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Intervista a Marco Bonini   Tutte le interviste tutte le interviste
Marco BoniniTelegiornaliste anno XXII N. 16 (827) del 20 maggio 2026

Marco Bonini, si salvi chi può!
di Giuseppe Bosso

Marco Bonini, laureato in filosofia, è attore, sceneggiatore, regista e scrittore. Nel 2015 ha firmato con Edoardo Leo la sceneggiatura del pluripremiato Noi e la Giulia. È tra i protagonisti della fortunata trilogia di Sydney Sibilia Smetto quando voglio. Nel 2019 vince il premio Elsa Morante e pubblica il suo primo romanzo Se ami qualcuno dillo (Longanesi). Nel 2022 è uscito L'arte dell'esperienza (La nave di Teseo), un saggio filosofico sulla funzione pubblica della recitazione, premiato da Michela Marzano al concorso premio InediTO, e nel 2024 Se mi manchi è più bello (Ribalta edizioni). Ha curato la regia teatrale di La Vittoria è la balia dei vinti, un adattamento tratto dai suoi racconti e interpretato da Cristiana Capotondi, è protagonista dell'acclamata versione teatrale di Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese. Nel 2025 pubblica il suo quarto libro L'amorevole grado di separazione (SEM-Feltrinelli) secondo romanzo. Nel 2026 dirige la trasposizione cinematografia di Se ami qualcuno dillo. Oggi lo incontriamo per parlare del suo libro Maschi, si salvi chi può!

Qual è il movente del libro?
«Mi sembra ormai evidente che la condizione del maschio caucasico eterosessuale cis gender sia in pieno declino e finalmente aggiungerei. Ciò che non è ancora evidente a quasi nessuno e nessuna è la destinazione della sua parabola identitaria. Questa pericolosa lacuna credo stia rallentando e affaticando questa necessaria transizione antropologica. Intanto sgombriamo il tavolo da un primo grande equivoco. La violenza maschile non è un problema di scarsa “gentilezza”, né di scarso autocontrollo maschile, è un problema di identità maschile. Nel dibattito sulla questione di genere siamo tutti e tutte giustamente molto concentrati sul women enpowerment, ma pochi ragionano sul man enpowerment. L'identità maschile è invece non solo la genesi di tutti i problemi di genere, ma anche un tassello importantissimo della loro soluzione. Solo un nuovo modello maschile post-patriarcale potrà favorire e accellerare la transizione».

In sintesi di che parla il libro?
«Muovendomi su un terreno filologicamente rigoroso ma ironico, destrutturo la narrazione classica per dimostrare come la prevaricazione patriarcale sia spesso una risposta rozza a due "inferiorità" biologiche del maschio: la limitata potenza sessuale e l'incapacità gestazionale. Attraverso cinque racconti divulgativi, il testo rilegge i miti fondanti della nostra cultura: dalle ambiguità della Genesi sulla creazione della donna, al desiderio di Zeus di appropriarsi dell'apparato riproduttivo femminile fino a "partorire" dalla propria testa, passando per un Ulisse comicamente confuso tra egoismo e desiderio di empatia. L’obiettivo è quello di rispondere al declino del maschio predatorio caucasico con un’urgente proposta di man empowerment: ai maschi si chiede un passo avanti, verso una nuova virilità che esalti una relazionalità affettiva e paritaria, trasformando la questione di genere in una straordinaria opportunità di liberazione e riscatto per l'uomo stesso».

Quale sarebbe secondo te la soluzione?
«L'educazione di massa all'armonia. L'armonia è una relazione equilibrata fra le parti. L'armonia è nella natura e nell'arte come rappresentazione sintetica, simbolica ed emotiva della stessa natura. L'armonia è una facoltà umana, maschile e femminile, che si sviluppa e raffina attraverso la pratica. Si impara a suonare suonando ogni giorno. Si impara a ballare ballando tante ore al giorno. Si impara a relazionarci con gli altri in modo paritario esponendoci regolarmente e intenzionalmente alle diversità degli altri. Solo imparando a danzare con gli altri si impara a vivere armonicamente. L'armonia è l'unica soluzione al patriarcato».

Perchè hai scelto l'ironia per fare filologia classica?
«Perché l’arte come rappresentazione sintetica simbolica ed emotiva della natura umana e quindi della società, come un alambicco di distillazione del senso della società non può non essere democratica e popolare perché è fatta per il popolo, é uno strumento di emancipazione collettiva, di sviluppo del linguaggio popolare che l’artista deve conoscere a fondo ma riformulare. Non limitandosi a copiarlo come fa l’intrattenimento commerciale che scimmiotta il popolo, o elitarizzandolo come fa l'accademia. Attenzione l'arte non può non essere e farsi accademica. Ma mentre lo studio analitico della società, si configura come uno smascheramento scientifico, una scomposizione dei meccanismi della società , l’arte, nutrendosi dalla stessa analisi, potremmo dire li ri-maschera, li ricompone in un dipinto figurativo di più immediata interpretazione. L’arte restituisce così al popolo il risultato dell’accademia, rendendolo appunto sintetico, simbolico ed emotivo. In una parola democratizzando. L'arte deve costruire una esperienza conoscitiva collettiva e ludica. L’esperienza dell’arte deve sempre essere piacevole, bella, emozionante, divertente e illuminante. Deve dare voce a ciò che il popolo sente già, ma non sa come dire. Il popolo deve riconoscersi e capire qualcosa in più di sé grazie all’arte. Quando questo succede l’artista é un servitore pubblico e il popolo il suo committente. L'ironia in questo senso è una chiave d'accesso all'inconscio collettivo».

I personaggi che hai interpretato in qualche modo hanno influito sulla tua attività letteraria?
«Ne parlo in un mio libro che si chiama L’arte dell’esperienza, interpretare un personaggio é come visitare una città che non si conosce o leggere un libro che non si è letto, é pari ad una vera e propria esperienza e di conseguenza ti cambia, ti fa crescere, ti spaventa, ti disgusta o ti fa innamorare esattamente come un’esperienza reale, per rispondere alla tua domanda, sì ogni personaggio che mi ha toccato mi ha cambiato. Non tutti i personaggi che ho fatto mi hanno toccato come non ci si innamora di tutte le persone che si incontrano».

Qual è stato finora il riscontro che hai avuto dai lettori e dalle lettrici, se si può fare una distinzione dei punti di vista?
«Si può decisamente fare una distinzione per numero di lettori che è pari ad un uomo ogni nove donne. Nel merito della scrittura nessuno mi ha mai insultato, che mi sembra un ottimo risultato. I feedback mi sembrano positivi mi riconoscono ironia e una certa onestà nella narrazione emotiva. Che mi fa molto piacere».

E dai tuoi colleghi attori?
«Il riscontro avuto dai miei colleghi è principalmente focalizzato nei testi teatrali e cinematografici che ho scritto e che mi sono trovato a dirigere. Cristiana Capotondi, per esempio, che ho diretto ne La vittoria é la balia dei vinti fosse molto soddisfatta del lavoro fatto insieme sull’interpretazione del testo e che si divertisse molto a giocare con le mie parole».

Libro a parte dove potremo vederti prossimamente?
«Sto montando il mio primo lungometraggio da regista tratto dal mio primo romanzo Se ami qualcuno dillo con Giovanna Mezzogiorno, Edoardo Leo e Claudia Gerini, l’uscita prevista per febbraio 27. E ho scritto e interpretato insieme a Clemente Pennarella un documentario diretto da Melania Maccaferri che si chiama Europa, una barca, si tratta di un viaggio su una barca chiamata Europa, da Oslo a Ventotene, attraverso le acque interne di tutta Europa intervistando avventori sull’identità europea».

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