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Costanza CalabreseTelegiornaliste anno IV N. 41 (166) del 17 novembre 2008

Costanza Calabrese: Il mio sogno? Fare l'inviata di guerra
di Pierpaolo Di Paolo

Questa settimana Telegiornaliste incontra Costanza Calabrese, inviata del Tg5.

Da un recente sondaggio, sembra che tu sia particolarmente apprezzata per la tua voce.
«Non lo sapevo, è una bella notizia. La mia voce ha sempre diviso: c'è chi la trova calda e coinvolgente, e chi un po' troppo maschile. Di certo è la più adatta a ciò di cui mi occupo: la cronaca nera».

Ma quanto conta poter far affidamento su una voce calda in un lavoro come il tuo?
«Diciamo che se mi occupassi di gossip o spettacolo, la mia voce sarebbe molto meno adatta. Questo aspetto è importantissimo nella misura in cui è il primo elemento di contatto tra giornalista e telespettatore. E' attraverso la voce che entro nelle case della gente e sono riconosciuta. A me piace anche se, avendo vissuto a lungo a Roma, ho una cadenza un po' troppo romana. Questa cosa me la porto dietro e vorrei lavorarci un po' su. Essendo per metà siciliana, non mi dispiacerebbe avere un accento un po' più siculo».

Quanto ha inciso invece nelle tue scelte di carriera avere un esempio in famiglia come Pietro Calabrese? E' stato un fattore determinante o un paragone ingombrante?
«E' stato determinante: da piccola, mio padre mi portava in redazione e mi metteva sulla scrivania a disegnare. Ho vissuto e respirato giornalismo fin da bambina. Questo lavoro io ce l'ho dentro, è la mia passione da sempre, non ho mai voluto fare altro. Se fosse unicamente una questione di DNA, avrei una carriera di successo assicurata. Purtroppo questo non sempre basta».

Quindi nessuna difficoltà aggiuntiva?
«In realtà ho sempre vissuto in maniera combattuta questa cosa. Pur avendo in casa una persona a cui chiedere un valido consiglio, non l'ho mai fatto. Non ho mai avuto il coraggio di leggergli un pezzo, nel timore che esprimesse un giudizio severo. Se papà avesse avuto qualche appunto da fare, la cosa mi sarebbe dispiaciuta troppo. Di certo, gli devo molto sul come costruire i rapporti con le fonti, procacciarsi le notizie, farsi venire delle idee. Lui è stato la scuola che non ho mai fatto. Anche l'accesso al mondo dei colleghi, da figlia di Pietro Calabrese, è stato più facile, e per me papà è stato sempre motivo d'orgoglio. Certo, c'è anche il lato negativo, poiché qualunque successo io riesca a cogliere, ci sarà sempre chi insinuerà che ci sono riuscita perché agevolata».

Come corrispondente dalla Sicilia ti trovi spesso a dover riportare fatti di cronaca nera. Si riesce col tempo a costruirsi uno scudo o c'è un margine entro il quale la notizia si subisce sempre?
«Io la continuo a subire e ne sono contenta. La cronaca è la mia passione e, essendo siciliana, anche le mie letture e approfondimenti riguardano sempre le storie di mafia, senza nulla togliere a camorra o 'ndrangheta. Per quanto si possa creare un distacco professionale, si tratta di un tema che mi coinvolgerà sempre. Scrivere del sindaco di turno che taglia il nastro durante l'inaugurazione di una mostra potrà anche essere una notizia che riguarda 100 o 200 mila persone, ma non è coinvolgente. Essere sul posto in cui un'auto pirata ha ucciso un bambino è ben differente: respiri l'emotività, le tensioni nell'aria, la sofferenza della famiglia. Vivi la notizia sulla tua pelle».

Qual è, allora, la notizia che hai vissuto maggiormente?
«E' una risposta difficile da dare. Di certo narrare la storia della mafia, le sue usanze, i riti, i personaggi - che son cose conosciute in Sicilia, ma meno nel resto d'Italia - è molto coinvolgente. Mi viene in mente anche la storia di Denise Pipitone. In quella vicenda racconti il dramma di una donna che ha subito la peggior violenza che una madre possa vivere, perché non sapere che fine ha fatto tuo figlio è peggio della morte. Vorresti cercarlo tutti i secondi della tua vita pur di avere una risposta. Qualsiasi madre che ha vissuto un incubo del genere ti dice che preferirebbe sapere della morte, piuttosto che rimanere in questo stato perenne di sospensione».

Quindi mafia e drammi familiari sono le notizie più penetranti?
«Sì, ma più che la famiglia in genere, direi tutto ciò che riguarda i minori. Storie di genitori che non hanno le possibilità di curare i figli affetti da rare patologie, bambini scomparsi, pedofilia... Sono queste le storie che "subisci" di più. Il mio sogno nel cassetto sarebbe poi fare l'inviata di guerra. Non mi sono mai trovata sul campo di una guerra, ma quella sarebbe sicuramente un'esperienza unica».

Dopo l'arresto di Provenzano, abbiamo avuto tutti l'immagine di una mafia contadina, ignorante, grezza. Servizi come quello su Matteo Messina Denaro mostrano invece nuovi boss che sfoggiano cultura, citazioni letterarie, amore per la bella vita. Ma qual è il vero volto della mafia?
«Sicuramente il primo. La vera mafia è quella di Riina e Provenzano, una organizzazione efferata e crudele ma senza dubbio anche più vera, genuina. La mafia aveva un forte legame con la religione, c'era un richiamo continuo al Vangelo e gli stessi capi erano personaggi con un carisma, con una personalità che non esiste oggi. Quella mafia, fatta di ricotta e cicoria, era sicuramente più vera di questa. Certo, i tempi sono cambiati e questo reinventarsi dei boss dimostra anche come questa organizzazione sia sempre viva, sempre capace di andare avanti e non morire mai. Un personaggio come Matteo Messina Denaro, nelle sue lettere, sfoggia la sua ipotetica cultura con citazioni letterarie paragonandosi a Malaussène, capro espiatorio dei romanzi di Pennac. Mostra di disinteressarsi alla religione e persino alla famiglia, difatti non ha mai incontrato sua figlia. E' amante delle belle donne, del lusso, della cultura, ma non ha lo spessore dei suoi predecessori».

Sedici anni dalla morte di Falcone. Cosa è cambiato da allora? Possiamo dire che quel sacrificio è stato utile?
«Utile per nulla. Non si può accostare questo termine ai sacrifici di due uomini come Falcone e Borsellino. Le cose sono cambiate anche grazie a loro, due personaggi che, nonostante si sentissero - come disse Borsellino - dei morti viventi, hanno sempre inseguito il loro ideale di giustizia e si sono battuti per esso. Hanno messo le basi di un processo che sarebbe andato avanti anche se fossero rimasti in vita. Loro sono stati i promotori della lotta alla mafia. Partendo dall'istituzione della commissione antimafia a Roma, fino alla confisca dei beni ed altre 100mila cose. Certo, il tutto insieme a un pool di persone che lavoravano con loro e che, fortunatamente, hanno poi portato avanti quel progetto. Le cose oggi sono nettamente migliorate perché quello che prima era un tema combattuto da due, oggi è sentito a livello sociale molto di più. C'è stata un'evoluzione sociale e istituzionale, per quanto siamo decisamente lontani dall'aver vinto la guerra. Siamo solo sulla buona strada, ma la mafia non è stata sconfitta».

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