Homepage di www.telegiornaliste.com
HOME SCHEDE+FOTO FORUM PREMIO TGISTE TUTTO TV DONNE INTERVISTE ARCHIVIO

Archivio Telegiornaliste anno XXII N. 2 (813) del 21 gennaio 2026

indice della pagina: Tgiste | Tutto TV | Donne
TGISTE
Rebeka Legovic, foto per cambiare
di Giuseppe Bosso

Intervistiamo nuovamente Rebeka Legovic, volto di Tv Capodistria, ma non solo, come ci racconterà parlando dei cambiamenti che hanno riguardato la sua vita.

Bentrovata Rebeka, dopo 16 anni dalla nostra prima chiacchierata. Com'è cambiata la tua vita da allora?
«La vita cambia in continuazione. Il cambiamento lo si teme, lo si rincorre, lo si respinge, ma esso trasforma in continuazione la materia stessa della nostra esistenza. La vita, in fondo, non è altro che una sequenza di metamorfosi: alcune lievi e altre violente come una tempesta che spazza via ciò che pensavamo immutabile. In questi 16 anni sono morta e rinata un paio di volte, ma mi ritrovi sempre qua a TV Capodistria. Posso dire che di cambiamenti quelli terreni c’è stata la fotografia che è entrata nella mia vita esattamente 16 anni fa».

A cosa ti stai dedicando adesso?
«Mi sto dedicando a ciò che nutre davvero la mia anima. In questo periodo sono i viaggi e la fotografia a guidarmi, come bussola e rifugio insieme. Lavoro in silenzio, lasciando che il mondo resti fuori. È una ricerca che nasce nel profondo. Sul versante giornalistico continuo a raccontare ciò che amo: conduco ARTelier, la nuova trasmissione settimanale di TV Capodistria che dà voce alla cultura e all’arte in tutte le loro infinite forme».

Vedo che hai avuto anche un importante riconoscimento e affermazione in veste di fotografa. Com'è nata questa passione e come si è conciliata con il tuo lavoro di giornalista?
«La fotografia rappresenta un aspetto importante della mia vita. È la mia valvola creativa ed è un mondo a parte da quello televisivo. Ho collezionato tanti riconoscimenti e affermazioni, uno fra tutti l’ambito premio IPA - International Photography Awards. È praticamente l’Oscar della fotografia mondiale. Ora ho smesso di partecipare ai concorsi ma continuo a lavorare, esplorare. È un’arte che è entrata inaspettatamente nella mia vita, cambiandola per sempre».

Rileggendo la nostra prima intervista un passaggio salta all'occhio. Parlando dell'ingresso della Slovenia nell'Unione Europea così mi dicesti: “personalmente credo che la politica, le istituzioni, le religioni, come del resto tutti i meccanismi legati al potere, siano solamente degli organi per far stare tranquillo questo gregge di oltre sei miliardi di pecore. L'Unione Europea è un marchingegno che funziona altrettanto, avrà una sua durata, e i suoi ritmi sono scanditi ovviamente dagli interessi di un pugno di individui. Il bene comune è una grande cavolata. In politica nulla succede per caso, i cambiamenti sono progettati a tavolino e ogni Paese è indipendente, libero ed accettato nella grande Comunità solo dopo aver capito e metabolizzato le regole del gioco”. Possiamo davvero dire anche alla luce degli ultimi drammatici anni segnati dai conflitti in Ucraina e nel medio Oriente che ci hai visto anche troppo bene, direi..
«Non devo aggiungere altro. Ora come allora la penso proprio allo stesso modo. L’unico tassello che vorrei aggiungere è che spero che l’opinione pubblica dopo il Covid abbia capito quanta manipolazione c’è nei media, quanta censura e generalmente quanto schifo. La manipolazione dei media non consiste soltanto nel dire ciò che è falso, ma nel decidere cosa mostrare, come mostrarlo, e soprattutto cosa non mostrare. L’omissione diventa una delle forme più potenti di distorsione. Una storia raccontata a metà è una verità dimezzata, e una verità dimezzata è spesso più ingannevole di una menzogna esplicita. La brutalità di questa manipolazione risiede nella sua invisibilità. Nessuno si sente manipolato, anzi, ciascuno crede di avere un’opinione personale, razionale, autonoma. E invece, spesso, ciò che pensiamo nasce da un ecosistema informativo calibrato per generare reazioni emotive immediate come indignazione, paura, appartenenza, perché un pubblico emozionato è un pubblico più facile da controllare, più facile da fidelizzare e, soprattutto, più facile da dividere. Per uscire da questa spirale, non basta diffidare di una fonte o preferirne un’altra: occorre coltivare l’abitudine al dubbio, la capacità di leggere oltre il titolo, di confrontare prospettive diverse, di tollerare la complessità. La libertà non consiste nel ricevere informazioni, ma nel saperle interpretare. In un mondo in cui la manipolazione è raffinata e onnipresente, il pensiero critico diventa un atto di resistenza».

Ti senti realizzata nelle tue aspettative o riesci ancora a trovare stimoli in nuove prospettive? 
«Cosa vuol dire sentirsi realizzati? Per me è un’ambiguità che attraversa la storia del pensiero poiché indica al tempo stesso un compimento e un divenire, una fine e un inizio. Realizzarsi significa portare a compimento ciò che siamo e, allo stesso tempo, diventare altro rispetto a ciò che eravamo. In questa tensione, tra identità e trasformazione, si gioca il senso più profondo dell’esistenza».

Rebeka in conclusione vorrei sottoporti una riflessione alla quale vorrei mi dessi una risposta in entrambe le tue vesti da fotografa e da giornalista: si sa che il segreto per una buona fotografia è catturare l'immagine al momento giusto. Ma per i ritmi forsennati a cui ci obbliga a vivere il mondo di oggi non rischiamo di cogliere qualcosa che poi anche al momento dello scatto è andato oltre?
«Da sempre si dice che una buona fotografia nasce dal saper cogliere l’attimo giusto, ma nasce anche dal saper costruirlo. Oggi, immersi in un flusso continuo di stimoli e velocità, il rischio non è tanto di perdere l’attimo, quanto di non essere più presenti a noi stessi mentre lo viviamo. La frenesia contemporanea ci spinge a scattare prima ancora di guardare, a registrare prima ancora di percepire. Forse il punto non è catturare il momento perfetto, ma rallentare abbastanza da riconoscerlo. L’istante non è qualcosa che passa: è qualcosa che accade quando noi siamo davvero lì, con lo sguardo aperto. Se siamo presenti, l’attimo si rivela. Se siamo assenti, anche lo scatto più rapido sarà un’ombra di ciò che poteva essere. In fondo, una fotografia non parla mai solo del mondo esterno, ma del nostro modo di abitarlo. E il momento giusto non coincide con la velocità, ma con la consapevolezza».
indice della pagina: Tgiste | Tutto TV | Donne
TUTTO TV
Luisa Ranieri una preside di successo
di Giuseppe Bosso

Da uno spot tormentone alla grande ribalta. Si potrebbe sintetizzare così il suo percorso, ma sarebbe ingeneroso e superficiale nei confronti di una delle più apprezzate attrici italiane, Luisa Ranieri, oggi protagonista nella nuova serie in onda su Raiuno La preside.

Sì, perché quella ragazza originaria del quartiere napoletano del Vomero, accantonati gli studi di giurisprudenza all'alba degli anni 2000, ne ha fatta davvero tanta di strada, distinguendosi per versatilità e talento nel saper passare da interpretazioni leggere come Il principe e il pirata di Leonardo Pieraccioni, suo battesimo sul grande schermo, a ruoli intensi e drammatici, che si trattasse della fiction Cefalonia, di Lolita Lobosco e delle sue indagini o delle pellicole di Ozpetek e Sorrentino, registi con i quali ha sancito negli anni un duraturo sodalizio, senza disdegnare anche una importante parentesi da conduttrice televisiva della trasmissione Amore Criminale, dove ha dimostrato di sapersi calare con empatia anche nelle vesti di interlocutrice con persone che direttamente o indirettamente erano state loro malgrado protagoniste di drammatici episodi di cronaca nera.

Il presente, come detto, si chiama Eugenia Liguori, nome della protagonista della serie da poco iniziata su Raiuno, ambientata nel difficile quartiere di Caivano dove contro tutto e contro tutti si impegna per dare ai suoi studenti una speranza nel futuro.

indice della pagina: Tgiste | Tutto TV | Donne
DONNE
Marinella Sorrentino, accanto alle donne
di Giuseppe Bosso

Incontriamo Marinella Sorrentino, autrice di Anna - L'arte dello Stare accanto, pubblicata da Arpeggio Libero.

La cosa che salta all'occhio del suo secondo libro, Anna - L'arte dello stare accanto, è l'accuratezza delle sue descrizioni storiche della Napoli di un secolo fa sia dal punto di vista dei luoghi che, soprattutto, del contesto sociale per nulla favorevole per le donne. Si può dire che in qualche modo ha voluto documentare più che narrare?
«Sì, come nel mio primo libro Clementina, una donna del Novecento a Napoli; storia vera, la storia di mia nonna, che avevo scritto per caso e non con l'intento di pubblicare, ma per lasciare un ricordo ai miei figli. Poi, partecipando a un concorso mi sono introdotta nell'ambiente, con l'apprezzamento che la storia aveva conseguito. Con le ricerche che avevo svolto sul periodo mi sono resa conto che davvero non c'erano tutele per le donne, e quindi è nata questa ulteriore storia che affronta un'altra visuale, le donne sul lavoro nel primo Novecento, tra scuole femminili e preclusione agli studi universitari, anche per una donna appartenente alle classi agiate come la protagonista, che non volendo rassegnarsi anche lei a fare la maestra elementare, unico sbocco possibile in quell'epoca decide di diventare ostetrica, essendole precluso il sogno di diventare medico. Abbiamo fatto dei passi in avanti sicuramente, ma altri ancora ne devono essere compiuti».

Si può definire un libro femminista che nel parlare del passato è proiettato al presente?
«Sì. Volevo raccontare ai miei figli e ai giovani come quel periodo storico abbia rappresentato una vera e propria apartheid femminile, il valore delle conquiste delle nostre nonne, in modo che si sentissero responsabilizzati nell'essere baluardo e continuatori di questo cammino».

Cosa ha voluto intendere per “stare accanto”?
«Ho voluto fare un analisi a 360 °. Parlo anche dei vicoli, dei quartieri di Napoli, della solidarietà esistente in una società diversa da quella di oggi. Per Anna è anzitutto stare accanto alle partorienti senza giudicare la loro condizione, che fossero donne maritate, non maritate o prostitute. Ma volevo andare oltre, dobbiamo riscoprire la cura e la solidarietà verso il prossimo con empatia. Vale per ogni lavoro, non solo quelli legati al mondo medico».

Le figure maschili, per fortuna con le dovute eccezioni che lasciamo al lettore individuare, non si caratterizzano certo in modo positivo. I lettori glielo hanno fatto notare?
«In realtà nei miei romanzi non faccio mai spartiacque tra uomini e donne, buoni e cattivi. Anzi già nel primo libro la figura più cattiva era una donna, e anche nella storia di Anna potrete constatare come la protagonista soffrirà moltissimo anzitutto per il rapporto con una madre che non le è per nulla vicina. Così come tra le figure maschili ci saranno anche molte persone che la sosterranno e le permetteranno di rivalutare la sua concezione degli uomini».

Non mancano anche critiche, in maniera ironica in un particolare momento, al mondo ecclesiastico che in quel contesto non era estraneo alla difficile condizione femminile. Vero?
«Sicuramente la Chiesa è stata responsabile della condizione femminile, ma tengo a precisare che, anzitutto per la mia educazione e formazione che inizia dai salesiani, ho sempre avuto esperienze positive, anche tramite amicizie che poi hanno preso quella strada, che ancora oggi sono un faro. Le critiche sono per evidenziare come ognuno di noi abbia un lato umano, anche un prete o una suora. Potrete vedere come le suore della carità che sono presenti nel racconto sono 'moderne'; erano infermiere e farmaciste, che curavano le persone. Ho cercato soprattutto di precisare la differenza tra suore e monache, cosa che Anna inizialmente non comprendeva, intimorita dalle monache a causa delle minacce del padre a fronte del suo rifiuto di sposarsi. Scoprirà come invece le suore della carità sono figure attive e moderne al servizio del prossimo».

È citato un momento storico particolamente difficile come quello dell'influenza spagnola che in quegli anni ha colpito Napoli e il mondo. A distanza di cento anni, sia pure con ovvie differenze, si potrebbe fare un paragone con la pandemia che abbiamo vissuto nel 2020?
«Sì. Mi ha colpito durante le ricerche riscontrare queste analogie con quello che noi abbiamo conosciuto in quel momento. Molto simili tra loro per i sintomi e la diffusione, mi sono davvero sorpresa nel constatare che ci siamo spaventati per qualcosa che i nostri nonni avrebbero probabilmente riconosciuto».

Anna Cammareri, per quanto inventato, si può definire un personaggio che sarebbe attuale anche ai giorni nostri?
«Sì. Mia nonna paterna era ostetrica e nell'incipit parlo anzitutto di lei. Per sua fortuna aveva sposato un uomo davvero illuminato che le aveva permesso di svolgere questo lavoro; era stata così forte da riuscire a conciliare la vita familiare con questa professione impegnativa, con una particolare cura verso gli altri. Mio padre mi racconta di come le donne che non potevano pagarla venivano a casa sua per aiutarla nelle faccende domestiche, a riprova di quella solidarietà di cui le parlavo prima che caratterizzava quell'epoca e che dovremmo riscoprire, mi auguro sia uno stimolo anzitutto per i ragazzi».

È al suo secondo libro dopo Clementina, una donna del Novecento a Napoli. Intende proseguire con questo filone o pensa di sperimentare alti generi per le sue prossime pubblicazioni?
«Ho una terza storia in elaborazione, ambientata tra gli anni '80 e il 2000, che parla sempre di donne. Penso che purtroppo avremo ancora bisogno di parlare di storie così, perchè tante leggi e tante tutele sono arrivate solo in epoca recente; per dirne una le potrei citare il fatto che lo stupro sia diventato reato contro la persona solo nel 1996, a riprova di come anche noi generazione che ha vissuto gli ultimi decenni del Novecento ha attraversato un periodo caratterizzato da forti discriminazioni, anche in ambito scolastico e familiare. Mi capita di sentire anche mie coetanee rimpiangere il passato criticando il presente, ma non tengono conto di questi aspetti, di come solo di recente abbiamo finalmente iniziato ad etichettare delle problematiche che erano presenti già allora».

Incontrando i lettori quali sono state le osservazioni, apprezzamenti, magari anche critiche che le sono rimaste impresse?
«Sono stata davvero fortunata, in questi tre anni non mi è mai capitato di ricevere critiche. L'accoglienza dei lettori è stata sempre positiva, in tanti si sono ritrovati in queste storie, nonostante fossero ambientate oltre cento anni fa. A riprova, come le dicevo, del fatto che le discriminazioni sono ancora presenti ai giorni nostri. Io mi sono impegnata in iniziative come “Posto occupato” sviluppata in Sicilia da Maria Andaloro, per rammentare ogni giorno che la violenza di genere va combattuta».

Due libri che hanno avuto grande successo e che l'hanno in qualche modo resa un personaggio pubblico, richiesto per presentazioni, eventi e incontri anche in luoghi istituzionali. Com'è cambiata in questo senso la sua vita e quella della sua famiglia?
«Non è stato semplicissimo conciliare lavoro, impegni familiari e presentazioni. Questo ci ha colti di sorpresa, anzitutto i miei genitori. Ma ne sono stati tutti felici, anche per i miei figli è bello vedere come l'impegno della madre abbia toccato il cuore delle persone, seguirmi alla Camera dei Deputati ala Commissione Femminicidi e in altre presentazioni nelle scuole, come ad Airola in un progetto In Goal per la parità di genere».

Chi è Marinella Sorrentino oltre la scrittrice e il personaggio che è diventato nel tempo?
«Una donna che ha dovuto lottare nella vita anche lei per trovare la sua identità, inizialmente proiettata su scelte che non sarebbero state nelle sue corde dal punto di vista lavorativo e che ha trovato nella scrittura uno sbocco, anche se in tarda età. Ma non sono la sola».
indice della pagina: Tgiste | Tutto TV | Donne



HOME SCHEDE+FOTO FORUM PREMIO TGISTE TUTTO TV DONNE INTERVISTE ARCHIVIO
Facebook  Twitter  Instagram

Telegiornaliste: settimanale di critica televisiva e informazione - registrazione Tribunale di Modena n. 1741 del 08/04/2005
Vietata la riproduzione, anche parziale, senza l'esplicito consenso del webmaster