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Archivio Telegiornaliste anno XXII N. 22 (833) del 14 ottobre 2026

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TGISTE
Jennifer Di Vincenzo, il mio nuovo inizio
di Giuseppe Bosso

Una doccia fredda per gli spettatori dell'emittente Rete8 in piena estate: Jennifer Di Vincenzo non condurrà più il contenitore mattutino Otto Mattina in Famiglia. L'abbiamo interpellata.

Bentrovata Jennifer. Perdonerai spero se iniziamo così a bruciapelo: ti è dispiaciuto chiudere l'esperienza di Otto Mattina in Famiglia?
«Moltissimo. Sarebbe poco sincero dire il contrario e, se fosse dipeso soltanto dall’affetto che provavo per quel programma e dal rapporto costruito con il pubblico, sarei andata avanti ancora a lungo. Allo stesso tempo, però, sono stati anni molto intensi e anche molto faticosi. Un programma quotidiano in diretta richiede un lavoro enorme, soprattutto quando gran parte di quello che il pubblico vede nasce da una preparazione che non si vede. Otto Mattina in Famiglia, infatti, non era per me soltanto conduzione: preparavo personalmente le scalette, scrivevo i testi, seguivo la costruzione dei contenuti ed ero di fatto anche autrice del programma. Spesso collaboravo anche con la regia, preparando o ideando le grafiche e tutto ciò che serviva a costruire la puntata. Forse dall’esterno si immagina una struttura più ampia, con autori e persone dedicate a ogni singolo aspetto. In realtà ho seguito il programma in maniera molto diretta e molto personale, praticamente dall’inizio alla fine. Ed è stata proprio questa responsabilità a renderlo così faticoso, ma anche così mio. Per questo la chiusura mi è dispiaciuta profondamente: perché non si chiude soltanto un programma, ma un pezzo di vita professionale nel quale ho investito tantissimo. Però oggi riesco anche a guardare a quegli anni con gratitudine, perché mi hanno insegnato moltissimo e mi hanno dato competenze che porterò con me in tutto quello che farò dopo».

Dispiaciutissimi anche gli spettatori che al tuo annuncio ti hanno inondata di messaggi di affetto: quali sono stati, se si può dire, quelli che ti hanno colpita maggiormente?
«Mi hanno colpita soprattutto i messaggi più semplici. Quelli di chi mi ha scritto mi facevi compagnia ogni mattina, oppure di chi mi ha raccontato che il programma era diventato un appuntamento fisso delle proprie giornate. Perché lì capisci una cosa molto bella della televisione locale: dall’altra parte non ci sono soltanto degli spettatori, ci sono persone con le loro abitudini, le loro giornate, a volte anche le loro solitudini. Sapere di essere stata per qualcuno una presenza familiare mi ha emozionata moltissimo. Mi ha colpita anche scoprire che alcune persone, non potendo seguire il programma al mattino per motivi di lavoro, recuperavano poi le puntate su YouTube. Alcuni mi hanno raccontato di essersi imbattuti quasi per caso in Otto Mattina in Famiglia durante una mattina libera e di aver poi iniziato a seguirlo regolarmente online. In particolare ricordo il messaggio di una telespettatrice che mi ha raccontato che lei e il marito, la sera, tornando a casa per cena, guardavano insieme le puntate che non erano riusciti a vedere durante la giornata. È una cosa che mi ha colpita moltissimo, perché significa che il programma era riuscito a entrare nella quotidianità delle persone anche al di là della sua collocazione televisiva. Ma mi hanno colpita anche i messaggi arrivati da alcune famiglie e da persone che avevano trovato in Otto Mattina in Famiglia uno spazio per temi che spesso, purtroppo, fanno più fatica a trovare voce altrove. Abbiamo parlato molto di disabilità, di disturbi specifici dell’apprendimento, di intelligenza artificiale e, più in generale, di questioni che spesso restano sullo sfondo ma che riguardano concretamente la vita di tante persone. Sapere che per alcune famiglie il programma era diventato un punto di riferimento, uno spazio in cui sentirsi rappresentate e una voce capace di amplificare determinate problematiche, per me ha avuto un valore enorme. E poi mi ha colpito la quantità di affetto ricevuto. Non me l’aspettavo in quelle proporzioni e credo sia stata una delle gratificazioni più belle di questi anni».

Cosa ti aspetta adesso?
«Per me si apre una fase professionale nuova all’interno di Rete8: entrerò a far parte della redazione occupandomi di informazione, tornando quindi in maniera ancora più diretta al mio lavoro di giornalista. È un cambiamento importante e lo considero una nuova sfida. Parallelamente, però, continuerò a portare avanti anche i miei progetti. Negli ultimi anni ho capito sempre di più quanto mi piaccia raccontare l’Abruzzo: i luoghi, le persone, i piccoli produttori, le tradizioni, il cibo, le eccellenze e soprattutto le storie che ci sono dietro. Continuerò a farlo anche attraverso i miei canali social, come ho sempre fatto, ma cercando di sviluppare sempre di più un linguaggio contemporaneo. Credo molto nel nostro territorio, ma credo anche che oggi non basti dire che l’Abruzzo è bello o che abbiamo prodotti straordinari. Bisogna saperli raccontare. Servono competenza e conoscenza, che ho cercato di costruire nel corso degli anni, ma servono anche strumenti nuovi. I social, se utilizzati bene, possono avvicinare le nuove generazioni a mondi che altrimenti rischiano di percepire come lontani. È una direzione nella quale voglio continuare a lavorare e sulla quale ho anche alcuni progetti personali».

Ultimamente tramite i tuoi social hai raccontato di un periodo non facile della tua vita in cui purtroppo sei stata vittima di bullismo negli anni della scuola, e di come con gioia hai ricevuto un bellissimo messaggio da parte di una tua insegnante. Cosa ti ha spinto ad aprirti su questa pagina dolorosa, un male purtroppo molto attuale tra i giovani e giovanissimi di oggi?
«Per tanti anni è stata una parte della mia storia che ho tenuto per me. Poi, crescendo, ho capito che raccontare anche le proprie fragilità non significa necessariamente esporsi o cercare compassione. Può significare dare un senso a quello che abbiamo attraversato. Ricevere quel messaggio dalla mia insegnante mi ha riportata improvvisamente alla ragazza che ero allora e mi ha fatto pensare a quanti ragazzi oggi possano sentirsi esattamente così: fuori posto, giudicati, derisi, magari convinti che quello che stanno vivendo durerà per sempre. Io oggi posso guardare quella ragazza da molto lontano e so quanta strada ha fatto. Per questo ho deciso di raccontarlo».

Quale messaggio hai cercato di trasmettere?
«Che quello che gli altri dicono di te non stabilisce chi sei e soprattutto non decide chi diventerai. A quell’età, però, è difficilissimo capirlo, perché una parola può pesare enormemente e il giudizio degli altri sembra definitivo. Vorrei che un ragazzo o una ragazza che sta vivendo qualcosa di simile sapesse che la vita è molto più grande del momento che sta attraversando. E vorrei anche che noi adulti imparassimo ad ascoltare di più. Il bullismo non può essere liquidato come una ragazzata: alcune parole e alcune umiliazioni rimangono dentro per anni».

La chiusura di Otto Mattina in Famiglia metaforicamente rappresenta anche un punto di ripartenza che a volte richiede di dover rinunciare a qualcosa ormai parte di noi per andare alla ricerca di una nuova sfida?
«Assolutamente sì. E forse questa è una delle cose che sto imparando maggiormente in questa fase della mia vita. Siamo portati ad aggrapparci a ciò che conosciamo perché ci dà sicurezza, anche quando sentiamo che dentro di noi qualcosa sta cambiando. Io non rinnego nulla di quello che ho fatto. Al contrario, porto con me ogni esperienza perché mi ha dato competenze, consapevolezza e anche una maggiore conoscenza di me stessa. Ma oggi sento anche il bisogno di evolvere, di sperimentare altri linguaggi, di raccontare altre storie e di costruire progetti che mi appartengano sempre di più. A 43 anni non considero affatto concluso il tempo delle nuove sfide. Anzi. Credo che ci sia un momento della vita in cui inizi a scegliere con maggiore consapevolezza dove vuoi mettere il tuo tempo e le tue energie. E forse è proprio da lì che cominciano le sfide più interessanti».

Tuo marito e i tuoi figli sono i tuoi punti di forza come hai raccontato. Ti senti più orientata a vivere con loro al meglio il presente o a pensare al domani che verrà?
«Sto cercando di imparare a vivere molto di più il presente. Non sempre ci riesco, perché sono una persona che pensa, programma, immagina continuamente quello che verrà. Però i miei figli stanno crescendo e questo inevitabilmente cambia la percezione del tempo. Ti rendi conto che alcune stagioni della vita passano molto più velocemente di quanto pensassi. La mia famiglia resta il mio punto fermo. Mio marito e i miei figli conoscono la parte di me che non arriva in televisione o sui social: le paure, la stanchezza, i dubbi, ma anche l’entusiasmo quasi infantile con cui riesco ancora ad appassionarmi a un nuovo progetto. Il futuro mi interessa e ho ancora tantissime cose che vorrei fare, ma non voglio che la corsa verso ciò che verrà mi faccia perdere quello che ho oggi».

Grazie per la tua disponibilità, Jennifer, in chiusura c'è qualcosa che vuoi dire a me o ai nostri lettori dopo questa nostra nuova, spero non ultima, chiacchierata?
«Prima di tutto grazie per avermi dato ancora una volta la possibilità di raccontarmi andando un po’ oltre quello che si vede in televisione o sui social. Sto vivendo un momento di cambiamento e, come tutti i cambiamenti, porta con sé un po’ di nostalgia ma anche molta curiosità. Continuo a credere profondamente nel giornalismo e nel valore del racconto, qualunque sia lo strumento attraverso il quale quel racconto arriva alle persone. E continuerò soprattutto a raccontare questa terra. L’Abruzzo ha ancora moltissime storie che meritano di essere conosciute: persone, luoghi, tradizioni, produttori che custodiscono un patrimonio enorme. Mi piacerebbe contribuire a raccontarlo con uno sguardo contemporaneo, senza retorica e senza trasformarlo in una cartolina, cercando invece di far capire anche alle nuove generazioni quanto valore abbiamo intorno a noi. Quanto al resto, non so esattamente dove mi porteranno i prossimi anni. E forse, per una volta, mi piace anche non saperlo».
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TUTTO TV
Anna Vagli, dentro le persone
di Giuseppe Bosso

Giurista, giornalista, criminologa e psicologa; ospite di varie trasmissioni televisive, conduttrice del programma radiofonico L’ultima traccia con Lucrezia Scardini e la presenza fissa di Corrado De Rosa, in onda su Rai Radio1 ogni venerdì alle 23.05, incontriamo Anna Vagli.

Benvenuta sulla nostra testata, dottoressa. Criminologa, psicologa, conduttrice radiofonica, autrice... ma chi è davvero Anna Vagli in tutte queste sue vesti?
«Chi sono davvero? Sicuramente una persona che non si è mai accontentata della prima versione di una storia. Né di quella degli altri, né della propria. Mi interessa quello che resta fuori dall’inquadratura: un silenzio, una contraddizione, una ferita. Tutto ciò che raccontiamo di noi ha un davanti e un dietro, e probabilmente io sono sempre stata attratta dal dietro. Credo che giornalismo, criminologia e psicologia siano solo tre modi diversi che ho trovato per cercare la stessa cosa: ciò che non si vede immediatamente. Poi, però, nel privato mi spoglio di tutti questi ruoli. Quando si spengono le telecamere, si abbassa il volume della radio e chiudo i libri, torno a una vita molto più semplice di quanto si possa immaginare. Una vita che custodisco gelosamente, forse proprio perché il resto di me è così esposto. In un tempo in cui sembra che esista soltanto ciò che condividiamo, io credo ancora nel valore delle cose che restano nostre. E lì sono semplicemente Anna».

Quando ha capito che il noir non sarebbe rimasto solo una passione di lettura?
«Quando il chi è stato? ha smesso di interessarmi quanto il perché l’ha fatto?. Credo che il passaggio sia avvenuto lì. Il caso di Yara Gambirasio è stato probabilmente il primo ad assorbirmi completamente, quasi in maniera ossessiva, e a farmi capire che quella curiosità stava diventando qualcosa di diverso. Poi la vita mi ha portata a incontrare personalmente alcuni meccanismi psicologici che fino a quel momento avevo osservato soltanto dall’esterno. E credo che quello abbia definitivamente cambiato la traiettoria della mia vita: ho smesso di voler capire soltanto che cosa accade nelle storie e ho iniziato a voler capire che cosa accade dentro le persone».

Si è definita una che "si difende come una tigre nelle arene televisive", dove lei è ospite assidua: qual è la cosa più difficile da far capire al pubblico in pochi minuti su un caso di cronaca nera?
«Che la verità non sta in un minuto e mezzo. In televisione il rischio è trasformare un’indagine in un referendum: colpevole o innocente, buono o cattivo, vittima o carnefice. Ma la cronaca nera non funziona così. Un dettaglio suggestivo non è una prova, un comportamento strano non è un indizio e una persona che non ci piace non diventa per questo un assassino. La cosa più difficile è ricordare che tra ciò che sappiamo e ciò che immaginiamo c’è uno spazio enorme. Ed è proprio in quello spazio che, troppo spesso, nasce il processo mediatico. Perché il sospetto fa audience, il dubbio molto meno. Ma noi non siamo lì per scegliere un colpevole: siamo lì per raccontare i fatti. E i fatti, a differenza del pubblico, non votano».

Dove mette il confine tra diritto di cronaca e rispetto per le vittime? Le è mai capitato di dire no a un invito o a un caso?
«Il confine è semplice: la cronaca deve raccontare il dolore, non divorarlo. Quando una vittima diventa un personaggio e una tragedia diventa intrattenimento, per me quel confine è già stato superato. Ultimamente accade spesso. Sì, ho detto dei no, anche in televisione. Il caso Garlasco, per esempio, è diventato una guerra di appartenenza: o sei da una parte o sei dall’altra. E spesso mi sono rifiutata di indossare una maglia, perché sono una professionista e il mio contributo deve prescindere dalla domanda: Ma tu da che parte stai?. Io sto dalla parte dei fatti, anche quando i fatti non fanno comodo a nessuno. E sì, ho rinunciato anche a incarichi di consulenza quando non condividevo la linea difensiva o non ritenevo di poterla sostenere professionalmente. Per lo stesso motivo: il mio nome non è in affitto».

Quanto conta per una criminologa oggi saper raccontare oltre che analizzare?
«Oggi conta moltissimo, soprattutto nell’epoca del true crime. Un caso che non sai raccontare rischia di non arrivare al pubblico; un caso che racconti troppo bene rischia di smettere di essere cronaca e diventare fiction. È su quel confine che si misura la responsabilità di chi fa questo mestiere. Per me raccontare significa rendere comprensibile la complessità senza sacrificarla allo spettacolo. Significa costruire un racconto che tenga chi ascolta dentro la storia, ma senza riempire i vuoti con ciò che sarebbe narrativamente più affascinante. Perché in un romanzo i vuoti li riempie lo scrittore; in un caso di cronaca, se una cosa non la sappiamo, deve restare un vuoto. Ed è forse questa la sfida più difficile del true crime: creare tensione senza inventarla, emozionare senza manipolare e raccontare un “caso” senza dimenticare che, prima di diventare una storia, è stata la vita di qualcuno».

L'iscrizione all'Ordine dei Giornalisti nel 2020 è stata una scelta strategica?
«No, tutt’altro. Non è stata una scelta strategica, è stata una scelta di passione. Io amo scrivere, l’ho sempre amato, e il giornalismo è stato uno dei primi modi che ho avuto per trasformare questa passione in un mestiere. E per questo non smetterò mai di ringraziare il mio primo direttore, Aldo Grandi, che nel 2018 mi diede fiducia e la possibilità di partire con una rubrica che si chiamava Sulla scena del crimine. In qualche modo, già quel titolo conteneva un pezzo di quello che sarei diventata. L'iscrizione all’Ordine nel 2020 non è stata quindi una mossa studiata a tavolino: è stata la conseguenza naturale di una strada che avevo già cominciato a percorrere».

Criminologa-opinionista è ormai un format tv. Questa sovraesposizione non rischia di svalutare la vostra credibilità professionale? Crime, podcast, reel da 60 secondi su Instagram... c'è il rischio è semplificare troppo tra tutte queste fonti?
«Il rischio non è semplificare: è banalizzare. E sono due cose molto diverse. Un reel di sessanta secondi può accendere una domanda, non può pretendere di contenere un’indagine. Il problema nasce quando il linguaggio dei social ci convince che sessanta secondi bastino per stabilire chi mente, chi è colpevole o quale sia la verità. Io cerco di usare ogni mezzo per quello che può dare: un reel deve aprire una porta, non chiudere un caso. Perché la complessità si può rendere accessibile, ma non si può amputare».

Ha definito Yara Gambirasio “una sorella minore” nel suo libro Al di là di ogni ragionevole dubbio: lavorare su casi mediatici così impattanti comporta una gestione dell'empatia particolarmente forte per non farsene travolgere; è stato così anche per lei?
«Assolutamente sì. Yara è stato il caso che più di ogni altro ha cambiato la traiettoria della mia vita e per questo il coinvolgimento emotivo è stato inevitabile. Ma a un certo punto impari una regola fondamentale: l’empatia ti deve permettere di avvicinarti a una storia, non di perderti dentro quella storia. Se ti fai travolgere, smetti di essere lucida; se non provi più niente, forse hai smesso di capire davvero ciò di cui stai parlando. Il difficile è stare esattamente nel mezzo. Perché dietro un fascicolo non c’è mai soltanto un caso: c’è una vita che qualcuno non ha più potuto vivere».

Nel suo ultimo libro Ti inventi le cose edito da Mondadori ha affrontato il tema del narcisismo, che è molto gettonato anche nei suoi ultimi reel e post su Instagram: tra i mali della nostra epoca in quale posizione lo collocherebbe?
«Non farei una classifica dei mali della nostra epoca, ma credo che il narcisismo tocchi un nervo scoperto del nostro tempo: viviamo in una società che premia l’immagine, la performance, la ricerca continua di conferme e, soprattutto, la sostituibilità delle persone. Ma nel mio libro parlo di narcisismo patologico proprio per sottrarlo alla banalizzazione social: non basta essere egoisti, tradire o comportarsi male per essere narcisisti patologici. Il vero pericolo è che una parola usata per spiegare tutto, alla fine, non spieghi più niente. E forse il paradosso della nostra epoca è proprio questo: parliamo continuamente di narcisismo, ma continuiamo a confonderci quando ce lo troviamo davanti».

A conclusione della nostra chiacchierata cosa sente di dire? Ho superato il 'test tigre nelle arene televisive', se così si può dire?
«Direi di sì, è sopravvissuto. Ma la tigre la lascio alle arene televisive. Fuori da lì sono molto meno combattiva di quanto possa sembrare. E forse è proprio questo che mi piacerebbe restasse di questa chiacchierata: dietro i titoli, i libri, la televisione, la radio e tutte le definizioni professionali, c’è una ragazza molto semplice che continua ad avere una curiosità quasi ossessiva per le persone e per quello che si nasconde dietro ciò che mostrano. In fondo, credo che tutta la mia vita professionale nasca da una sola domanda: “Cosa c’è dietro?”. E ho il sospetto che non smetterò mai di cercare la risposta».
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DONNE
Letizia Vicidomini, vi presento Maria Cristina
di Giuseppe Bosso

Possiamo ormai definirla una delle amiche storiche della nostra testata da ormai oltre quindici anni. Ed è sempre un piacere incontrarla quando promuove le sue pubblicazioni, apprezzate in tutta Italia e non solo. Stavolta, però, Letizia Vicidomini mette (per ora) da parte il suo celeberrimo commissario Andrea Martino, che aveva caratterizzato le sue ultime storie, per presentare ai suoi lettori un nuovo personaggio, Maria Cristina, di professione psicologa. Niente delitti su cui indagare o misteri da risolvere, ma storie non meno capaci di portare lettori e lettrici a immedesimarsi per la straordinaria carica di umanità che l'autrice riesce a imprimere come sempre. Da settembre è in libreria La terapia dei sentimenti, edito da iDobloni.

Bentrovata, Letizia, sulle nostre pagine e in libreria. Stavolta non con una nuova avventura del commissario Andrea Martino ma con una diversa protagonista. Come nasce questo libro?
«Il seme di questa storia ha radici lontane, circa dieci anni fa, quando ero già lanciata nel mio universo noir, ma pensavo a una digressione, di stile e linguaggio. Il plot era chiaro e nitido, ma non ho avuto il tempo di sviluppare la narrazione fino a quando non ho avuto una richiesta specifica da Mariana Marenghi de Idobloni. Si è fidata di mezza paginetta, una sinossi essenziale carica di entusiasmo, e pare sia andata bene, il romanzo piace molto».

C'è comunque un filo comune con le tue precedenti opere o per il tuo percorso letterario è un nuovo inizio?
«Si tratta decisamente di un nuovo inizio, ma permane la mia voglia – e necessità – di esplorare l’animo umano. Nelle indagini di Andrea Martino aiuta l’ex commissario a comprendere le ragioni del male, mentre Maria Cristina lo fa per lavoro, ma anche spinta da una forte motivazione umana».

Qual è il messaggio che hai cercato di trasmettere con La terapia dei sentimenti?
«Mi piacerebbe spingesse le persone a guardare dentro di sé, riconsiderando le relazioni alla luce della fragilità di ognuno, che va riconosciuta e accudita».

Viviamo in un'epoca dove le relazioni affettive sono ostacolate da infiniti problemi, mancanza di comunicazioni, limitata attenzione... per tutto questo basta una terapia?
«Naturalmente andare da un terapeuta non risolve definitivamente le proprie difficoltà, i problemi, le ansie, ma può essere un buon inizio. In realtà la mia protagonista, come tutti i bravi professionisti, non offre soluzioni preconfezionate, ma mette uno specchio davanti al paziente e lo obbliga a guardarsi, e fare pace con il sé più profondo».

Tu e la psicologia: un rapporto che si è sviluppato oltre il libro?
«Il mio personaggio è vivo e vero, mi segue nel quotidiano e mi aiuta a trovare risposte o a farmi domande. Accade con tutte le storie che scrivo, ma stavolta credo di aver trovato un’amica».

Non solo libri, come sempre, sei impegnata nuovamente anche come attrice teatrale per la prossima stagione?
«Sono impegnata in uno spettacolo delizioso, Femminile plurale, scritto e interpretato da me e Giovanna Tortora, in scena al Teatro La Locandina di Pagani, che rende omaggio alle donne del teatro e del cinema, da sempre raccontate dai grandi drammaturghi e registi. La regia è una nuova, esaltante avventura e, come ben sai, non mi tiro mai indietro davanti alle sfide».
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