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Intervista a Pino Finocchiaro   Tutte le interviste tutte le interviste
Pino FinocchiaroTelegiornaliste anno V N. 21 (192) del 1 giugno 2009

Pino Finocchiaro: lezioni di giornalismo sul campo
di Giuseppe Bosso

Giornalista, redattore e conduttore di Rai News 24, Pino Finocchiaro ha lavorato a Televideo, Ufficio Stampa DG e Rai Sicilia della Rai Radiotelevisione Italiana. Pubblicista dal 1978 e giornalista professionista dal 1992, si occupa principalmente di inchieste, cronaca giudiziaria, politica, ambiente e sicurezza globale. Una grande esperienza nel settore che gli ha regalato meritatamente l'elogio del Sunday Times durante l'eruzione a Catania del 1992.

Un riconoscimento importante quello del Sunday Times, eppure sono continue le critiche che la stampa straniera rivolge al nostro Paese.
«I colleghi hanno ben diritto di esprimere le loro opinioni, a maggior ragione in una realtà come quella anglosassone in cui la libertà di stampa è un pilastro fondamentale».

Lei è stato anche docente di giornalismo: cosa ha cercato di insegnare agli aspiranti reporter?
«Penso che la vera università, la vera scuola, sia la strada. Le scuole formano valide professionalità. Il talento del narratore si forgia nell’ingiustizia, diceva Ernest Hemingway. Solo chi vive il dramma sul luogo della notizia rivela talento. Perché ha imparato il mestiere sul campo. Una cosa è il talento, abbastanza raro devo ammettere, altra cosa la professionalità, anche grande».

Come crede cambierà per voi giornalisti il lavoro con l’avvento del digitale terrestre?
«Emergeranno sicuramente nuove professionalità. Il lavoro dei colleghi avrà modo di essere valorizzato. Miglioreranno i contenuti. Ci sarà maggiore concorrenza. Le nuove tecnologie consentiranno al pubblico di scegliere la scaletta dei programmi».

Cosa ha significato per lei vincere, nel 1995, il premio della sezione Ilaria Alpi - Penne Pulite?
«Una grande emozione, a maggior ragione perché l’ho ricevuto a Sarteano, in Toscana, dai genitori di Ilaria Alpi, a pochi mesi di distanza dall’omicidio di questa coraggiosa collega e di Miran Hrovatin. Oltre all’emozione, la gioia per il riconoscimento di tante fatiche».

Lei è molto impegnato per la tutela dell’ambiente. Dove devono dispiegarsi maggiormente le forze in questo senso?
«Il sisma dell’Aquila ci insegna che trascurare il nostro rapporto con gli eventi naturali può ampliare gli effetti letali del terremoto. Per il cronista, ogni cosa va affrontata con la massima curiosità e rispetto. Da come sarà l’ambiente in futuro dipende il destino delle nuove generazioni, la politica non può far finta di niente. La visione ambientalista non deve essere distinta da quella dell’economia, occorre superare lo stereotipo che vede troppo costoso l’impiego di tecnologie pulite. Anzi, i fatti hanno dimostrato che chi ha investito in questo senso ha ottenuto grandi risparmi. È terribile pensare che oggi ci sono ancora milioni di bambini che muoiono per la mancanza di cibo e per la scarsità di acqua, in molte zone del pianeta. È una tragedia a cui non possiamo abituarci».

Qualcuno ha mai tentato di metterle il bavaglio?
«Tentativi ce ne sono stati, non lo nascondo, ma è la mia battaglia per la quale combatto ogni giorno. Il più grande pericolo, comunque, è l’autocensura a cui si sottopongono molti colleghi. Dobbiamo essere obiettivi nel resoconto, nella cronaca, senza rinunciare alle nostre opinioni, anche politiche; le notizie bisogna saperle anche commentare. Per gli inglesi la notizia è sacra, il commento è libero. Nel teatrino della politica italiana il commento è sacro, la notizia è libera. E i fatti spariscono».

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