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Intervista a Maurizio Mosca tutte le interviste
Maurizio MoscaTelegiornaliste anno III N. 38 (116) del 22 ottobre 2007

Maurizio Mosca: «Sapevamo tutto di Calciopoli, e allora?»
di Pierpaolo Di Paolo

Conduttore, opinionista e giornalista sportivo, il vulcanico Maurizio Mosca è uno dei volti più noti della tv italiana. Una popolarità conquistata prima sugli schermi delle tv locali lombarde e poi su quelli nazionali.

Telegiornaliste l'ha incontrato per una chiacchierata sul mondo del giornalismo sportivo, sulla sua carriera e sul calcio: da sempre sua grande passione.

Nel mondo della tv lei è certamente un "personaggio": la sua personalità esplosiva ed esuberante l'ha fatta considerare dal pubblico uno showman prima ancora che un giornalista. Trova questa idea lusinghiera o offensiva?
«Non la ritengo affatto offensiva perché non è vero che la gente mi valuta soltanto da quel punto di vista. Io faccio l'opinionista e lavoro tanto. Lavoro a Guida al Campionato, a Studio Sport, la domenica sera a Controcampo, e lo faccio sempre con impegno e dedizione: che poi al momento mi venga di fare la battuta o la scenetta estemporanea, la faccio anche volentieri e non me ne vergogno affatto».

Quindi non c'è un abisso tra la carriera del giornalista, del conduttore e quella dello showman. Ma sono davvero aspetti che riescono a convivere in perfetta armonia, facce intercambiabili di una stessa medaglia, o a volte son ruoli che si contraddicono un po'?
«Certo che sono intercambiabili, sono caratteristiche proprie di chiunque lavori in tv. Oggi c'è un tale caos televisivo che io non sto certo a crearmi un problema di questo genere: faccio il mio mestiere come mi viene. Non sono più un ragazzino, penso di essermi costruito una carriera decente e sempre sulla mia pelle, lavorando 12, 13 ore al giorno o più e non ho nulla da nascondere né da rimproverarmi».

I programmi televisivi mostrano immagini di un giornalismo sportivo spesso urlato, fatto di voci che si sovrappongono e litigate a volte farsesche: questo scenario può conciliarsi con le esigenze di professionalità che si richiedono alla categoria o pensa che bisognerebbe cambiare qualcosa?
«E' oggi che succede questo. Quando facevo la tv privata o anche il Processo del lunedì mi veniva spontaneo intervenire, litigare, fare delle battute. Adesso è tutto costruito e a ciascun giornalista è assegnato un ruolo prestabilito: uno fa "la parte" del Milan, un altro quella dell'Inter, della Juve, del Napoli e così via.
Si lanciano delle occhiate quando non sono ripresi per far capire a chi tocca parlare, chi deve gridare, quando bisogna litigare e questo a me non piace. Il mio giornalismo è altro. Io sono sempre stato uno che lavora con grande spontaneità, non ho mai recitato a comando, a differenza di quello che avviene oggi».

Lei ha lavorato al Processo del lunedì fino al 2002, diventando amico e collega di Aldo Biscardi: il coinvolgimento di quest'ultimo nello scandalo Calciopoli ha per lei cambiato qualcosa?
«No, assolutamente. Non mi è sembrata una cosa di grande scalpore e di certo la gente non le ha dato tutta questa importanza. Biscardi è un giornalista conosciuto così come è conosciuta la sua naturalezza e il suo modo di condurre il programma, e non credo minimamente che Calciopoli abbia inciso nella sua carriera o ridimensionato la sua immagine».

Ma Calciopoli ha cambiato qualcosa nel mondo del giornalismo sportivo?
«Non ha cambiato nulla. Tutti noi giornalisti sapevamo perfettamente cosa faceva Moggi, cosa faceva Giraudo e cosa facevano altri. Tutti sapevano tutto, poi per varie ragioni ognuno ha valutato più opportuno tenerselo per sé, ma questo è un altro discorso».

In una recente puntata di Controcampo lei ha detto con un tono di scherno: «Ma chi è questo Hamsik?». Non pensa di aver snobbato troppo in fretta un calciatore che a soli 20 anni sta infiammando una piazza difficile come Napoli?
«E' solo una battuta, questo è il mio modo di fare e in quel momento l'avrei detto anche di Ronaldinho. E' un modo divertente, sdrammatizzante di affrontare le questioni sportive, ed io ho la presunzione di averlo inventato, questo modo di fare sport.
La Gialappa's, con grande onestà, ha sempre detto che L'Appello del martedì ha dato il la ad un nuovo modo di fare giornalismo: un giornalismo in grado di spettacolarizzare lo sport invece di renderlo noioso. Siccome a me viene naturale, io sono questo. Che poi piaccia o meno è un altro discorso».

E' vero che all'inizio della carriera di Maradona in Italia un frase del genere offese Diego al punto da farvi litigare?
«Mai litigato con Maradona, sia ben chiaro, quando ci vediamo scherziamo e parliamo normalmente. Certo lui è fatto in una maniera, io in tutt'altra. Io sono uno che quando pensa una cosa la dice, questo a volte può anche dar fastidio. Piuttosto a mio parere il vero problema è che intorno alla figura di Maradona c'è sempre stato, da parte degli intellettuali in generale, ma soprattutto da parte dei napoletani, un protezionismo eccessivo che ritengo sia stata la vera causa della rovina di Maradona a Napoli».

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