
Telegiornaliste anno II N.
42 (74) del 20 novembre 2006
Maurizio
Belpietro, antipatico ma piace
di Giuseppe Bosso
Maurizio Belpietro comincia a pubblicare i suoi articoli a
soli 17 anni, nel 1975, per Brescia Oggi. A vent'anni
firma un'inchiesta sull'uso a scopi clientelari dei fondi di
edilizia scolastica da parte dell'allora ministro della
Pubblica Istruzione, il bresciano Mario Pedini. I servizi
saranno oggetto di interrogazioni parlamentari.
A 25 anni diventa caporedattore di Bergamo Oggi. A 32
caporedattore centrale dell'Europeo. A 34,
vicedirettore dell'Indipendente.
Nel 1995 è nominato condirettore de Il Giornale,
sulle pagine del quale coordinerà personalmente "Affittopoli",
un'inchiesta sulla concessione a uomini politici di
abitazioni pubbliche di prestigio a canoni irrisori.
Un anno dopo diventa direttore del Tempo di Roma,
incarico da cui sarà rimosso in seguito a un'inchiesta sui
presunti condizionamenti dei giudici della Corte
Costituzionale.
Nel 1997, dopo un breve periodo come vicedirettore del
gruppo Monti, è nominato direttore operativo de Il
Giornale, e nel 2001 direttore responsabile dello stesso
quotidiano.
Dal 2004 conduce il programma L'antipatico su Rete4.
La collocazione nella fascia di seconda serata non
penalizza una trasmissione che ha saputo guadagnare buoni
ascolti?
«Questo lo decide la pianificazione, non io. E comunque
penso che un programma di approfondimento possa star bene
anche in altre fasce orarie, i risultati incoraggianti che
abbiamo conseguito negli anni lo dimostrano: soprattutto per
il fatto che abbiamo ottenuto quasi sempre risultati
superiori alle aspettative della rete».
Quali, tra i personaggi che ha avuto modo di
intervistare, si sono rivelati "antipatici" e quali hanno
invece conquistato la simpatia dello spettatore?
«L'antipatico sono io, non certo l’ospite sottoposto
alle mie incalzanti domande, che deve risultare, invece,
simpatico al pubblico. Lo ammetto: non sempre, in oltre
quattro anni di trasmissione, con più di duecento
interviste, sono riuscito a fare questo. Mi rimarranno
sempre impresse le interviste che feci a due terroristi: a
uno chiesi quanti ergastoli avesse rimediato, e rimase un
attimo a pensarci, particolare che mi colpì molto; un altro
invece, per le cose che aveva vissuto nella sua esperienza.
Parlando di interviste più leggere, ricordo Al Bano che ad
un tratto si alzò e se ne andò per non rispondere a domande
sempre più incalzanti, e questo la dice lunga
sull’atteggiamento di questi personaggi che pure dovrebbero
essere abituati a domande di questo tipo».
Come pensa sia cambiato il mondo dell'informazione
rispetto al periodo in cui ha iniziato il mestiere di
giornalista?
«E’ totalmente cambiato. C’è più frenesia, più concorrenza;
quando iniziai, nel 1975, la televisione era limitata
unicamente alla Rai, che aveva solo due canali: la tv
privata non era ancora nata. Un ambiente diverso da quello
della stampa, dove ho potuto collaborare con firme
prestigiose come quelle di Montanelli, Zopparelli e Mario
Cervi; allora sicuramente si andava più al sodo, mentre
adesso l’approfondimento, prima quasi del tutto assente,
sembra predominante, e questo non sempre va a vantaggio del
lettore - spettatore, che spesso non riesce a capire di cosa
si stia parlando esattamente. Programmi di approfondimento
come Porta a Porta, Ballarò, e quelli di
Maurizio Costanzo e Michele Santoro sono comunque stati
un’importante novità, inserendo l’approfondimento con una
cadenza quasi quotidiana».
E' diverso intervistare i protagonisti della politica
dall'intervistare i personaggi del mondo dello spettacolo?
«I politici sono più abituati a domande “cattive” e a non
rispondere sempre per quello che pensano realmente. I
personaggi di spettacolo, invece, sono molto sorprendenti.
Ad esempio, Asia Argento, che è sempre stata vista dal
pubblico come un personaggio trasgressivo e introverso,
davanti a me raccontò con molta enfasi il trauma
provocatole, da bambina, dalla separazione dei suoi
genitori, tanto che si ruppe una mano».
Viviamo anni molto polemici dal punto di vista del
dibattito politico; quale ruolo può e deve svolgere il mondo
dell'informazione in questo contesto?
«Raccontare il più possibile quello che accade, ma non
soltanto limitatamente alle dichiarazioni polemiche. Il
pubblico, il cittadino, assiste ad un continuo batti e
ribatti tra Prodi e Berlusconi, e non sempre riesce a farsi
un’idea precisa. Sicuramente a distanza di mesi il nuovo
governo si trova in difficoltà, dovute soprattutto a manovre
come l’indulto e la legge finanziaria, che hanno portato ad
abbassare la fiducia quasi del 50%, dato che deve far
riflettere. L’informazione dobbiamo farla noi giornalisti, e
non limitarci solo a lasciare il “gelato” nelle mani del
politico di turno e fargli dire tutto quello che gli pare.
Credo che un’informazione più lottizzata possa respingere
questi rischi».