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Telegiornaliste anno XXI N. 32 (811) del 3 dicembre 2025
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Chiara
Gaeta, ancora La Voce di Maria
di Giuseppe Bosso
Incontriamo nuovamente con piacere la giornalista
Chiara Gaeta, a pochi
giorni dalla V edizione di un evento a lei particolarmente caro e del quale
è direttore artistico. In chiusura un intervento dell'Onorevole dottoressa
Anna Petrone, madrina della manifestazione.
Bentrovata Chiara. Cosa succederà il 7 dicembre a Cava de' Tirreni?
«Ciao Giuseppe. Siamo giunti alla V edizione del Memorial
La Voce di Maria – Premio Don Gennaro Lo Schiavo,
concerto in onore della Beata Vergine Maria e in ricordo di Don Gennaro Lo
Schiavo che quest'anno si terrà presso l'Abbazia Benedettina della
Santissima Trinità, un luogo sacro e profondamente significativo perché è
qui che Don Gennaro è cresciuto, si è formato nella fede e dove oggi riposa
nel silenzio del cimitero dell'Abbazia, sotto lo sguardo amorevole della
Madonna e di San Benedetto. Momento di fede, di memoria e di gratitudine.
Possiamo dire che è proprio qui che tutto ebbe avuto inizio».
Come ti stai preparando per l'occasione?
«Ci sono tantissime cose da fare: i musicisti e gli artisti che
parteciperanno sono nel pieno delle prove; sto ultimando i preparativi, il
comunicato stampa, le interviste di presentazione... ultimi preparativi
anche per i premiati, che porteranno le loro testimonianze di Fede, persone
disabili che nonostante le loro difficoltà sanno guardare oltre e accettare
la sfida della vita con coraggio; dalla quarta edizione passata abbiamo
istituito il premio Fede e Cura - In cammino con l'anima sotto lo sguardo
di Maria Santissima, per premiare i medici che nella loro missione sanno
unire fede e scienza. Un ulteriore riconoscimento alla professionalità e
all'umanità degli angeli in corsia. Tante cose da fare, ma sempre con
entusiasmo e con l'onore di portare avanti la memoria del nostro caro Don
Gennaro. La cosa più bella è che tutti si sentono parte di questa grande
famiglia, non solo gli artisti ma anche quelle aziende che si sono coinvolte
e che forniscono il loro apporto per sostenere le spese. Sì, posso dire che
si è creata una vera e propria famiglia attorno a questo premio, con gioia e
gratitudine da parte anzitutto della stessa famiglia Lo Schiavo, che vive
questo momento come un'occasione di ricordo di questa figura, che non è
stata importante solo a livello religioso, ma ancora di più a livello umano.
E colgo l'occasione per ringraziare anzitutto la famiglia Lo Schiavo, ma
anche tutti i colleghi, giornalisti, le testate e le emittenti che
divulgano, seguono con tanto interesse questo Premio; i musicisti e gli
artisti dalla recitazione all'arte musicale, che ogni anno mettono il loro
talento a disposizione della memoria di una persona che merita di essere
ricordata; e la dottoressa Anna Petrone con il suo lavoro silenzioso e
umanità, che attraverso la sofferenza vissuta sulla sua pelle è diventata il
motore di questo premio».
L'evento chiude idealmente l'anno 2025 che presto ci lasceremo alle
spalle: ripensando a questi dodici mesi quali sono le cose che vorresti
portare nell'anno che inizierà e cosa invece vorresti lasciarti
definitivamente alle spalle?
«Lascerei dietro i problemi di salute che mi hanno messa a dura prova. Ma
nella valigia dei ricordi per me bisogna mettere tutto, anche le esperienze
negative che sono comunque parte del nostro percorso di crescita. Tutto crea
relazione e credo che in quest'epoca si debba necessariamente lavorare
soprattutto sulla relazione, con se stessi in primis e con gli altri ed è
questo lo spirito che accompagna la manifestazione».
Dopo cinque anni quale pensi sia ancora adesso il lascito più importante
di Padre Gennaro Lo Schiavo?
«La Fede e la Perseveranza, la Forza nella Fede. Avrò sempre in mente
l'immagine di Don Gennaro in abito monacale seduto innanzi alla Madonna nel
Santuario dell'Avvocata sopra Maiori o in Abbazia, o al Santuario
dell'Avvocatella con la corona in mano. Passava ore intere a pregare e lo
faceva con lo stesso ardore, amore e grinta come se fosse sempre la prima
volta. In questo mondo così frenetico e problematico per me ha sempre
rappresentato un porto sicuro; i suoi insegnamenti sono ancora validi, per
il messaggio che ha sempre cercato di trasmettere: perseverare per il bene,
comune anzitutto. Ogni anno è sempre difficile scegliere le persone a cui
conferire il Premio Don Gennaro, perché penso che chi soffre nel corpo e
nello spirito meriti a prescindere di essere premiato. Don Gennaro era al
tempo stesso Forza e Perseveranza, non solo nella preghiera, ma anche nelle
decisioni. Una personalità forte e a tratti anche "scomoda"; purtroppo in
questo mondo dove si pensa più all'apparire che all'essere, una personalità
che ha lasciato tanto nel cuore delle persone a cui ha dedicato la sua
intera esistenza e lo ha dimostrato in tantissime occasioni, persino della
Pandemia, quando aprì le porte del Santuario Piccola Fatima a Cava per le
persone disabili affinché, in uno spazio aperto e circoscritto, potessero
trascorre qualche ora all'aria aperta e ricordo che i comuni di Cava de
Tirreni e Vietri Sul Mare conferirono un riconoscimento a don Gennaro. Ma
poi purtroppo il 10 marzo del 2021 quella stessa pandemia per cui lui aveva
tanto pregato ce lo portò via!».
Portare avanti l'evento è anche un modo per conservare il suo ricordo e
tramandarlo alle nuove generazioni per il futuro?
«Sì; è proprio questo che ho potuto riscontrare anche tramite i social. Il
trailer di presentazione dell'evento ha ricevuto tantissime visualizzazioni
in solo pochi giorni, e al tempo stesso questo evento ha creato e rafforzato
negli anni un forte interesse per la spiritualità e per la Fede stessa. Nei
momenti di difficoltà don Gennaro amava ripetere sempre di rivolgere lo
sguardo in alto, cercare la Stella ed invocare Maria. È una frase impressa
anche sulle targhe del premio e sulle pergamene, avere sempre una stella in
alto dove volgere lo sguardo, la preghiera, di cui fidarsi e affidarsi.
Perseguire il bene comune abbattendo le barriere architettoniche, sia fisiche
che spirituali».
In questo mondo sempre più tecnologico e con una consistente minaccia
chiamata intelligenza artificiale alla creatività umana che si esprime anche
attraverso la musica, quale pensi potrà essere il suo ruolo?
«Quelle della musica sono radici particolari e profonde, che affondano non
solo nel patrimonio genetico di ogni individuo, ma anche dell'intera
collettività. Un po' come se fosse un dna sonoro. Sicuramente in un mondo
che corre così velocemente l'elettronica potrebbe essere la nuova musica
identità musicale delle generazioni attuali, ma le radici affondano sempre
nel passato. Bisogna volgere contemporaneamente uno sguardo al futuro
proiettato al cambiamento e al passato, per avere contezza da dove veniamo.
Spero che l'intelligenza artificiale saprà essere utilizzata nella giusta
direzione e con cognizione di causa».
Siamo alla nostra terza intervista e posso dire di averti vista fare
passi importanti in questi cinque anni, anche pensando alla tua attività di
docente, soprattutto per i più piccoli e i più fragili e alle altre tue
esperienze televisive: Chiara Gaeta dove trova la voglia e lo stimolo per
andare avanti?
«Nella passione in quello che faccio, per raggiungere i miei obbiettivi.
Senza passione non si esiste; bisogna alimentare le passioni e trovare una
strada dove farle confluire, che per me è rappresentata anche dalla
consapevolezza di poter aiutare un bambino o una persona con fragilità ed
abbattere quelle barriere che lo separano dagli altri, magari anche tramite
la musicoterapia. Penso che nelle cose più semplici ci sia la vera
ricchezza, come in un tramonto o in un abbraccio sincero».
Ti avevo chiesto in chiusura della nostra ultima chiacchierata di come la
musica avrebbe potuto essere un deterrente per questa violenza che purtroppo
in questi anni non si può dire essere diminuita, tra conflitti in giro per
il mondo e tristi vicende di cronaca: speriamo ancora in un domani migliore?
«Lo spero sempre. Ma dobbiamo costruirlo noi, ora. Per stare a questo mondo
bisogna avere due corazze, una la sensibilità, ovvero la capacità di
compenetrarsi nell'altro, alimentare non l'ego, bensì l'empatia e l'altra
corazza forte del saper dire "no" riconoscere i limiti propri e altrui. Me
ne accorgo ogni giorno da come mi relaziono tanto con i bambini quanto con
gli adulti».
Onorevole Petrone, qual è il suo ricordo di Don Gennaro e come si è
impegnata per ricordarlo?
«Ringrazio anzitutto Chiara per avermi fatto diventare parte di questa
splendida famiglia; ma soprattutto per il rapporto di stima e affetto che mi
legava a Don Gennaro, che con il suo sorriso illuminava sempre il nostro
cuore. Nel suo ricordo dobbiamo cercare di operare sempre nella maniera
giusta ed essere esempio dei valori che incarnava. L'ho conosciuto in
occasione di una funzione religiosa a cui ero stata invitata da un'amica;
fui subito rapita dal suo sguardo, dai suoi occhi azzurri e dal senso di
pace che trasmetteva, per il suo saperci rassicurare sul fatto che Gesù è
sempre accanto a noi, anche e soprattutto nelle difficoltà della vita».
Quali testimonianze vorrebbe che trasparissero da chi seguirà la serata?
«Testimonianze di speranza, di persone che nonostante le difficoltà della
vita hanno scelto di andare avanti e di essere sempre fedeli e sorridenti,
perché il sorriso di Don Gennaro ci accompagna sempre. Spero che Lui da
lassù possa sempre guidare i nostri passi e le nostre vite».
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Laura
Baldassarre, musica amica
di Giuseppe Bosso
Intervistiamo
Laura Baldassarre, che concilia il lavoro di
doppiatrice con un'ampia attività legata alla musica.
Ricordi la tua prima esperienza al leggio?
«Sì, ero giovanissima, avevo 17 anni. Era un provino in sala
per una delle prime scuole mai fatte a Pescara, e i posti
erano limitati. Ho passato il provino ma poi, per ragioni
familiari e di studio, non ho frequentato il corso. Me ne
pento un pochino! Già all´epoca sentivo la voce come mia
giusta dimensione. Tornando indietro mi trasferirei a Roma
appena finito il liceo».
Fai parte di una generazione di nuove voci che anche
senza avere alle spalle famiglie storiche del mondo del
doppiaggio a poco a poco si stanno affermando. È un segno
positivo?
«Direi di sì e sono grata ai direttori che mi hanno dato la
possibilità di misurarmi con personaggi più impegnativi. Io
ho messo piede nel mondo del doppiaggio a 31 anni,
relativamente tardi ma ci sono arrivata con una formazione
attoriale e musicale e un lavoro già attivo di speakeraggio
per
Cartoonito. Per chi, come me, inizia a fare il
doppiatore da adulto, l´inserimento nel settore è più lento
e complesso ma non impossibile. Bisogna però che ci si
arrivi con una formazione attoriale completa e con un uso
tecnico perfetto dello strumento voce».
In queste settimane abbiamo la possibilità di ascoltarti
nel remake dello storico anime
Occhi di Gatto distribuito da Disney+ su una
delle protagoniste, Kelly, che anche grazie alla recente
serie
live action francese trasmessa da Raidue sta vivendo una
sorta di riscoperta. È una serie che seguivi da bambina?
«Purtroppo non ero ancora nata ma ho sempre cantato la sigla
di Cristina D´Avena! Chi non se la ricorda? Però devo
ammettere che grazie a Cat´s Eyes mi sto
appassionando molto al mondo manga…».
C'è in qualche modo un legame con la serie storica con la
presenza di
Teo Bellia, allora voce del personaggio di Matthew e che
oggi troviamo sul capo della polizia. Ma si può davvero
confrontare due produzioni ambientate in epoche diverse,
anche dal punto di vista del vostro lavoro?
«Non credo. Ogni prodotto è figlio del suo tempo ed è
proprio questo il bello».
Non solo doppiaggio, possiamo vedere dai tuoi profili
social che anzitutto ti occupi di musica. Come si è svolto
il tuo percorso artistico?
«Dal 1970 i miei genitori hanno un negozio in centro a
Pescara; hanno sempre lavorato tutto il giorno quindi io
sono cresciuta lì dentro a contatto con la clientela. Era
cliente abituale del negozio un´insegnante di teatro che ha
invitato mia madre a portarmi nella sua scuola quando avevo
6 anni: ricordo che mi chiedeva di dire verde con la e
chiusa, dieci con la e aperta; grazie a lei ho imparato a
parlare in dizione fin da piccolissima. Altra cliente
abituale era Roberta, una maestra di pianoforte e così ho
iniziato a 5 anni a conoscere le note e il pentagramma.
Musica e teatro fanno da sempre parte della mia vita;
crescendo mi sono diplomata in pianoforte e laureata in
musicoterapia. Parallelamente non ho mai smesso di coltivare
l´attività teatrale e quella vocale. Oggi lavoro come
doppiatrice e lettrice di audiolibri oltre a portare avanti
l´attività teatrale con spettacoli come Io quella volta
lì avevo 25 anni di Giorgio Gaber o Lectura Dantis dove
recito e mi occupo dell´accompagnamento musicale con il mio
piano».
Domanda forse un po' banale: cosa ha rappresentato e cosa
rappresenta la musica nella tua vita?
«Tutto. La musica salva, cura, accompagna, sostiene; penso
che tutti i bambini dovrebbero intraprendere lo studio di
uno strumento, qualunque esso sia. Il linguaggio musicale
apre la mente ed è, secondo me, lo strumento di
comunicazione più potente. Penso al periodo Covid dove molti
non sapevano che fare a casa. Io non sapevo cosa non fare
dal momento che non avevo mai avuto così tanto tempo da
poter dedicare alle mie passioni; sono stata sola chiusa a
casa con il covid per 40 giorni e ricordo che ho suonato
tantissimo; lo strumento è un migliore amico che è sempre
con te e non ti abbandona mai; è un punto fermo a cui
tornare sempre».
Da laureata in musicoterapia ritieni che in quest'epoca
così confusionaria e contraddittoria la comunicazione sonora
abbia maggiori possibilità di aiutare l'individuo a capire
meglio se stesso e gli altri rispetto a quella verbale?
«Come dicevo prima, la musica è lo strumento di
comunicazione più potente proprio perché è un linguaggio
universale che può essere catartico e liberatorio, può
emozionare e curare. In musicoterapia, per esempio, la
musica è il mezzo per creare la relazione, uno scambio
autentico che cura e permette di avere un canale espressivo
di comunicazione anche alle persone affette da autismo che
non riescono a farlo con altri mezzi. In questi anni poi ho
approfondito tantissimo il mondo della voce, certificandomi
come docente di Voce in Equilibrio e creando un mio metodo
di lavoro sulla voce parlata che ho chiamato Armophonìa,
i colori della voce parlata dove si parte proprio dalla
musica e dalla mimodinamica teatrale per allineare respiro
corpo e voce e trovare il giusto mix di ritmo, volume, tono
creando una giusta trasmissione di verbale e non verbale,
parole ed emozione, in un determinato contesto. Noi possiamo
essere musica, la musica è nel nostro corpo e nella nostra
voce, dobbiamo solo re-imparare ad accordarci».
E non posso esimermi, in conclusione, dall'affrontare
anche con te lo spinoso e più che mai attuale tema legato
all'intelligenza artificiale. Stiamo davvero andando
incontro a un mondo dove la creatività e l'ingegno
dell'essere umano verrà soppiantato totalmente dalla
tecnologia?
«La cosa mi preoccupa tantissimo. Io mi sento fortunata
perché la mia generazione ha conosciuto il prima e il dopo e
nel “prima” abbiamo potuto sviluppare il senso dell´attesa,
la consapevolezza che per ottenere qualsiasi cosa bisogna
attivarsi, impegnarsi e investire tempo. Io ho un animo
maledettamente vintage… quando torno a casa in Abruzzo guido
spesso una delle macchine d´epoca di mio padre: senza
servosterzo, con finestrini a manovella; quando entro lì
dentro e respiro quell´odore di legno del volante e pelle
dei sedili, sulle note di Sergio Endrigo mi riconnetto con
un mondo più lento e non automatico e la cosa mi piace
tantissimo. Sicuramente per alcuni settori l´intelligenza
artificiale può essere davvero utile se gestita con prudenza
ma per il settore artistico assolutamente no. Fiduciosa del
fatto che un mondo senza anima non interessi a nessuno spero
e credo che la creatività e unicità della creazione
artigiana non possano essere spazzati via».
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Addio,
Ornella!
di Silvestra Sorbera
Sì è spenta a 91 anni Ornella Vanoni, una delle più
grandi interpreti musicali del panorama italiano dagli
anni cinquanta a oggi.
La Vanoni ha segnato, da un punto di vista musicale e
culturale, una vera e propria epoca, dalle canzoni
della mala alla televisione senza dimenticare il
teatro.
La sua vita sulla scena si è sempre mescolata alla
vita privata regalando al pubblico l' immagine di una
donna forte e piena di vita.
La sua scomparsa ha lasciato il segno nelle vite di molti
italiani cresciuti con le sue canzoni.
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