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Telegiornaliste anno II N. 28 (60) del 17 luglio 2006


MONITOR Giuliana Lucca, da attrice a giornalista di Giuseppe Bosso

Da attrice teatrale in erba a giornalista di classe. E dopo la gavetta, volto di Canale Italia.
Questa settimana Telegiornaliste incontra Giuliana Lucca.
Da aspirante attrice a giornalista. Una scelta un po’ controcorrente la tua…
«Il mio sogno è sempre stato quello di fare l’attrice teatrale e per questo ho frequentato l’accademia nazionale di arte drammatica Silvio D’Amico, a Roma. Poi, però, ho dovuto lasciarla per motivi personali e, una volta tornata a Padova, ho comunque cercato di intraprendere una strada che mi permettesse di mettere a frutto ciò che avevo imparato. Ho risposto a un’inserzione, ho cominciato a fare la speaker, e a collaborare con alcuni giornali. Del resto, scrivere mi è sempre piaciuto».
Ci sono degli argomenti che preferisci seguire rispetto ad altri?
«La politica mi ha sempre affascinato e ho anche avuto la fortuna di essermene potuta occupare costantemente, sia in passato che a Canale Italia ».
Le emittenti locali sono una buona palestra per i giornalisti in erba?
«Sicuramente. Rispetto alle grandi emittenti nazionali, si respira un’atmosfera più tranquilla e ci sono ritmi meno frenetici. Per quanto mi riguarda, il salto di qualità l’ ho fatto quando sono passata alla tv de Il Sole 24 Ore e mi sono trasferita a Milano, per poi andare a Canale Italia».
Come consideri l’informazione fatta da un’emittente aziendale? C’è posto per l’informazione pura o somiglia all’attività di un ufficio stampa che fa “comunicazione aziendale”?
«Non direi. Per l’esperienza che ho avuto ti posso assicurare che l’atmosfera è la stessa che si respira in una tv locale, con ritmi flessibili e meno competizione, a differenza dei grandi canali nazionali».
Meglio un tg o una trasmissione di approfondimento?
«Il mio sogno è condurre un talk show politico. Ma per una donna, nonostante si sia nel terzo millennio, ci sono ancora molte difficoltà rispetto agli uomini, che invece prevalgono nei posti di comando. Eppure ci sono conduttrici in gamba, anche a livello nazionale. Certo, condurre il tg mi dà molta soddisfazione».
Quali sono le tue aspirazioni future?
«Sono molto soddisfatta del lavoro che sto facendo e sono lieta di aver contribuito al successo di Canale Italia: da emittente del Triveneto è passata, di recente, sul satellitare, ottenendo un buon seguito anche a livello nazionale. Valuterò le proposte che potrò ricevere, ma al momento sono molto contenta così».
Riesci a conciliare lavoro e vita privata?
«Premetto di non avere figli e finora non ho avuto grandi problemi. Probabilmente se ne avrò qualcosa potrà cambiare, ma per ora non posso lamentarmi. Del resto, chi mi conosce sa che non faccio una vita da “impiegata”, con cartellini da timbrare e orari da seguire».
CRONACA IN ROSA Botte mondiali di Antonella Lombardi

Bastano pochi istanti per passare dalla gioia euforica all'inferno.
E' successo a Roma, dopo la finale Italia- Francia, nel centro storico della città.
Se in centinaia, davanti ai maxischermi del Circo Massimo, hanno esultato per il risultato raggiunto, senza tuttavia provocare incidenti, sono bastati pochi facinorosi e alcuni atti di vandalismo compiuti poco dopo nelle vie della città per rovinare una festa collettiva.
Bombe carta, autobus e vetrine devastate, cassonetti rovesciati o dati alle fiamme. In piazza del Popolo e nelle altre vie del centro, dopo la festa iniziale, carabinieri e poliziotti sono stati feriti. Scene da guerriglia urbana si sono viste a Campo de fiori, nei pressi dell'ambasciata francese.
Episodi che hanno esasperato le forze dell'ordine, provocando qualche reazione scomposta. Nella piazza Sant'Andrea della Valle, poco distante dal Senato, una pattuglia di celerini ha colpito anche dei passanti ignari degli scontri avvenuti poco distante. Gruppi di giovani, famiglie, persino un sacerdote, tutti sono stati coinvolti in uno scontro insensato: c'è chi ha fatto presente, tra le urla e i colpi di manganello, di stare semplicemente passeggiando, chi è scappato, chi è stato travolto dalla folla.
Attimi di panico e follia a cui qualcuno è riuscito a scampare grazie a una via di fuga o al portone aperto di un palazzo. Chi era lì per festeggiare è stato manganellato senza motivo, colpevole solo di essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. E con la deprimente sensazione di non poter nemmeno chiedere aiuto alle forze dell'ordine.
Scene da film che non risparmiano nessuno. Perché?
Per fortuna c’è anche qualche poliziotto che, con comprensione e gentilezza, capisce la gravità dell’equivoco e consiglia percorsi alternativi per evitare le zone in cui si stanno verificando altre cariche e incidenti. Da comuni cittadini diciamo grazie.
Quando il caos e gli scontri finiscono si contano i danni e i feriti: è scioccante vedere lo smarrimento nelle facce di chi pensava di assistere a una festa e si è ritrovato coinvolto in una guerriglia urbana: vetri rotti, sangue, motorini rovesciati e sirene di ambulanze sullo sfondo.
Roma è come spaccata in due, con il suo lungotevere a separare chi festeggia con i caroselli e le bandiere da chi ha stupidamente deciso di trasformare in dramma una festa. Gli scontri si spostano altrove, tra negozi saccheggiati, cittadini e poliziotti contusi. L'indomani compaiono persino delle svastiche sui muri del ghetto di Roma.
E la partita?
E' un ricordo lontano, sullo sfondo, in questa notte che non finisce mai, come il lungotevere percorso a piedi, via dalla pazza folla.
CRONACA IN ROSA In viaggio con Fido e Fuffi di Erica Savazzi

Sta per scadere il tempo per decidere dove passare gli agognati giorni di ferie: Italia o estero? Mare o montagna? Cultura in città o natura in campagna? E Fido e Fuffi? Dove lasciarli?
Seppure in ritardo, rispetto al resto d’Europa, anche i luoghi di vacanza nostrani iniziano a comprendere le esigenze di padroni con quattrozampe al seguito. Sono quindi nati servizi alberghieri e spiagge per animali. Per esempio, il Trentino Alto Adige propone vacanze a tema col proprio cane, mentre alcuni appartamenti dell’Isola d’Elba fanno degli animali i protagonisti dei soggiorni, tanto che le loro foto accolgono i visitatori del sito internet.
E infatti internet è una gigantesca fonte di informazioni anche in questo campo: alcuni portali specializzati hanno al loro interno archivi di strutture abilitate a ospitare padroni e animali.
Se invece non è possibile portare in viaggio gli amici cane e gatto, esistono due soluzioni: o li si lascia da un amico o da un parente fidato, o si può cercare una pensione per animali. Ormai ne esistono parecchie su tutto il territorio nazionale. Anche qui la ricerca può essere fatta agevolmente online.
In questo caso bisogna però visitare la struttura prescelta accertandosi del buon trattamento riservato agli ospiti, e considerare che Fido e Fuffi soffriranno il trasferimento repentino in un luogo sconosciuto e la lontananza dal padrone.
Come estrema ratio ci si può anche rivolgere ai dog sitter, persone che per lavoro coccolano a accudiscono il vostro cane.
Attenzione poi ai mezzi scelti per recarsi al luogo di soggiorno: bisogna accertarsi che il trasporto di animali sia consentito. In aereo gli animali di piccola taglia possono generalmente viaggiare in cabina con i padroni, mentre quelli più grandi devono essere trasportati in stiva. In treno sono consentiti animali di piccole dimensioni, mentre in nave le taglie forti devono viaggiare in apposite gabbie.
Prima di partire bisogna informarsi sulla regolamentazione doganale e sanitaria sugli animali in vigore nella destinazione prescelta, soprattutto se all’estero. È comunque buona regola portare con sé il libretto sanitario dell’animale e consultare il veterinario qualche tempo prima della partenza per prepararsi con eventuali vaccinazioni. Si eviteranno così spiacevoli incidenti e disguidi.
Se poi vorrete condividere la vostra esperienza con altre persone che portano i propri pets in vacanza e segnalare le strutture alberghiere che vi hanno accolti con cortesia, anche questo è possibile: non ci saranno più scuse per chi, quando va in vacanza, Fido e Fuffi li abbandona per strada.
FORMAT MEDIA & MINORI Corpi da spot di Serenella Medori

Un pericoloso prodotto della pubblicità sono i modelli, tanto che a volte la pubblicità viene usata anche a scopi educativi contro i modelli che essa stessa produce. Un altro incredibile controsenso. Come una bomba con la sicura.
Gli spot offrono modelli e stili di tutti i generi. I modelli umani sono il prodotto forse più complesso promosso in tv, perché si presentano carichi di simboli essi stessi. Famiglie ideali, giovani ragazzi più svegli dei genitori, singles, uomini mozzafiato e donne mondane con lunghi abiti dorati. Donne che in "quei giorni" superano i confini della realtà. Soggetti dark, con visi pallidi, occhi cerchiati di nero e sguardi sfuggenti. Soggetti caldi e tropicali leggermente più abbondanti nelle taglie e più generosi nei sorrisi.
Tutto questo ha in parte contagiato i modi di apparire di una parte dei telespettatori, inutile dire che i più influenzati sono sempre i ragazzi, ma non solo. Alcuni sociologi e psicologi hanno anche indicato le eteree modelle televisive come una delle cause primarie per l’aumento dei casi di anoressia tra le giovani, che nell’emulazione rincorrevano quel modello di bellezza. Ciò che appare in tv risulta desiderabile, anche se non sempre viene condiviso razionalmente.
Cosa dire di questa aria di revival che porta al ritorno anche degli anni Sessanta e Settanta? È servito a qualcosa lo spot con modelle bellissime, altissime e magrissime che indossavano nasi da porcelline e invitavano a mangiare i salumi? E perché non è più in onda? Asia Argento pubblicizza un profumo sdraiata in modo da mostrare il suo intrigante tatuaggio, abbigliata e pettinata come una quattordicenne.
Un personaggio complesso, controverso, non più quattordicenne, sicuramente affascinante, che dà un taglio al filone delle modelle altissime, bellissime, elegantissime, e irraggiungibili, ma offre comunque un altro modello. Un'alternativa più terrena, più raggiungibile, più facilmente imitabile. Forse è meno pericolosa delle modelle da capogiro? O forse lo è di più?
(16-continua)
FORMAT Uno Mattina estate di Giuseppe Bosso

Con l'estate è arrivato il momento delle vacanze per i programmi televisivi e i personaggi del piccolo schermo. O meglio, quasi per tutti. Sul primo canale infatti c’è una cara amica - che proprio quest’anno spegne venti candeline - che non si ferma neppure nel periodo degli ombrelloni.
Stiamo parlando di Uno Mattina, che anche quest’anno al termine dell’edizione invernale condotta da Luca Giurato e Monica Maggioni, è immediatamente proseguita con Uno Mattina estate.
Stesso luogo, Rai 1; stessa ora, le 6:45, stessa storia: la lettura delle prime pagine dei quotidiani e l’approfondimento di temi d’attualità. Ma anche moda, curiosità, cucina, in un riuscito concentrato di informazione e di intrattenimento, da sempre la ricetta vincente di un contenitore così amato. Il tutto, naturalmente, tenendo conto delle esigenze del pubblico della bella stagione, sia per i fortunati in villeggiatura sia per coloro che rimangono a casa.
In passato riuscito trampolino di lancio - o di rilancio - per personaggi come Monica Leofreddi, Paola Saluzzi e Franco Di Mare, Uno Mattina estate punta su una coppia di conduttori inedita ma che non impiega molto ad entrare nelle simpatie del pubblico. Della parte di informazione si occupa Stefano Ziantoni, giornalista del Tg1 che proprio nella trasmissione ha esordito nelle vesti di inviato, già conduttore della passata edizione.
Per la parte di costume, e per la gioia degli spettatori, un astro nascente del piccolo schermo che ormai è “di casa” a Uno Mattina, dopo tre anni di apprendistato: Eleonora Daniele, probabilmente l’unica, tra i tanti ex inquilini del Grande fratello, che ha saputo costruirsi la carriera con professionalità e garbo tali da fare quasi dimenticare il suo passato legato al reality.
A loro, con la collaborazione di altri personaggi come Sonia Grey, che cura una rubrica legata alla medicina e al benessere nell’ultima parte del programma, Katia Noventa, cui sono affidati gli spazi dedicati alle ultime novità dal mondo della moda, e Gianfranco Vissani, ormai storico chef della trasmissione, il compito di mantenere il livello del programma agli standard di sempre, in attesa di passare la palla, a settembre, ai conduttori della versione invernale. A meno che, come già accaduto spesso in passato, i buoni ascolti e il gradimento del pubblico non comportino una meritata promozione.
ELZEVIRO Miti della maternità di Silvia Grassetti

Il legame fra mamma e bebè? Tutto, tranne che immediato.
Le gioie dell’allattamento al seno? Inesistenti.
Un bimbo fa la felicità della donna? Totalmente falso.
Sono questi i pregiudizi sociali sulla maternità che la scrittrice Risa Green smitizza nel suo libro, Sul punto di scoppiare, edito da Mondadori.
Benché dalle parole della Green traspaia l’affetto per la figlia, un affetto che scopriremo essere mediato, e niente affatto naturale, la feroce analisi del day by day con un neonato “proprio”, a cominciare dal parto, lascia spiazzate le lettrici, educate a pensare alla maternità come al completamento del proprio essere donna.
Vediamo alcuni passaggi interessanti.
Il parto. Ovvero, il primo giorno di una rabbia che durerà mesi, diretta contro il mondo che ha sempre dipinto a tinte pastello il passaggio della donna allo status di madre.
La retorica, oramai spesso massmediatica, della mamma che scorda il dolore delle doglie e del parto non appena prende tra le braccia il figlioletto, non ha nulla a che fare con la realtà. La prima reazione della puerpera è di sconcerto per le fattezze del neonato, e di fastidio per il suo pianto. La Green dichiara di aver impiegato tre mesi prima che la figlia cominciasse a piacerle. La cosa sconcerta anche noi lettori: se non tutti mamme, almeno tutti figli lo siamo. Non fa piacere sapere di non essere stati adorati fin dal primo momento.
L’allattamento al seno. La cosa meno naturale del mondo: tre settimane di dolore acuto, provocato da capezzoli sanguinanti e screpolati. Per non parlare dell’antipatica sensazione di essersi trasformata in una macchinetta del caffè automatica, a disposizione della piccola estranea 24 ore su 24.
La gioia della maternità. Piuttosto, si dovrebbe parlare di noia. Almeno fino ai sei mesi del neonato. Prima di questa scadenza, si passano le giornate a pulire bava, cambiare pannolini sporchi, preoccuparsi dello stato di salute, senza poter quasi mai dormire. Per godersi la cosiddetta gioia della maternità, i bimbi dovrebbero nascere di dodici o tredici mesi d’età.
Il racconto di Risa Green è forse meno cinico di quel che sembra, a meno che cinismo e realismo coincidano. Secondo Alessandra Bramante, psicologa esperta di depressione post partum, la maternità è quasi sempre sopravvalutata dalle donne: «Ci hanno detto che quella di fare la madre è un’attitudine innata. E’ un falso. La verità è che si impara ad allevare un figlio piano piano, entrando in relazione con lui. Avere un bimbo può essere spiazzante. Non c’è nulla di male ad ammetterlo».
DONNE Mata Hari, la spia danzante di Tiziana Ambrosi

Una semplice ballerina, una spia, una seduttrice? Chi era in realtà Mata Hari?
Non è facile capirlo, perché la leggenda e la voglia di mito si sono talmente fusi alla realtà da rendere superflua la verità dei fatti.
Nasce come Margaretha Gertruida Zelle nell'estate del 1976 in un paesino della Frisia olandese.
Un'infanzia di cui non si sa molto: tante peregrinazioni al seguito del padre, che non navigava in buone acque. Un vita fatta di privazioni e destinata alla sopravvivenza, una vita da cui scappare.
La via di fuga viene trovata in un'inserzione: un ufficiale in licenza, il capitano Rudolph Mac Leod, cerca una moglie e le condizioni economiche della futura sposa non contano. Si incontrano e convolano a nozze, nonostante i vent'anni di differenza.
Un matrimonio non felice, finito con due figli e un divorzio cinque anni dopo, ma di sicuro agio per l'ambiziosa Gretha.
Stanca della vita familiare, lascia la figlia all'ex marito e si trasferisce a Parigi in cerca di fortuna.
Da qui in poi inizia a costruire con sempre più convinzione la grande recita che sarà la sua vita. Stanca delle ristrettezze, si installa al Grand Hotel della capitale francese, e senza denaro si spaccia per grande ballerina di danze esotiche. Le piace mettersi in mostra, le piace manovrare le persone per raggiungere i suoi scopi.
Comincia a diffondere un'immagine di sé che le permette di accedere ai salotti buoni, di esibirsi, inizialmente senza compenso, come concessione verso i nuovi "amici". Trova degli ingaggi e le sue quotazioni cominciano a salire. Si fa chiamare Mata Hari, "occhio del giorno", cioè il sole, in lingua malese.
Danza, si muove in maniera sinuosa, mandando in visibilio il pubblico maschile.
Non rientra nei canoni classici della bellezza, è paffuta, ha i lineamenti pronunciati. Parte del suo fascino deriva dall'altezza - quasi un metro e 80 - decisamente sopra la media dell'epoca. Si muove in maniera conturbante ed ha senza dubbio un forte carisma. Ha molti amanti, tutti facoltosi, che in sostanza mantengono i suoi capricci.
Ma si sa, il successo e la fama portano con loro anche sospetti e malelingue. Le voci sul suo passato, sulle falsità costruite insieme con l'incapacità di rinnovarsi la rendono meno richiesta. Gli ingaggi scendono, ma nonostante questo sceglie di mantenere una vita dedita al lusso. A Parigi ormai è finita.
Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale si trasferisce a Berlino. A questo periodo risalgono i contatti con i servizi tedeschi.
Ha un ampio giro di conoscenze che fa gola a molti. Anche ai francesi, che la ingaggiano in alcune missioni. Doppiogiochista? O forse solamente una donna innamorata di sé, imprudente e che si sente intoccabile.
Ma così non è. I suoi movimenti strani, le intercettazioni - alcune molto ambigue - non passano inosservate. Nel 1917 è arrestata dagli inglesi.
Alcuni revisionisti addirittura negano sia mai stata una spia. Semplicemente una piccola pedina incastrata in un gioco più grande di lei.
Il processo si conclude con la condanna a morte. Il 15 ottobre 1917, alle quattro del mattino, si presenta davanti al plotone d'esecuzione per la fucilazione. Alcuni raccontano che lanciasse baci ai soldati, altri che abbia chiesto una sigaretta rifiutando la benda, altri ancora che si fosse presentata in vesti succinte. Questo appartiene alla leggenda di una delle femme-fatale per antonomasia.
Non le pallottole che la uccisero.
DONNE Vietato agli uomini di Erica Savazzi

La bellezza delle ragazze brasiliane è notoria. Un po’ meno i rudi modi dei loro connazionali maschi che, quando la situazione lo consente, si lasciano andare a palpeggiamenti vari. E quale situazione è più favorevole di un vagone della metropolitana all’ora di punta?
Ecco allora che, per evitare alle utenti del servizio pubblico spiacevoli contatti, nasce una apposita legge promulgata dalla governatrice della regione di Rio de Janeiro, Rosinha Garotinho: nelle ore di maggiore afflusso – cioè dalle 6.00 alle 9.00 del mattino e dalle 17.00 alle 20.00 – circolano vagoni riservati alle viaggiatrici. La novità, entrata in vigore lo scorso aprile, prevede che all’esterno dei compartimenti ci sia la scritta “Carro exclusivo para mujeres”.
Al momento dell’introduzione del servizio, il portavoce della società che gestisce la metropolitana ha dichiarato: «Speriamo che l’aumento della sicurezza possa portare a una crescita della clientela femminile».
Si calcola che attualmente siano circa 30.000 le donne che utilizzano i treni per spostarsi nella città carioca: la metropolitana è sviluppata in tutta l’area urbana e collega i punti più famosi della città, tra cui lo stadio Maracanã, la spiaggia di Copacabana e il Pan di Zucchero.
Discriminazione sessuale? Sicuramente. Ma se si è presa una misura simile lo si è fatto a ragione veduta, considerando le proteste delle viaggiatrici. Se la manomorta è pratica abituale, la buona educazione viene regolarmente dimenticata e la "rieducazione" dei passeggeri è impossibile. Gli spazi dedicati offrono un ambiente sicuro che non costringe le donne a guardarsi di continuo dal vicino che sta (forse) leggendo il giornale.
TELEGIORNALISTI Intervista a Roberto Bernabai di Giuseppe Bosso

Questa settimana Telegiornaliste ha incontrato Roberto Bernabai, giornalista de La7 e uno dei volti del programma Il gol sopra Berlino.
Dopo la grande bufera di "calciopoli", i mondiali hanno riavvicinato l'opinione pubblica al calcio?
«Non c'è dubbio, soprattutto vedendo l'entusiasmo che hanno suscitato le partite degli azzurri; la rassegna tedesca ha sicuramente ridato credibilità al mondo del calcio che, comunque, richiede come completamento un intervento della giustizia; certe responsabilità dovranno essere perseguite. Al di là di tutto, comunque, la nostra nazionale è stata straordinaria in un momento così delicato».
Come si presenta il calcio nell' "anno zero", dopo il necessario intervento della giustizia sportiva?
«Credo che non si debba parlare tanto di "anno zero", proprio perché la passione popolare per il calcio è stata sicuramente mortificata da tale situazione, ma non cancellata, nemmeno davanti alle peggiori nefandezze. L'intervento della giustizia permetterà sicuramente di ripartire da un substrato che è rappresentato, appunto, dall'entusiasmo e dalla crescente passione che il Mondiale ha risvegliato per questo bellissimo sport».
Cosa ha significato, per la sua emittente, l'acquisto dei diritti sul calcio con il digitale terrestre?
«Sicuramente è stato un fatto positivo che, pur comportando un grosso sforzo per la nostra redazione sportiva, ha comunque permesso a me e ai miei colleghi di tornare a quelle che erano state le nostre origini e cioè a fare i telecronisti».
Sono molte le donne della redazione sportiva di La7 che, negli anni, hanno saputo farsi apprezzare dal pubblico, non solo da un punto di vista puramente estetico; c'è più preparazione?
«Per limitarmi ad un nome, Cristina Fantoni, straordinaria nell'articolarsi tra vari sport, dal calcio allo sci, affrontando temi sportivi a 360 gradi, senza alcuna difficoltà. Sicuramente sono ancora molte le "bellone" di contorno nelle trasmissioni, ma non vanno certo confuse con le colleghe».
Quali le gioie e i dolori del giornalismo?
«Gli aspetti positivi sono tanti; è un mestiere che fai con passione, a maggior ragione in ambito sportivo, dove magari non sei riuscito ad emergere a livello agonistico e hai voluto intraprendere una strada che ti permettesse di rimanere comunque nell'ambiente. I contro, certo, ci sono: orari continui, sacrifici legati agli affetti e alle tue passioni, ma comunque ritengo che prevalgano gli aspetti positivi».
Cosa consiglierebbe a chi volesse intraprendere la sua strada?
«Di crederci sempre, anche davanti alle difficoltà che il mestiere ti pone. Imparare a migliorarsi, accettando anche, agli inizi, piccole collaborazioni; certo le scuole che sono nate negli anni possono contribuire a migliorare la preparazione, ma niente è più formativo dell'esperienza sul campo. Credo che non si possa fare bene questo mestiere se non si è portato almeno una volta nella vita il cavalletto della telecamera, perché occorre adattarsi a tutto».
OLIMPIA Sul tetto del mondo di Mario Basile

Campioni del mondo!
A ventiquattro anni dal triplice urlo di Nando Martellini a Spagna '82, l’Italia torna sul tetto del mondo.
Perdonate la retorica, troppo difficile sfuggirvi in questi momenti, ma è stata la vittoria più bella perché è stata di tutti. Poche settimane fa parlavamo degli eroi che vincevano da soli, o quasi, i mondiali. Ebbene, stavolta non è stato così. Il vero eroe è stato il gruppo.
Certo, un riconoscimento particolare va a Gigi Buffon, a Fabio Grosso, a Marco Materazzi, a Rino Gattuso e all'eccezionale Fabio Cannavaro.
Ma, credeteci, se non ci fosse stato un grande spirito di squadra nessuno avrebbe reso al meglio.
E’ stato il trionfo di Marcello Lippi. Due mesi fa qualcuno voleva mandarlo via. A torto o a ragione non sta a noi dirlo.
In ogni caso adesso, a giochi fatti, tutti vogliono la sua riconferma. Ma il buon Marcello ha deciso di lasciare: ci ha consegnato la Coppa e ha detto addio. Ne ha subite troppe e si è preso la sua rivincita.
Così come capitan Cannavaro, finito anche lui nel polverone di "calciopoli": ha dimostrato al mondo intero di essere il migliore nel suo ruolo. E chissà se lo aveva sognato, Fabio, di vincere il mondiale quando, da ragazzino, al San Paolo, ammirava le gesta del mitico Napoli di Maradona.
Forse sì, ma certo non poteva immaginare di vincere da capitano festeggiando la centesima presenza in azzurro.
Ma a volte la realtà supera la fantasia.
Quanto è stato bello vedervi lì, ragazzi, nel bagno di folla romano tra migliaia di tricolori e tifosi ubriachi di gioia. Voi e loro, felici e orgogliosi di essere italiani. Avete vinto contro tutto e tutti, forse anche contro voi stessi.
«Il calcio italiano riparte da qui», ha detto Guido Rossi presidente della FIGC riferendosi al dopo "calciopoli". E ripartire da Campioni del Mondo ha tutto un altro sapore.
EDITORIALE L’uomo oggetto di Silvia Grassetti

Non è chiaro se sia il caso di esultare o deprimersi, sta di fatto che l’uomo moderno è diventato oggetto: scrutato dallo sguardo del soggetto spettatore. Non sempre questo soggetto è femminile, ma tant’è: accontentiamoci di essere anche noi, a guardare.
Che l’uomo sia diventato oggetto dello sguardo altrui (tenendo a mente il nesso tra guardare e controllare che ci ha insegnato Foucault) lo si intuisce leggendo le riviste cosiddette maschili: Loaded, GQ, For Men Magazine, Men's Health, solo per citarne alcune.
Lo si nota frequentando forum di discussione su Internet, dove navigatori e navigatrici commentano immagini e atteggiamenti maschili.
Lo si accerta guardando gli spot televisivi e le inserzioni nei quotidiani e nei periodici: non più l’immagine del prodotto reclamizzato, adesso in primo piano c’è l’uomo oggetto, seminudo con una tartaruga di addominali prorompenti a definirne la mascolinità; con pantaloni a vita bassa che lasciano scoperto l’orlo di mutande elasticizzate a sottolinearne il sex appeal.
Appunto, il sex appeal: l’attrazione che il soggetto che guarda, maschio o femmina, proverà per l’uomo oggetto.
Lungi dal costituire palcoscenici di rinfrancamento machista, i luoghi da cui possiamo scrutare gli uomini oggetto fanno leva piuttosto sull’insicurezza, dell’uomo, di essere davvero tale: di aderire cioè al modello di maschilità richiesto dalla società in cui vive.
Il problema è che di modelli di “esser maschi” non ce n’è uno soltanto, ma molti. E la curiosità dell’uomo che sfoglia Men’s Health può nascondere l’ansia del proprio riconoscimento. Il tono ironico degli articoli non rassereni: i periodici maschili non parlano di come è essere uomini, ma di come bisogna atteggiarsi per sembrare tali, e di quanto la tartaruga debba sporgere dall’addome per sentirsi a posto con la propria identità.
Le lettrici staranno sogghignando: noi donne ci siamo abituate, costrette, come siamo da decenni, a subire spot di assorbenti invisibili e deodoranti efficaci pure in caso di sudorazioni ansiogene, studiati apposta per lucrare sull’insicurezza personale.
Ma c’è poco da sghignazzare: il maschio interdetto che stiamo guardando potrebbe essere proprio quello che divide il letto con noi.
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