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Intervista a Camilla Murri De Angelis   Tutte le interviste tutte le interviste
Camilla Murri De AngelisTelegiornaliste anno XXII N. 7 (818) del 25 febbraio 2026

Camilla Murri De Angelis, passione voce
di Giuseppe Bosso

Incontriamo Camilla Murri De Angelis, doppiatrice esponente di una delle più storiche famiglie che hanno caratterizzato questa disciplina.

Te l'avranno chiesto infinite volte, immagino: la tua provenienza familiare è stata più un ostacolo o un'agevolazione nel voler ripercorrere la strada di tua madre Eleonora De Angelis?
«Dico sempre che poter essere la quarta generazione di doppiatori della mia famiglia è qualcosa che mi riempie di orgoglio. L’idea di continuare lo stesso mestiere che faceva il mio bisnonno mi emoziona profondamente e mi sento molto fortunata ad aver avuto la possibilità di portare avanti questa tradizione. Le mie origini familiari hanno rappresentato fin dall’inizio una doppia dimensione, fatta di opportunità, ma anche di responsabilità e aspettative. Contrariamente a quanto molti pensano, venire da una famiglia di doppiatori non basta per lavorare nel doppiaggio: se non si è all’altezza, nessuno ti fa lavorare, nemmeno i tuoi parenti. Ho iniziato da piccolissima, poi mi sono fermata intorno ai dodici anni e ho ripreso dopo l’università, a 23 anni. Credo che quella pausa sia stata fondamentale: mi è servita per capire che questo lavoro non lo faccio solo perché appartiene alla mia famiglia da generazioni, ma perché è una passione autentica. Se non fosse stato così, probabilmente avrei scelto un’altra strada. È innegabile che la mia provenienza familiare sia stata un’agevolazione, perché mi ha permesso di instaurare, fin da bambina, rapporti prima di tutto umani con i professionisti del settore e mi ha sicuramente aperto alcune porte. Tuttavia, come dicevo prima, questo non è sufficiente. Allo stesso tempo, può essere anche un ostacolo: a volte si sente il peso di un cognome importante, altre volte si viene giudicati come “agevolati” a prescindere, senza che vengano davvero valutate le capacità artistiche. Per questo ho sempre sentito il bisogno di dimostrare, prima di tutto a me stessa, di meritare questo percorso».

Una voce, infiniti potenziali volti, si potrebbe così sintetizzare la vostra figura: e quali tra questi hai sentito maggiormente vicini al tuo modo di essere, e quali invece l'opposto?
«Tra i personaggi che ho sentito più vicini al mio modo di essere, mi viene subito in mente Katie nella serie Doc (versione americana). È una ragazza dolce, sensibile e diligente, nella quale mi sono ritrovata spesso, anche nel modo di affrontare situazioni delicate, soprattutto in ambito familiare. Dare voce a un personaggio che ci somiglia è molto bello, perché tutto risulta più naturale e spontaneo, e credo che questa naturalezza sia il traguardo più importante quando si presta la voce a qualcuno. All’estremo opposto c’è invece Lara Seligman nella serie Legado: un’adolescente estremamente ribelle, tutto ciò che io non sono mai stata. Ha un atteggiamento molto distante dal mio, è diffidente, spigolosa, ma allo stesso tempo molto coraggiosa e con un fortissimo senso della giustizia. Proprio per questo è stata una grande sfida interpretativa. In generale, è sempre molto stimolante doppiare personaggi lontani da sé, perché permette di esplorare lati della propria personalità che magari non conoscevamo e che, al di fuori di quel personaggio, non avremmo mai avuto occasione di scoprire

Attraverso i social hai modo di interagire con i fans e gli spettatori delle serie e dei personaggi a cui presti voce: questo filo diretto ti ha anche fornito qualche indicazione su eventuali miglioramenti o accorgimenti da prendere?
«Personalmente non mi è mai capitato di ricevere indicazioni o suggerimenti legati al mio lavoro attraverso i social. In generale, però, credo che quando si svolge un mestiere che espone al pubblico – come accade in tutti i lavori artistici – i social siano uno strumento ambivalente: da un lato permettono un contatto diretto e prezioso con fan e spettatori, dall’altro possono anche amplificare critiche sterili o commenti poco costruttivi. Per questo penso sia importante dare loro il giusto peso e mantenerne un uso equilibrato. Al momento utilizzo i social in modo piuttosto personale: il mio profilo è privato e alterno contenuti legati al doppiaggio ad aspetti della mia vita quotidiana. Anche per questo non ho avuto molte occasioni di interagire direttamente con il pubblico delle serie o dei personaggi a cui presto la voce, ma resto comunque curiosa e aperta a questo tipo di confronto, se vissuto in maniera sana e rispettosa».

Se potessi idealmente “rubare” un'attrice o un personaggio di quelli a cui tua madre ha prestato voce quale sceglieresti?
«Beh, senza dubbio “ruberei” Jennifer Aniston. Non solo perché è l’attrice preferita di mia madre, ma anche perché è da sempre una delle mie preferite. La considero straordinaria, capace di essere credibile e brillante in qualsiasi registro, da quello comico a quello più drammatico. Ho visto praticamente tutti i suoi film, ci sono cresciuta, e proprio perché ha sempre avuto la voce di mia madre l’ho percepita come una presenza familiare, quasi come se la conoscessi davvero. In particolare adoro il personaggio di Rachel in Friends: deve essere stata un’esperienza incredibile doppiarla, di un divertimento unico. Se potessi scegliere, quindi, non avrei dubbi: sceglierei sicuramente lei».

Siete stati una delle prime categorie ad avvertire i rischi connessi all'introduzione dell'intelligenza artificiale, che ormai possiamo dire essersi estesi non solo al settore artistico. Secondo te siamo davvero a un punto di non ritorno?
«Credo che siamo sicuramente a un punto di non ritorno dal punto di vista tecnologico: l’intelligenza artificiale continuerà ad avanzare ed è inutile negarlo. Allo stesso tempo, però, sono convinta che l’emozione sia qualcosa di non replicabile artificialmente. Alla fine tutto dipenderà dalla volontà del pubblico di continuare a cercare quell’emozione, quella vibrazione, quella “sporcatura” tipicamente umana che, secondo me, l’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire davvero. Penso spesso a come, nel corso della storia, tanti mestieri e tante abitudini siano cambiati con l’arrivo di nuove tecnologie o di Internet. Un esempio su tutti è il Kindle: è un’invenzione geniale e comodissima, eppure il libro di carta non è scomparso. Molte persone continuano a preferire la carta, il suo odore, il gesto di mettere un segnalibro, perché sono tutte esperienze legate alle emozioni, che un supporto digitale non può restituire allo stesso modo. Spero che accada lo stesso con il cinema e il doppiaggio: che il pubblico continui a scegliere le emozioni che un doppiatore può regalare, piuttosto che un risultato magari pulito, ma basico e privo di anima. Chi apprezza davvero i prodotti doppiati percepisce subito la differenza, soprattutto quando è abituato a certe voci, con caratteristiche umane e naturali difficilmente replicabili. Inoltre, tanti professionisti si battono ogni giorno per proteggere il nostro mestiere – e in generale tutti i mestieri artistici – dalle possibili derive. Per questo, forse anche con un pizzico di ingenuità, resto fiduciosa».

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