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Telegiornaliste anno V N. 3 (174) del 26 gennaio 2009

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MONITOR Ilaria Cuzzolin: 7 Gold? Il mio trampolino di lancio di Giuseppe Bosso

Giornalista professionista, Ilaria Cuzzolin muove giovanissima i primi passi nel mondo dell'informazione. Dal febbraio 2007 lavora a 7 Gold dove si occupa soprattutto di calcio.

Dopo un avvio travolgente l'Inter sta rallentando la marcia nelle ultime giornate e le inseguitrici si avvicinano. Come ti sembra questo campionato?
«L'Inter resta la squadra da battere. E' sicuramente il club più forte di tutto il campionato. Tuttavia le ultime giornate hanno dimostrato che anche le cosiddette grandi hanno i loro punti deboli. Mi auguro che si riproponga una stagione incerta, avvincente e ricca di emozioni come quella passata. Lo scorso anno fu la Roma a stare alle costole dei nerazzurri, quest’anno invece è la Juventus la concorrente da battere e c’è da credere che darà del filo da torcere alla capolista. Attenzione, naturalmente, anche al Milan. Un plauso è d’obbligo a squadre come Genoa e Napoli che, nonostante le rose e le risorse economiche decisamente più ridotte, stanno facendo un grande campionato. La speranza è che riescano a tenere duro fino alla fine perché se lo meritano».

Cosa pensi dell'operazione-Beckham? Quanto era necessario che il Milan acquistasse l'inglese per farlo giocare solo due mesi?
«Considerato che si tratta di un prestito gratuito per la società rossonera, credo ne sia valsa la pena. Soprattutto alla luce degli ultimi gravi infortuni che la rosa milanista ha subito a centrocampo. Direi che Beckham, anche se potrà giocare solo fino a marzo per poi ritornare a Los Angeles, arriva nel momento migliore. In ogni caso rappresenta un buon investimento mediatico per il Milan, che potrà trarre nuove risorse economiche da questo giocatore che trasforma in oro tutto quello che tocca».

Cosa significa per te lavorare a 7 Gold?
«E' una bella palestra in cui ho trovato un clima molto familiare e soprattutto la possibilità di poter apprendere tanto sotto ogni punto di vista: dall'esterna al montaggio. In una grande emittente nazionale - dove ognuno ha una sua particolare specializzazione – avrei più visibilità, ma sarei limitata per altri aspetti. Spero che 7 Gold rappresenti un trampolino di lancio come lo è stato per altri miei colleghi che oggi sono in Rai. Qui, inoltre, ho imparato a seguire lo sport, dopo che nei miei esordi avevo curato tutt'altro genere di argomenti».

Possiamo dire che tu e Giovanna Martini rappresentate il lato soft di un gruppo piuttosto turbolento, come dimostrano le scaramucce Corno-Crudeli cui gli spettatori assistono?
«Il nostro ruolo è ben diverso dal loro. Noi siamo giornaliste nel senso stretto del termine e cerchiamo di avere un atteggiamento sopra le parti. Loro, invece, sono anche opinionisti e personaggi chiave di Diretta Stadio: Corno è l’uomo Inter, Crudeli l’uomo Milan. E sostenere la loro squadra, a volte anche in maniera concitata, fa parte del gioco. Comunque la maggior pacatezza è una prerogativa tipicamente femminile, no? Vero è che, nel tentativo di essere più convincenti e credibili – sbagliando! - alcune giornaliste sportive assumono un atteggiamento aggressivo e maschile. Forse perché il calcio è considerato un argomento da uomini, ma io credo che ognuno debba rimanere sempre se stesso, senza snaturarsi. Anche di fronte la telecamera».

Apprezzato è lo stile dei tuoi servizi, come non mancava di sottolineare ad esempio Xavier Jacobelli. Qual è il tuo modello di riferimento?
«Nessuno. Mi sono ritrovata a seguire il calcio per puro caso. E una volta che ho iniziato questo percorso ho cercato di fare a modo mio, senza ispirarmi a qualcuno in particolare. Certo, seguo i colleghi e le colleghe delle altre televisioni per cercare di migliorarmi sempre più e trarre nuovi spunti».

Che idea ti sei fatta del nostro sito?
«Mi ha sorpreso all'inizio questa vostra iniziativa, ma del resto chi lavora in televisione deve necessariamente fare i conti con questi aspetti. E' importante, comunque, avere un confronto anche con il pubblico che ti segue. Sono curiosa di sapere cosa pensa la gente di me, così come sono curiose le mie colleghe. Spero che l'attenzione dei vostri lettori non sia legato però solo all'aspetto fisico, ma che interessi soprattutto quello che faccio».
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CRONACA IN ROSA La strage degli innocenti di Camilla Cortese

Nella giungla della Papua Nuova Guinea, Paese dalle profonde contraddizioni, da vent’anni si protrae una guerra tribale che affama e annichilisce le popolazioni in lotta. Questi conflitti, combattuti con arco e frecce, vanno avanti dal 1986 a causa di contrasti sorti per accuse di stregoneria, pratica in cui le tribù della Nuova Guinea credono fortemente.

Da dieci anni, nella regione orientale di Gimi, una tragedia nella tragedia si consuma in segreto, all’insaputa del mondo e dei guerrieri. Le donne di due villaggi rivali stanno sistematicamente uccidendo per soffocamento tutti i neonati maschi, per impedire che da adulti diventino a loro volta guerrieri che possano perpetuare gli scontri.

Lo hanno rivelato due donne, Rona Luke e Kipiyona Belas, intervenute ad un meeting speciale di Pace e riconciliazione nel villaggio di montagna di Goroka. Trattenendo le lacrime, hanno fornito la drammatica testimonianza di un infanticidio protratto in silenzio per sperare in un futuro migliore, la soluzione estrema e tragica di chi sta perdendo tutto.

«I neonati maschi diventano uomini e gli uomini diventano guerrieri. È a causa delle lotte terribili che hanno portato morte e distruzione nei nostri villaggi negli scorsi venti anni che tutto il popolo delle donne si è trovato d’accordo a uccidere tutti i nuovi nati maschi. Le donne ne hanno avuto abbastanza di uomini impegnati in conflitti tribali che portano miseria. Un crimine terribile e insopportabile, ma le donne hanno dovuto farlo. Le donne sono state realmente forzate a farlo poiché è l’unico mezzo loro disponibile come donne per porre fine alle lotte tribali.»

Come dire: quando non ci sarà più nessuno a combatterla, la guerra finirà. Concetto agghiacciante, ma logicamente inattaccabile, come inquietanti risultano le analogie bibliche. Ora, con l’aiuto dell’Esercito della Salvezza e con l’iniziativa del pastore locale Michael Hemuno, le donne sperano che la strage degli innocenti possa finire e che gli uomini che sono ancora guerrieri possano deporre le armi e parlare di pace.
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FORMAT Chi offre di più? di Serenella Medori

Non si fa altro che giudicare i programmi in base al contenuto che viene confuso con la qualità. Risultato: dove non c’è un contenuto accettabile c’è il trash. E dove c’è trash giungono i fulmini dei comitati e degli osservatori. Dalla Toscana il Corecom fa sapere che dovrebbero essere premiati con incentivi statali solo le emittenti che non mandano in onda programmi spazzatura. Benissimo. Peccato che siano messe all’indice solo le piccole emittenti!

Nessuno comunque ha il buon senso di dire che il trash paga. Perché una piccola emittente piena di buoni propositi decide ad un certo punto di aprire il palinsesto al trash? Dopo aver cercato magari di proporre informazione e cultura, dopo aver cercato sponsor per questo, cede le armi e apre al trash. Non c’è nessuna figura televisiva che abbia il preciso compito di piazzare i programmi culturali, neanche nelle grandi emittenti.

Il problema è infatti, per usare un termine tecnico, il cultural product placement. Già esiste il corrispondente termine per il piazzamento della pubblicità nei programmi (product placement) ora bisogna creare il problema del piazzamento dei programmi culturali di qualità all’interno dei palinsesti, non solo palinsesti di tv locali, ma anche palinsesti di tv a copertura nazionale.

Come potremmo piazzare un clone di Passpartout o di Geo&Geo in un pomeriggio o sera di una piccola emittente? Chi pagherà quel prodotto culturale e tutti coloro che lavorano per realizzarlo? Questa è la realtà.
Esiste un contributo statale per le piccole emittenti che fanno informazione locale. Esiste un contributo statale per le emittenti che mostrano di avere introiti superiori alle altre. Esiste la possibilità di aumentare i propri introiti grazie all’inserimento di un mago nella fascia notturna.

Sembra dunque che se gli introiti aggiuntivi aumentano è confermato il contributo statale, altrimenti no. Non è semplice reperire fondi per le tv minori. I contributi per trenta minuti al giorno di informazione locale non appaiono sufficienti.
E’ facile cadere nel trash. E’ facile chiudere i battenti. L’emittente locale cerca dunque di sopravvivere, ma il meccanismo è perverso. No al trash? Giusto! Purché sia per tutti. Via i maghi e le donnine? Giustissimo. Ma… i soldi per la cultura ad una piccola tv chi li dà? Chi offre di più?
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CULT Movimento studenti, un nuovo Sessantotto? di Pierpaolo Di Paolo

Per anni giornalisti e intellettuali si son appollaiati sulla solita descrizione dei ragazzi attuali come privi di qualsiasi ideale, incapaci di posizioni solidaristiche, di consapevolezza sociale, di rivoluzioni culturali paragonabili a quelle degli anni 60 e 70. Interessati solo ad inseguire il successo personale, a coltivare il culto dell'io.

Oggi assistiamo all'esplosione di un movimento giovanile dal quale ci sta venendo una grande lezione. Da dove nasce questo fenomeno?
Tecnicamente la protesta sarebbe sorta contro il decreto Gelmini-Tremonti, per fermare i tagli e la trasformazione delle Università in fondazioni di diritto privato. Il dubbio che questa sia stata solo la famosa ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso di un malcontento sociale molto più ampio e variegato, sembra però ben più che una remota congettura.
Di fatto si tratta di un movimento politico. In un momento in cui la gente non avverte l'esistenza di una reale opposizione all'interno del Parlamento, questi ragazzi rappresentano il soggetto politico che più bruscamente si è interposto tra Paese e Governo.
Nonostante ciò, esiste una profonda diffidenza in merito tra i partecipanti, la paura di strumentalizzazioni è evidente e di conseguenza c'è una forte presa di distanza da qualunque sigla o partito. Questo vuol dire forte autonomia, ma anche nessuna alleanza sociale.

Abbiamo parlato con alcuni studenti della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Federico II di Napoli, chiedendo loro se possano essere considerati eredi dei sessantottini. «No, siamo in una realtà profondamente diversa - risponde un ragazzo - forse qui s'è ricreata quell'eco romantica che può rimandarti alle atmosfere del 68, ma poi basta. Le differenze sono enormi: allora si rivoluzionò il ruolo della donna nella società, i costumi, qui purtroppo non c'è alcuna rivoluzione culturale in atto». Manca forse un obiettivo grande o la possibilità per conseguirlo? «C'è una sproporzione di forze in gioco enorme. L'efficacia persuasiva del nulla, della cultura piatta proposta dalla televisione non è assolutamente contrastabile con assemblee di 500-600 persone in una facoltà universitaria. Certo, la tv esisteva anche nel 68, ma allora non esisteva il predominio del modello televisivo. Per fare un esempio, oggi un Federico Moccia riesce "culturalmente" più di mille assemblee».

Allora un libro può ancora imporsi? «No, è solo un'illusione. Il libro propaganda la cultura del vuoto assoluto, non è un'alternativa al modello televisivo, ma ne rappresenta un'esaltazione. Nel 68 si imponeva Cent'anni di solitudine, oggi sarebbe impossibile. Occorre prenderne atto e ridimensionarsi su obiettivi più piccoli, più concreti. Nessuno qui è così folle da pensare a una vera rivoluzione culturale, ci limitiamo a sognarla».

«Esistono diverse anime - prosegue il ragazzo - ed inevitabilmente questo crea divergenze. Le divergenze possono andare dalla "visione del mondo" che si desidera affermare, dall'ideologia di base fino alla singola modalità con cui esprimere il dissenso. La sfida è quindi raggiungere una presa di coscienza collettiva, partendo dalle mille anime individuali. Per fare un esempio, i professori universitari hanno inizialmente appoggiato la protesta. Tuttavia essi non volevano l'eliminazione della legge in toto, ma solo della parte riguardante i tagli salariali. Ciò ha creato l'idea, sbagliata che il gruppo volesse in realtà difendere i "baroni", mentre così non è».

Il ruolo dei rappresentanti? «Loro non si sono mai visti - interviene una ragazza - i rappresentanti si sono mossi unicamente per la loro campagna elettorale. Sono un organo palliativo, strutturato sul clientelismo e sul perseguimento dell'interesse personale. Non c'è alcun interesse degli studenti che sia rappresentato da questi signori, politici in erba».

E un ultimo chiarimento: «Rovesciare le urne durante le elezioni è stata un'iniziativa promossa da alcuni gruppi dell'interfacoltà. Noi di Giurisprudenza ci siamo dissociati, qui non è accaduto nulla e per questo siamo stati anche chiamati vigliacchi. A me cadono le braccia. In una protesta sostenuta da studenti universitari i parametri di base non possono certo essere questi. Esistono valutazioni di coerenza/incoerenza, giustizia/ingiustizia, moderazione/estremismo che sono prioritari. Il rapportare tutto nell'ottica del binomio coraggio-vigliaccheria è una cosa di una povertà intellettuale e di una tristezza infiniti».
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DONNE Donne, scalata alla società di Chiara Casadei

«Lavoriamo affinché il mondo della politica, dell’economia e della cultura italiana diventi un mondo inclusivo per le donne. Proviamo a scalfire quel tetto di cristallo che ci impedisce di crescere come donne e come professioniste. E speriamo che questo percorso di crescita personale collimi con la crescita della società italiana tutta. Ora più che mai c’è bisogno di donne, di talento e di ingegno femminili: facciamo in modo che nessuno ci escluda».

Donne grintose e determinate, che vogliono un cambiamento nella società: hanno chiamato la loro associazione DonneInQuota, sinonimo di una scalata al successo per il genere femminile. Abbiamo intervistato l'intero gruppo, unito e collaborativo, per sapere di più su quello che fanno e soprattutto sullo spirito e l’intraprendenza alla base dei loro progetti.

«DonneInQuota è un’associazione culturale nata nel 2006 a Milano sull’onda dell’entusiasmo e delle energie scaturite dal corso Donne, politica e istituzioni, promosso e organizzato dal ministero delle Pari opportunità. L'associazione ha tre obiettivi: la realizzazione di una rappresentanza femminile paritaria nella politica, nelle istituzioni di governo, nel mondo del lavoro e della cultura, affinché si abbiano pari condizioni retributive e di carriera senza discriminazioni di sesso, razza od origini etniche, lingua, religione, opinione politica e orientamenti sessuali; la promozione delle pari opportunità secondo quanto previsto dalla normativa nazionale ed europea in materia; lo svolgimento di iniziative inerenti politiche di genere e la collaborazione con enti a ciò preposti».

Cosa vi accomuna e vi ha unite in questo progetto?
«Siamo diverse, e all’inizio ci ha accomunato la partecipazione al corso Donne, politica, istituzioni. Ora lavoriamo insieme per ottenere un risultato al quale teniamo molto: il raggiungimento di una democrazia paritaria. Non siamo sole fortunatamente: insieme a noi collaborano e interagiscono altre associazioni che sono nate dallo stesso corso in altre università italiane. Siamo fermamente convinte che le istituzioni debbano essere nella loro composizione lo specchio della società. Attualmente così non è: solo il 17% di donne siede in Parlamento in Italia, mentre la nostra società è composta per il 52% da donne. E vengono così escluse donne di talento che potrebbero contribuire a migliorare il benessere di tutti.
La bassa presenza di donne in Parlamento ha serie conseguenze, la più grave forse ad oggi la mancanza di una legge nazionale sulla violenza contro le donne».

Quindi per voi è importante incentivare la presenza femminile in politica.
«DonneInQuota non è nata solo per spingere le donne in politica, ma anche per sostenere le donne che già ne fanno parte. Se ci guardiamo intorno vediamo poche donne in politica, tutte brave e capaci di portare talenti e competenze di qualità. Conoscendo il lavoro che svolgono tutti i giorni nei consigli comunali, regionali, provinciali e persino in Parlamento, sappiamo quanto sia difficile per loro lavorare senza avere un sostegno dal basso, dalla società civile. Noi dall’esterno sosteniamo le loro iniziative, le diffondiamo e ci impegniamo nella loro realizzazione. Inoltre trasmettiamo loro le suggestioni nate dal territorio e lavoriamo perché vengano recepite».

Come avete scelto il nome dell’associazione? Cosa avevate intenzione di trasmettere?
«Donne in Quota è il titolo di un saggio critico, curato dalla sociologa Bianca Beccalli, sulla necessità di individuare nuovi strumenti legislativi in grado di abbattere quel tetto di cristallo che impedisce alle donne di essere equamente rappresentate nella società. Il nome dell’associazione fa riferimento dunque alla necessità di introdurre norme antidiscriminatorie in tutti i settori cruciali del nostro Paese. È inoltre un piccolo ma simbolico omaggio a Bianca Beccalli, di cui abbiamo raccolto la riflessione sul tema delle differenze di genere».

Quali sono le vostre iniziative?
«Abbiamo organizzato un ciclo di incontri per la costruzione del femminile, con la partecipazione di sociologhe, filosofe, donne impegnate in politica, professioniste, proprio per ragionare insieme sugli ostacoli, sugli stereotipi che tutti i giorni abbiamo di fronte e come cercare di superarli. Abbiamo lavorato insieme a UDI (Unione donne in Italia) nella raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare "50&50: ovunque si decide", che ora è in attesa di essere presentata in Senato. A livello locale, abbiamo sostenuto le donne che nel Consiglio regionale della Lombardia lavoravano per inserire un’ottica di genere nello Statuto di nuova formulazione, approvato lo scorso agosto. Insieme a UDI, abbiamo presentato le nostre osservazioni in audizione alla commissione Statuto della Regione Lombardia, e abbiamo organizzato un dibattito sul tema nella sede Regionale. Lavoriamo sul tema della violenza contro le donne con il progetto "Panni Sporchi" e con l’organizzazione di eventi, seminari e dibattiti sul tema; non in ultimo, abbiamo aderito alla "Staffetta UDI", per la quale allestiremo a Milano, una mostra dedicata alle donne che hanno subito violenza, attraverso il racconto tratto dalle pagine dei giornali. Il nostro obiettivo sarà valorizzare la violenza di genere mascherata tra le righe e disegnare quel file rouge che i giornalisti superficialmente ignorano. Organizziamo periodicamente la presentazione di libri che affrontano tematiche di genere e sosteniamo progetti che trattano la questione femminile».

Qual è il vostro pubblico?
«Le iniziative del 2007-2008 hanno attratto un pubblico numeroso, anche se composto da donne già interessate al tema. Vogliamo però allargare il più possibile il dibattito anche a coloro che, uomini e donne, solitamente non si occupano di cultura di genere. Proprio per questo motivo ci siamo riproposte di organizzare le prossime iniziative anche in luoghi diversi dalle aule universitarie o dalle sale della Provincia».

Un'altra grande risorsa presente nel vostro sito internet è la tv online dell'associazione, DonnaTv. Che ruolo svolge nell'ambito della vostra organizzazione?
«DonnaTv è nata dall’idea di alcune corsiste di Roma. Abbiamo subito ritenuto il media un canale interessante e valido per veicolare informazioni e sostenere un cambio culturale. È stato quindi per noi naturale promuovere il sito».
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TELEGIORNALISTI Franco Abruzzo, la deontologia è l'autonomia del giornalista di Erica Savazzi

Rintracciare Franco Abruzzo è facile: il suo sito è conosciuto a tutti coloro che si occupano di giornalismo. Lo intervistiamo telefonicamente e, dalle sue parole, emerge un grande amore per la professione, ma anche vera preoccupazione per il futuro.

Quali sono gli effetti della crisi sul giornalismo?
«La situazione nazionale e internazionale non è buona. La crisi finanziaria internazionale ha determinato un doppio effetto sul giornalismo: la caduta verticale della raccolta pubblicitaria - negli Stati Uniti il 18%, in Italia meno 7% in ottobre, con una tendenza che si va consolidando e avrà effetti anche nel 2009 - e la crisi delle edicole. È un fatto che è passato abbastanza sotto silenzio, ma Repubblica perde 100.000 copie, il Corriere 50.000. Tutti i giornali stanno perdendo copie. I settimanali, poi, non ne parliamo, perché i lettori hanno scoperto che sono spesso dei cataloghi in cui le informazioni vengono frammiste con la pubblicità. Meno pubblicità, quindi, e meno vendite nelle edicole».

E per quanto riguarda l'occupazione?
«In Italia si parla di 1000-1500 persone da mandare in pensione o incentivare all'uscita, su 17.000 giornalisti assunti e iscritti all'Inpgi. Quindi rischiamo di perdere nell'ipotesi più disastrosa quasi il 10% degli assicurati, con effetti sulla previdenza. I giornalisti pagano i contributi all'Inpgi, una parte dei quali va ai prepensionamenti e ai cassa integrati. Se il numero di questi ultimi aumenta di molto, l'Inpgi non regge più. Ad oggi, il lavoro giornalistico costa agli editori un 8% in meno rispetto al lavoro assicurato con l'Inps: cioè un impiegato costa 8 punti percentuali in più al proprio datore di lavoro. Per fronteggiare la valanga di cassaintegrati, gli editori dovrebbero mettere mano al portafoglio e dare all'Inpgi dai 4 ai 6 punti sugli 8 che hanno di vantaggio nel lavoro giornalistico: ciò significa dai 48 a 60 milioni di euro all'anno in più. Ma se gli editori mettono mano al portafoglio per l'Inpgi, hanno anche i soldi da dare ai giornalisti come aumento contrattuale?».

E quindi cosa succederà per le trattative sul rinnovo del contratto scaduto ormai da tre anni?
«Le trattative sul contratto sono destinate a segnare il passo, perché in un quadro di incertezza pesante gli editori vorrebbero soltanto delle clausole che potrebbero agevolarli nella ristrutturazione delle aziende. Gli editori vogliono mano libera nello spostare i giornalisti da una testata all'altra, vogliono mano libera nel licenziamento di direttori e capiredattori trattandoli come dirigenti con una buona uscita. Ma possono i giornalisti diventare dirigenti? Per contratto devono difendere l'autonomia della loro redazione, l'autonomia come giornalisti che poggia sul rispetto delle regole deontologiche. Ma come dirigenti a quale logica risponderebbero? A quella dell'impresa o quella della professione? Ecco perché giustamente la FNSI si oppone».

Ma mentre i giornalisti vengono licenziati si diffonde sempre più il citizen journalism.
«Ma non sono giornalisti! La mediazione giornalistica tra il fatto e la gente è opera del giornalista che ha una preparazione e una visione delle cose. Quando ero giovane e lavoravo al Giorno c'erano i cosiddetti “trombettieri”, dei signori che stazionavano in questura, dei carabinieri, negli ospedali, e che avvertivano i giornali che era scoppiata una notizia, ma poi era il giornalista che scriveva. Oggi la tecnologia aiuta: se sei a Catania e l'Etna erutta puoi riprenderlo con il telefonino e trasmetterlo a chi vuoi. Ma i giornalisti sono dei mediatori intellettuali di cui c'è sempre bisogno. Però devono essere preparati. Per questo ho fatto la battaglia per l'accesso alla professione tramite università. Il mondo complesso di oggi richiede una preparazione di carattere universitario, non tanto per i titoli ma per i saperi».

Internet è il futuro? La carta stampata morirà?
«Io vivo di internet pur non essendo più giovane, è un mezzo straordinario, sono anche su Facebook. Secondo Meyer, nel 2043, sarà venduta l'ultima copia. Io sono d'accordo con Montanelli: la carta stampata prima era padrona dell'informazione, poi è spuntata la radio come fornitrice di info, poi nel 1954 la tv e infine Internet, ma la carta ha sempre resistito. Io dico che resisterà anche a Internet perché la bellezza di stringere un giornale e di leggerlo è un'altra cosa. Sarà però un prodotto di nicchia. La bellezza della carta resta... Io sono un figlio della carta. Il foglio elettronico di plastica su cui scaricare e leggere è il futuro, però la carta è sempre la carta».

Che cosa pensa della riforma dell'Ordine?
«Io difendo l'ordine. E anche questa legge, vecchia ma importante perché contiene le regole deontologiche che in Italia sono norma, cioè vincolanti. Come conseguenza, il contratto prevede che quando un editore assume un direttore non gli può dare direttive in contrasto con le regole deontologiche: sono le regole deontologiche che formano l'autonomia del giornalista. Se mi arrivava un ordine in contrasto con le norme deontologiche potevo rifiutare e nessuno mi licenziava. Prova a immaginare un mondo in cui questa legge non esiste più. Io sono un caporedattore e mi arriva il capo del personale che, per convenienza, chiede di modificare un titolo. Io ho due possibilità: o li mando a quel paese e me ne vado, o obbedisco. Non ho la terza via, cioè che se la richiesta è in contrasto con le regole deontologiche, io mantengo il mio titolo e basta. Questo è il punto, se abolisci la legge professionale indebolisci la professione, pieghi la professione agli interessi aziendali e pubblicitari. Va bene così? Auguri. Con molto affetto e molta malinconia».
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SPORTIVA Tenniste troppo "hot" di Chiara Casadei

Se siete tifosi di tennis solo per poter ammirare delle affascinanti atlete nei loro gonnellini svolazzanti, rimarrete molto delusi dalla decisione della direzione degli Open d’Australia di vietare i completini troppo osé alle tenniste. Non è di certo una novità che le loro mise sportive fossero un po’ troppo sfrontate, a volte suscitando anche il fastidio dei più moralisti del gioco. D’altronde i movimenti delle atlete richiedono grande libertà e di spazio, quindi a livello puramente sportivo non si ha il diritto di penalizzare il loro rendimento durante i tornei.

La goccia che ha scatenato l’intera faccenda, è stata l’abbigliamento della tennista francese Alizé Cornet, che si è presentata alla Hopman Cup di Perth con una gonna eccessivamente corta e un top che lasciava ben poco all’immaginazione dei presenti. Per questo la direzione ha deciso di imporre dei limiti anche sotto questo punto di vista. Ed ecco al via degli Open, i rigidi controlli sull’abbigliamento delle sportive. Duemila dollari di multa per quelle troppo svestite. «Le ragazze sanno che devono presentarsi in modo professionale. Ogni completo sarà analizzato prima delle partite» ha sentenziato Wayne McKewen, un arbitro tra quelli che dirigeranno i match in Australia.

C’è chi, ovviamente, ritiene la decisione eccessiva e in qualche modo anche offensiva. Ma non una grande gloria del tennis australiano come Margaret Court: «Non siamo mica in spiaggia – ha detto all’Herald Sun - il campo non è il luogo adatto per mostrarsi. Se sei brava, non c’è bisogno di essere appariscente». E se lo dice lei che di vittorie se ne intende, visto che si è aggiudicata ben 3 Wimbledon e 62 Slam, c’è da crederci.

Insomma, non resta che prendere atto della decisione, anche se probabilmente risulterà solo un altro inutile provvedimento sportivo, e purtroppo tutti gli appassionati dovranno dire addio al piacere di vedere quelle gonnelle svolazzare.
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