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Intervista a Claudia Cocuzza   Tutte le interviste tutte le interviste
Claudia CocuzzaTelegiornaliste anno XXII N. 17 (828) del 27 maggio 2026

Claudia Cocuzza, la mia forestiera
di Tiziana Cazziero

Incontriamo Claudia Myriam Cocuzza per parlare del suo romanzo La forestiera (Il Giallo Mondadori).

Salve Claudia, ben arrivata. La forestiera, come nasce questo romanzo?
«Grazie per l’ospitalità, Tiziana. Un saluto a lei e a chi ci legge. La forestiera nasce esattamente dal titolo, ovvero dalla sua protagonista, lady Florence Trevelyan, un personaggio storico realmente vissuto e con una biografia così ricca e affascinante che sembra romanzata così com’è. Io ho voluto restituirla alla Storia, accentuando gli aspetti reali del suo vissuto che fanno al caso mio, che cioè risultano funzionali al giallo: fu un’esperta naturalista e botanica, quindi non ho fatto altro che trasformarla in una botanica forense ante litteram, in un’epoca in cui questa non era riconosciuta come disciplina e quindi non veniva applicata alla risoluzione di vicende giudiziarie».

Il titolo lo ha scelto all’inizio o in corso d’opera?
«Il titolo è nato insieme al romanzo, con una sfumatura un po’ diversa; il mio titolo originario era ‘A francisa, e c’è un motivo storico. Siamo nel 1884 a Taormina, che non era ancora la meta del turismo internazionale famosa oggi in tutto il mondo; si stava affacciando da pochi anni a un turismo ricco e elitario, ma gli stranieri che si vedevano in giro erano davvero pochi così, per gli abitanti di quello che era ancora un borgo di pescatori, chiunque venisse da Oltralpe era francese, senza badare troppo alla geografia, e Florence non faceva eccezione; anzi, ancora oggi è ricordata come ‘A francisa. Ho poi tradotto titolo – ed epiteto – in italiano, ma volendo dare un’accezione diversa: non era solo una straniera, ma una forestiera, ovvero una donna che viene da fuori, da un mondo “altro”, una specie di animale esotico che desta curiosità e sospetto, e che ha dovuto imparare il luogo e le persone per farsi accettare e amare, come poi è accaduto».

Che cosa ha ispirato la storia?
«L’ispirazione è nata dalla storia del personaggio: una donna caduta in disgrazia presso la corte di Sua Maestà la Regina Vittoria a causa della sua relazione adulterina con Edoardo del Galles, futuro re Edoardo VII, e che sceglie Taormina come meta del proprio esilio. Sceglie la Sicilia, che è terra di emigrazione, non viceversa, e la ama così tanto da decidere di stabilircisi per sempre, tanto che la sua salma è tuttora custodita qui, curandola e trasformandola tanto da contribuire a renderla la Perla dello Jonico della cui bellezza noi tutti oggi godiamo. Lady Trevelyan fu la regina della Belle Époque taorminese; ospitò nella sua casa personaggi del calibro di Wilde, D’Annunzio, il Kaiser Guglielmo, i Florio, facendo sì che Taormina fosse riconosciuta come parte dei circuiti turistici dell’epoca; acquistò l’Isola Bella quando era ancora lo Scoglio di Sant’Andrea, e lo rese una riserva naturale che oggi è inserita nella tentative list UNESCO. La sua storia, in definitiva, ha ispirato la mia».

Come nasce la passione per il giallo?
«Nasce dalla mia curiosità, da cui dipendono i miei gusti di lettrice. Mi piace osservare, capire, scoprire cosa c’è dietro quello che si vede; mi piace giocare con gli indizi, sia quando scrivo che quando leggo, chiedermi quali sono le pulsioni segrete che spingono le persone a comportarsi in un certo modo. Per tutte queste ragioni sono una grande lettrice di gialli e scriverli è stata la naturale deriva».

Come concilia la passione per la scrittura, il lavoro e il ruolo di caporedattrice della rivista Writers Magazine Italia?
«Non le concilio, nel senso che non esiste un equilibrio perfetto; una giornata tipo che è armonica e alla fine della quale posso dire di aver fatto tutto quello che avrei dovuto fare e di averlo fatto bene. Mi arrangio, semplicemente. Certi giorni sono sommersa dal lavoro e non riesco a scrivere nemmeno una parola, altri sono meno faticosi e allora mi dedico alla rivista, a quello che sto scrivendo in quel momento, alla lettura. Fare tutto e farlo bene non è possibile. E in tutto ciò c’è anche la famiglia – grazie a Dio, aggiungerei – e anche quella richiede cura e attenzioni».

La rivista a quale pubblico è rivolta?
«La Writers Magazine Italia è la rivista per scrittori più longeva del panorama nazionale. Non esiste nulla di simile. È rivolta agli scrittori, agli aspiranti tali e ai lettori curiosi, cioè a tutte quelle persone che vogliono sapere cosa c’è dietro a un libro. Affrontiamo tutti gli argomenti di interesse per gli scrittori, dalle tecniche di scrittura agli aspetti più pratici che chi si affaccia per la prima volta sul mondo dell’editoria deve conoscere (come proporsi a un editore, qual è il ruolo delle agenzie letterarie, perché partecipare ai concorsi e come riconoscere quelli seri ecc.); pubblichiamo narrativa di alto livello, dando spazio a voci nuove anche grazie al nostro premio che vanta un albo d’oro di tutto rispetto. Tra l’altro, ogni numero della rivista viene inviato alle principali case editrici italiane, che tramite noi fanno scouting, quindi essere presenti sulla WMI fa curriculum e può essere un importante trampolino di lancio. Io per prima sono cresciuta come autrice grazie alla Writers Magazine Italia».

Tra le tante attività letterarie si occupa anche del Termini Book Festival: può parlarci di questo evento?
«Il Termini Book Festival, giunto alla settima edizione, è un festival letterario che è cresciuto moltissimo negli anni. Non è solo una vetrina autoriale, ma un contenitore attraverso il quale il suo ideatore e direttore artistico, lo scrittore Giorgio Lupo, e con lui tutto lo staff, cerca di diffondere la cultura del libro e del bello, declinato non solo come letteratura. L’anno scorso, per esempio, abbiamo ospitato una mostra pittorica permanente e ogni sera abbiamo avuto un cammeo teatrale, curato dall’attore Mimmo Minà. Oltre questo, il TBF entra nel sociale, nella convinzione che alienarsi da ciò che ci circonda, seppur per il tempo limitato del festival, non sia coerente con una visione sana e oggettiva del mondo, per cui durante ognuno dei tre giorni abbiamo almeno un momento di riflessione e dibattito a cui intervengono personalità in grado di affrontare il tema scelto. Il festival si tiene a Termini Imerese (PA), quest’anno dal 4 al 6 settembre. Siete tutti i benvenuti».

Quali sono i prossimi progetti letterari?
«È appena uscita, 28 aprile 2026, un’antologia mostruosa – nel vero senso della parola –, la 666 racconti del terrore, che ho curato insieme a Marika Campeti, co-caporedattrice della WMI, e a Paolo Di Orazio, uno dei Maestri – e non dico “Il Maestro” per modestia – dell’horror italiano, colui da cui nasce lo splatter punk in Italia. In occasione della prima presentazione della 666, Marika e io abbiamo annunciato che cureremo una serie di antologie, tematiche ma non di genere, che avranno il marchio Writers Magazine Italia. Dovremmo partire con le selezioni per il primo volume entro il 2026. Adesso però sono assorbita da un progetto a cui tengo tantissimo e che sto realizzando con Giorgio Lupo. Si tratta di una saga ambientata tra gli inizi del XIX e la prima metà del XX secolo; il progetto esiste già, compresa la suddivisione in romanzi, e siamo a buon punto della stesura del primo. Scrivere a quattro mani è divertentissimo e la storia mi piace da morire, quindi spero davvero possa arrivare presto tra le mani dei lettori».

Grazie per il suo tempo, siamo al termine di questa chiacchierata, se vuole aggiungere qualcosa non detto, questo spazio è suo.
«Una cosa, sì. Grazie a chi, come lei, dà spazio a voci nuove come la mia, permettendoci di farci conoscere, e grazie ai lettori che ci danno fiducia leggendo le nostre storie. Grazie a voi cresciamo, ci miglioriamo e continuiamo a scrivere, a inventare, a sognare».

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