della stessa famiglia italo-americana che
per motivi di studio aveva già accolto mio fratello. Ricordo quella del 2014
come un'estate magica, in cui partecipai attivamente alla campagna
elettorale di alcuni esponenti di spicco del Grand Old Party, tra cui la
senatrice Dawn Addiego e l'assemblyman Joe Howarth. Giravamo la contea di
Burlington consultando l'elenco degli elettori repubblicani e il candidato
spiegava porta a porta i punti del suo programma portati a termine nel
mandato. Casa per casa, chiedeva il voto della rielezione. I social erano
stati determinanti nella campagna per la riconferma di Obama, eppure a
livello locale quello che contava davvero era il radicamento sul territorio.
A metà agosto di 12 anni fa, nel cuore della notte (in Italia erano le 9 del
mattino), mi chiamò lo staff del Premio Ilaria Alpi, per comunicarmi che la
mia inchiesta sulla Neet Generation per Italia 1 era in finale. E così il
sogno americano è diventato italiano. Senza la vittoria del Premio Alpi e
qualche anno dopo l'assunzione in Mediaset, forse, sarei rimasta
all'estero».
Poi però sei tornata in Italia, varie trasmissioni a Mediaset fino a
Realpolitik. Come hai visto cambiare il mondo della comunicazione e
dell'informazione (e non uso a caso due termini distinti) in questi anni?
«Il mondo della comunicazione e dell'informazione frequentemente si
intrecciano, ma parliamo di professionalità distinte. Faccio un esempio nel
mio campo, il giornalismo politico: i portavoce tendono a comunicare con i
giornalisti diramando note via Whatsapp. E sempre più spesso i politici
comunicano direttamente sui social, con post, dirette e video autoprodotti.
Io che mi occupo di informazione politica non mi fermo alla nota, cerco
sempre il retroscena, l'episodio pregresso rispetto alla nota e comunque di
dare l'esatta interpretazione di quella nota all'interno di un quadro di
alleanze politiche o - nel caso di una comunicazione di Palazzo Chigi -
tenendo sempre presente il contesto geopolitico e le mosse degli altri capi
di Stato e di governo. In generale, comunicare è diventato sempre più
immediato attraverso le piattaforme di messaggistica e i social, mentre
informare si sta rivelando sempre più complicato: bisogna "sapere vedere"
qual è la notizia. E soprattutto verificarla».
Avvertiamo una crescente sfiducia nella nostra categoria, in parte
dettata da una maggiore disponibilità di mezzi di comunicazione alla quale
non si è affiancata però una altrettanto crescita qualitativa, unita
purtroppo anche a una sorta di perdita di credibilità negli ultimi anni.
Quale credi sia lo sforzo maggiore che dovremmo compiere in questo senso?
«La verifica delle notizie è alla base del nostro mestiere. E con
l'affermarsi dell'intelligenza artificiale, il lavoro giornalistico deve
diventare sempre più accurato: per esempio, in questi anni ho seguito
diversi corsi di aggiornamento per riconoscere nel dettaglio se un video o
una foto sono stati alterati, oppure se appartengono ad altri contesti e
dunque non necessariamente sono falsi, ma semplicemente riconducibili a un
altro anno o a un altro luogo. Durante l'assalto a Capitol Hill - in regia
per
Stasera Italia - per fortuna la concitazione della diretta
non mi ha fuorviato: ho mandato in onda solo video social verificati e
attendibili di quello che stava succedendo a Washington».
Qual è stato negli ultimi anni il servizio o l'inchiesta che ti ha
emotivamente coinvolta di più?
«Da inviata sul campo, nel 2016 ricordo la mia inchiesta per
Quinta Colonna sui crolli nel Centro Italia seguendo il
filone degli appalti e della corruzione: la scuola di Amatrice si era
sbriciolata nonostante fosse stata ristrutturata due anni prima con 700mila
euro di fondi. Da line (ovvero da giornalista che fa coordinamento in
redazione) riaffiorano alla memoria momenti molto diversi tra loro: la sera
del 14 luglio 2016 allertai la Direzione di Newsmediaset dell'attentato in
corso a Nizza e rimasi in piedi tutta la notte a coordinare i colleghi che
erano partiti; il 6 gennaio 2021 - mentre ero in
regia per
Stasera
Italia - l'assalto al Campidoglio degli Stati Uniti, che
Barbara Palombelli raccontò in una lunga diretta; la sera di
sabato 7 marzo del 2020 la chiusura della Lombardia per l'emergenza Covid,
una puntata condotta da Veronica Gentili; per le restrizioni Covid mi
ritrovai in regia da sola ad affrontare quell'avvenimento inimmaginabile.
Non sempre siamo noi a scegliere quali storie raccontare: il primo gennaio
mi trovavo in regia a Cologno per
4 di Sera, con Roberto Poletti e
Francesca Barra abbiamo seguito in diretta gli sviluppi della
tragedia di Crans Montana. Nelle settimane seguenti, a
Realpolitik,
condotto da Tommaso Labate, ho coordinato i colleghi inviati che si sono
alternati sul campo tra la Svizzera, la Corsica e Ginevra, tenendo il filo
delle loro inchieste. 7 mesi dopo, per
Zona Bianca di Giuseppe Brindisi, mi sono occupata del
blocco del programma in cui era ospite Leonardo Bove, uno dei sopravvissuti
a Crans che ha raccontato il suo ritorno alla vita. A volte sono le storie
che inspiegabilmente scelgono noi».
Negli ultimi anni purtroppo tra le notizie che spesso anche tu sei
costretta ad affrontare l'inquietante e sempre maggiore allargamento di
episodi di violenza, spesso tragici, soprattutto nei confronti dei soggetti
più fragili. Anche dalla tua prospettiva di mamma come affronti questi
eventi, ed eventualmente ti capita di essere coinvolta in eventi e
iniziative di prevenzione?
«Mia figlia ha compiuto 4 anni. 4 anni segnati dalla guerra in Ucraina, il
conflitto tra Israele e Gaza e la guerra tra Israele/Usa e l'Iran. 4 anni
segnati da decine di femminicidi e casi di bambini maltrattati e uccisi dai
genitori. Raccontare la politica è il mio rifugio. Ho seguito diversi corsi
di aggiornamento sull'uso del linguaggio giornalistico nei casi di
femminicidio, ma il racconto della realtà mette a dura prova e non si è mai
preparati abbastanza: come line per
Realpolitik, recentemente mi sono
occupata del caso di Federica Torzullo ad Anguillara. Al momento cerco di
tenere lontana mia figlia dalle notizie di cronaca e in generale "sul campo"
cerco di educarla alla bontà d'animo. Mi ha addolorato la storia del
clochard massacrato di botte nell'indifferenza generale a Caserta: il giorno
di Natale, proprio a uno di quei senzatetto in piazza, mia figlia aveva
fatto l'elemosina».
Un'ultima considerazione sempre pensando alla tua bambina: la sua nascita
ha cambiato la tua prospettiva del domani che verrà?
«Se in passato la mia prospettiva del domani coincideva con il racconto
quotidiano della realtà come inviata sul campo, il mio orizzonte ora è
lasciare in eredità a mia figlia gli strumenti per crescere in un mondo con
sempre meno bambini, dove le relazioni sono sempre più mediate da telefoni e
schermi e l'intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente il mondo del
lavoro. Dopo essermi occupata di Neet Generation, custodisco nel cassetto il
sogno di lavorare a una docuserie sui giovani campioni olimpici sempre per
una rete giovane come Italia 1. Potrebbe essere un modo diverso per
raccontare le fragilità delle nuove generazioni e il loro riscatto
attraverso lo sport. Il domani è già arrivato».