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Intervista a Emanuele Giordana tutte le interviste
Telegiornaliste anno V N. 12 e 13 (183 e 184) del 30 marzo e 6 aprile 2009

Emanuele GiordanaEmanuele Giordana, la magia dell’Afghanistan
di Erica Savazzi

Afghanistan, Pakistan, Tibet. Viaggi e blog. Radio e informazione. Lo sguardo sull’Asia di Emanuele Giordana.

Per prima cosa ben tornato in Italia.
«Sono a casa da tre settimane (quattro, al momento della pubblicazione, ndr) ma se potessi partirei domani, non importa per quale destinazione».

Sei tornato dall'Afghanistan, Paese con cui hai una “storia” ultra trentennale.
«Sono andato lì per la prima volta nel 74. Gli afghani sono delle persone molto particolari, sono una razza speciale, molto affidabili, persone serie. Vivono in un Paese disgraziato, non parliamo poi della situazione delle donne. E poi l'Afghanistan è un Paese che mi piace, ha una sorta di magia che conquista».

Ti sei anche fatto operare di ernia, a Kabul.
«Era per evitare il servizio sanitario italiano (ride, ndr). In realtà era un ospedale sostenuto dalla Cooperazione italiana per cui sapevo chi mi avrebbe operato. Mi sembrava anche un gesto di fiducia doveroso nei loro confronti».

La Farnesina ha invitato le Ong italiane a lasciare il Paese.
«Secondo me è stata una comunicazione con un difetto di origine: sarebbe stato meglio discuterne prima con le organizzazioni presenti sul posto. Ovviamente se qualcuno si sente invitato a fare le valigie reagisce con forza: le Ong sono enti autonomi dal governo, per cui si può consigliare una certa azione, ma bisogna tener conto della loro sensibilità».

Questa rottura è ricomponibile?
«Spero che si risolverà in un colloquio: le Ong hanno chiesto di incontrare Frattini per parlare della presenza della società civile italiana in Afghanistan. Se restano solo i soldati è difficile parlare di ricostruzione».

Obama vuole cambiare strategia.
«Gli americani hanno una posizione che inizialmente è sembrata essere solo una scelta di carattere militare, cioè inviare 17.000 soldati, ma in realtà la cosa è più complessa. Prima di tutto sono solo 17.000 e non 30.000 come i comandi militari avevano chiesto, e in secondo luogo, questo ha anche a che vedere con il ritiro dall'Iraq. In realtà l'amministrazione americana sta ripensando tutta la strategia in Afghanistan, dando maggior forza ai capi tribali, agli organismi di governo decentrato e con un rafforzamento dell'esercito nazionale che gli americani vorrebbero portare a 400.000 uomini, una cifra importante che sottintende in un certo senso il nostro disimpegno. Gli americani sembrano voler cambiare strategia puntando anche su un aumento dei funzionari civili, quindi all'ambasciata, nella cooperazione e tra i consiglieri del governo. Inoltre stanno spingendo sul negoziato con i talebani. Una inversione molto interessante che potrebbe influenzare anche gli europei».

Non è un pericolo trattare con i talebani?
«È pericoloso ma inevitabile. La guerra è arrivata a un punto morto: noi non possiamo vincere, e nemmeno i talebani, per cui non rimane che il negoziato. Adesso possiamo negoziare da una posizione di forza, cioè con una presenza militare, ottenendo dei risultati che non ci sarebbero se col tempo e il logoramento della guerra - in termini di uomini e denaro - le truppe occidentali si dovessero ritirare abbandonando il Paese a una nuova guerra civile che va evitata in tutti i modi, anche negoziando col nemico».

Perché il tuo blog si chiama Great game?
«Il Grande gioco è il nome che un funzionario britannico diede al gioco militare e diplomatico che tra la fine del '800 e l'inizio del ‘900 facevano i russi e gli inglesi nell'area dell'Afghanistan e del Pakistan: gli inglesi per tenere la frontiera dell'India e i russi perché pensavano di invaderla. La parola poi è stata ripresa da Kipling nel suo libro Kim, in cui il protagonista diventa un agente del Grande gioco al servizio di sua maestà britannica. Ricorda il grande gioco fatto sulle spalle dell'Afghanistan che non è mai finito».

Le vicende Pakistane hanno influenza in Afghanistan?
«Pakistan e Afghanistan si influenzano reciprocamente, ecco perché bisogna correre ai ripari e cercare il negoziato su tutti i fronti. In Pakistan purtroppo le cose si sono molto deteriorate per cui oggi è la situazione forse più pericolosa dal punto di vista di diritti delle donne o dell'amministrazione della giustizia. È ancora più pericoloso perché si tratta di uno stato definito - come invece non è l'Afghanistan – il cui governo è molto instabile e debole».

Da dove deriva la situazione pakistana?
«Credo derivi in buona parte da una cattiva gestione delle aree dove si svolge il conflitto, che sono state neglette da parte dello stato centrale. Sono state lasciate in una situazione quasi di autogoverno, che in un certo momento è diventato desiderio di separazione e di secessione. Questo desiderio tende facilmente ad accoppiarsi con ideologie estremiste, che si tratti dell'islam o di altre teorie poco importa. Bisognerebbe andare alla radice di quei mali, proporre un intervento forte di carattere politico ed economico in modo da sottrarre agli islamisti quella massa di disoccupati, disillusi, disperati che aderiscono a una ideologia forse più per necessità che per convinzione».

Lavori anche in radio.
«Oramai sono sette anni che ho un contratto stagionale – sono felice di essere un uomo libero - a Radio3mondo, una trasmissione che mi piace moltissimo e di cui sono molto fiero. È un lavoro che faccio molto volentieri. Parliamo solo di ciò che accade fuori dall'Italia, credo che siamo l'unica trasmissione che lo fa».

Qual è il livello dell'informazione sugli esteri secondo te?
«Non ce n'è, oppure c'è in maniera superficiale e a spot, e sempre di più occupandosi dell'aspetto di costume senza guardare in profondità. Questo non è colpa dei giornalisti – in Italia ci sono tantissimi bravi giornalisti – ma in parte di una tradizione del nostro Paese di essere ripiegato su se stesso e in parte dell'editoria, che nonostante si sia aperta un po' di più sul mondo, tende sempre a presentare tutto in termini televisivi. Per questo una trasmissione come Radio3mondo secondo me è un piccolo gioiello da salvaguardare».

Hai curato un insieme di saggi sul Tibet, all’interno del quale hai scritto un articolo su come la legislazione internazionale ha affrontato il problema della regione.
«Mi sono rifatto a una sorta di processo sul Tibet che è stato istituito dal tribunale Russell, un tribunale della società civile. Alla fine si dimostra che il grado di indipendenza del Tibet dalla Cina è una realtà storica, di conseguenza, in base al principio dell'autodeterminazione dei popoli, i tibetani avrebbero diritto di esprimersi rispetto al far parte della Cina o meno. In sostanza la legislazione internazionale mette il Dalai Lama - che non chiede la secessione ma una larga autonomia - in una posizione legalmente forte, mentre la posizione dei cinesi è molto più debole perché di fatto sono invasori».

Si puntava molto sulla pressione internazionale.
«La pressione che viene dal basso, le manifestazioni in Tibet, India, Nepal e poi in Italia, Francia, Stati Uniti, non possono durare all'infinito. Possono dare un segnale, poi tocca alla politica coglierlo. Questo non è stato fatto: in occasione delle Olimpiadi anche i Paesi che erano più filotibetani come la Francia o l'Italia - che addirittura voleva ritirare la missione sportiva - alla fine, grazie al fatto che la Cina è una grande potenza economica, hanno lasciato. Credo che i nostri leader siamo colpevoli non meno dei cinesi di aver abbandonato i tibetani».

Quale può essere allora una via di soluzione?
«Forse l'unica vera speranza è che all'interno della società cinese - una società dinamica dove ci sono degli intellettuali che hanno chiesto di rivedere il modo in cui il governo tratta la questione tibetana - succeda qualche cosa. Forse oggi l'unica speranza di combattere l'invasione della Cina sono proprio i cinesi, però ovviamente è una speranza a lunghissimo termine. E senza la pressione internazionale sarà molto difficile che la persone che vogliono suggerire una posizione di apertura possano veramente farlo».

Com’è che ti sei appassionato di Asia e Medioriente?
«Ho viaggiato molto tra i 18 e i 25 anni, allora era molto facile viaggiare a piedi, c'era la guerra fredda e quindi poche guerre reali. Di tutti i Paesi in cui ho viaggiato l'Asia è quello che mi è rimasto nel cuore, e ho continuato questa passione col lavoro. È stata una grande fortuna fare allora quei viaggi: a distanza di trent’anni tante cose che allora non avevo capito o a cui non avevo fatto caso un po' studiando e un po' tornandoci con più consapevolezza sono diventate un piccolo tesoro di esperienza e cultura».

Immagino sia stato difficile partire.
«Era più semplice di adesso. C'era un movimento giovanile molto aperto, e le famiglie forse avevano meno timori o comunque non avevano i mezzi per opporsi al nostro desiderio di libertà. Alla fine il mondo era molto meno pericoloso quindi era molto più facile viaggiare, costava di meno e soprattutto non avevamo allora la necessità di comodità, ci accontentavamo di viaggiare su autobus scalcinati. Credo soprattutto che fosse il contesto storico di quel periodo: ora ci si pensa due volte prima di intraprendere un viaggio che in realtà poi si può fare lo stesso, certo bisogna stare più attenti. Partivamo e stavamo via magari quattro o sei mesi, finché non finivamo i soldi. C'era più libertà di movimento, che era una libertà del sentimento. Non so se ci fosse più coraggio, di certo c'era molta curiosità».

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