Pino
Strabioli: racconto il grande teatro in tv
di
Valeria Scotti
Pino Strabioli è un uomo dai modi gentili,
quasi d’altri tempi, che ha dimostrato come una
passione possa trasformarsi in un lavoro. Diviso
tra teatro e televisione, calca da anni i più
importanti palcoscenici italiani e
contemporaneamente è alla guida di una delle
isole felici del nostro panorama televisivo,
Cominciamo Bene Prima, lo spazio nel
mattino di Rai Tre dedicato allo spettacolo, alla
cultura e al teatro.
Sta per concludersi l’ottava stagione di
Cominciamo Bene Prima. Facciamo un passo
indietro: quali sono stati gli esordi?
«In televisione avevo lavorato a
Uno Mattina
dove mi ero occupato di gastronomia, tradizioni
culturali, artigianato. Però la mia passione da
sempre è il teatro, tanto che lasciai il
programma per andare in tournée con Paolo Poli
per
I viaggi di Gulliver. Dopo due
stagioni non tornai alla Rai, ma proposi
all’allora TMC un programma che coniugasse le
tradizioni delle città d’arte italiane con il
teatro. Cecchi Gori, l’editore, accettò e feci
una serie di puntate in cui andavo nelle piccole
città di provincia: qui seguivo gli spettacoli,
intervistavo gli attori e visitavo monumenti,
raccontando così le tradizioni del luogo.
Un’esperienza carina che decisi di proporre a Rai
Tre quando, da un anno, era nato il contenitore
del mattino
Cominciamo Bene. Provammo con
una striscia di 10 minuti dove fondamentalmente
facevo ritratti degli attori. E poi è andata
talmente bene che i 10 minuti son diventati 50,
fino a trasformarsi in un vero e proprio
programma».
Qual è il pubblico che vi segue?
«Il mattino ha un pubblico logicamente adulto: ci
sono ad esempio molti pensionati. Lavoriamo sulla
memoria e riceviamo tante lettere e mail da
persone che ci ringraziano perché facciamo
rivivere loro alcune stagioni della televisione e
facciamo ritrovare alcune voci e volti del
teatro. Ci seguono anche molti giovani
universitari, probabilmente di facoltà
umanistiche, che studiano la storia del teatro.
Qualche tempo fa uscì un articolo che ci dava
molto seguiti in Liguria. Il 33% dei nostri
telespettatori arriva da lì e appartiene a una
situazione culturale medio-alta. Probabilmente in
questi anni siamo riusciti a diventare
un’alternativa ai grandi contenitori come
Uno
Mattina o al nuovo programma di Canale 5 con
Brachino e la D’Urso».
Il punto di forza di Cominciamo Bene Prima?
«Il nostro punto di forza è forse quello di
riuscire a informare in maniera leggera. Non
siamo mai pedanti, ma utilizziamo un linguaggio
semplice rivolto alle arti dello spettacolo. Ad
esempio abbiamo il momento musicale con il
Maestro Leo Sanfelice che evoca l’avanspettacolo,
il varietà alla vecchia maniera. E’ un grande
jazzista con tanta poesia, ironia e ha
un’eleganza rarissima».
Un tempo, il venerdì era il giorno deputato
alla messa in onda di pièce teatrali. Oggi,
invece, il teatro sembra esser diventato un tabù
per la tv. Perché?
«E’ cambiato il linguaggio televisivo, è cambiata
la forma di spettacolo. Non c’è più il varietà,
l’"artista" in televisione. Sarebbe assolutamente
anacronistico oggi trasmettere delle commedie
teatrali come erano riprese allora: il pubblico
si annoierebbe. E’ sicuramente una grande
perdita, ma bisognerebbe investire economicamente
e culturalmente su un nuovo linguaggio per
tornare a raccontare e far vivere il teatro.
Credo che la televisione debba fermare la memoria
storica degli attori. Quando negli anni Cinquanta
la televisione nacque, guardava al teatro come al
fratello maggiore. Alcuni grandi attori ci
andavano, altri la snobbavano, però c’erano
grandi nomi come Albertazzi, Anna Proclemer,
Dario Fo che hanno lasciato delle testimonianze
bellissime. Oggi c’è la pigrizia a non investire
in un progetto dove l’attore vero trovi un posto
significativo anche in tv. Si sono invertiti i
ruoli: la televisione dà molto spazio alla vita,
alla gente senza nessuna formazione e
provenienza».
Parliamo dunque dei reality, la pecora nera
della tv italiana. Come si rapporta a questi
fenomeni?
«Non guardo molto questo tipo di televisione. Mi
capita di subirla se sono in casa o perché altre
persone ne parlano. Ad esempio, al
Grande
Fratello ho trovato assolutamente inutile
assistere al pianto della dottoressa di fronte
all’Ordine che voleva radiarla. Non riesco a
classificare questa tv, non ha nessun peso
culturale, sociale, di osservazione. Forse il
reality poteva avere una funzione quando è nato:
allora era un esperimento. Ora, invece, è
diventato una ripetizione che rotola su se
stessa. Non mi scandalizza, non mi offende, non
mi provoca niente. E penso che quando un evento
arriva a non portare nessuno stimolo, non ha più
senso. Inoltre trovo diseducativo far capire alla
gente che basta partecipare a un gioco per
vincere 500mila euro e cambiare in parte la
propria vita. Sia l’intrattenimento che
l’informazione hanno delle colpe perché esaltano
dei fenomeni che non andrebbero proprio presi in
considerazione. Come Corona e le sue presunte
truffe che arrivano sulle copertine di tutti i
giornali. Ognuno, purtroppo, in qualche maniera
riesce a trovare profitto da questi fenomeni».
Lei nasce come attore e tuttora continua la
sua carriera in teatro. Come concilia quest'arte
con la televisione?
«Credo molto nel mezzo televisivo e per fortuna
ci sono dei prodotti buoni, anche se spesso
costretti a orari difficili. Pensiamo alla Rai
Educational di Minoli, al nostro mattino di Rai
Tre, alla
Gabanelli. Anche il teatro, comunque,
sta cambiando la sua fisionomia: ci sono ragazze
del
Grande Fratello, del programma
Amici o vallette che s’improvvisano attrici.
Mi piace riuscire a fare entrambe le cose, ad
esempio ho finito da poco una tournée con Marina
Gonfalone,
Capasciacqua. Nel frattempo non
mi lascio risucchiare dalla televisione: non
smanio per andare ospite nei programmi, per
apparire sui giornali, per condurre il pomeriggio
o la prima serata. Cerco di mantenere una
coerenza e sono felicissimo che la Rai mi dia la
possibilità di occupare uno spazio di 50 minuti
al giorno dove posso parlare delle mie passioni:
mi sento davvero un privilegiato».
Il teatro e la tv parlano davvero due
linguaggi diversi o può esserci qualche punto in
comune?
«La televisione potrebbe utilizzare di più i
bravi attori di teatro. Flavio Insinna, ad
esempio, ci ha dimostrato che un buon attore può
fare un egregio intrattenimento senza boria,
portando il suo bagaglio in un programma. La
televisione ha il dovere d’informare su una
grande fetta di cultura in continuo movimento che
non è solo quella dei "ricchi e famosi, subito".
Dal mio piccolo osservatorio, vedo che la gente
ha fame di sapere, di conoscere i vissuti dei
protagonisti. Non dimentichiamo che siamo la
memoria di personaggi come Vittorio Gassman,
Carmelo Bene. La televisione, dunque, deve
riuscire a non cadere nell’errore di dimenticare
il passato».