Isabella
Schiavone: la gavetta prima di tutto
di
Giuseppe Bosso
Giornalista professionista dal 2002,
Isabella Schiavone ha alle spalle una lunga
gavetta. Le prime esperienze nelle emittenti locali e nazionali, in agenzie di
stampa, quotidiani, testate on line e trasmissioni radiotelevisive, fino al
primo contratto in Rai, al Gr1. Dal 2000 lavora al Tg1. Ha vinto il Premio
Giornalistico Luchetta Hrovatin, nel 2006, con un'inchiesta sulla droga a
Scampia. Ha frequentato inoltre il Corso di Specializzazione della Fondazione
Cutuli per inviati in aree di crisi.
Cosa ricorda delle sue esperienze in Kosovo e Libano, al seguito di due
missioni?
«È stata un'esperienza formativa che ho potuto fare grazie ad una borsa di
studio nell'ambito del Corso di Specializzazione della
Fondazione
Cutuli. Ho potuto seguire da vicino il lavoro delle truppe in queste
zone a rischio e accedere in tutta sicurezza anche nei luoghi più pericolosi. Ma
per contro va anche detto che in queste condizioni il tuo lavoro rischia di
essere 'filtrato'».
Quale deve essere, secondo lei, l'atteggiamento che l'informazione dovrebbe
mantenere di fronte ad un'emergenza come quella di Haiti?
«Documentare la realtà di questa tragedia mantenendo la massima dignità e il
massimo rispetto per chi soffre, evitando di cadere in espedienti squallidi per
fare ascolti. Per quanto mi riguarda, non sono mai stata sull'isola e seguo il
lavoro dei colleghi che sono lì».
Nel 2006 vince il Premio Luchetta Hrovatin con un'inchiesta su
Scampia: come si è avvicinata a questo quartiere napoletano, tristemente noto ai
media?
«È stata una casualità. Da sempre, essendo laureata in sociologia, seguo da
vicino il terzo settore sul degrado e sulle zone a rischio. Lavoravo a
Uno
Mattina con
Monica Maggioni che mi chiese di andare lì quando questa zona di Napoli
acquistò una triste notorietà per il proliferare di delinquenza e degrado. Sono
stata due giorni a Napoli con una troupe del posto, cercando di documentarmi da
tutte le possibili visuali, seguendo i 'falchi' e intervistando le persone che
vivono nel quartiere. Una realtà ricca di spunti che ho vissuto da ogni lato; da
lì alla realizzazione del reportage, il passo è stato breve».
Lei, che ha affrontato una lunga gavetta prima di arrivare a Raiuno, è anche
docente al Master in Giornalismo dell'Università di Tor Vergata. Nei suoi
studenti intravede questa propensione ad una lunga e faticosa scalata?
«Premesso che non si sceglie ma si arriva dove si lavora, e questo dipende anche
da tanti fattori come saper cogliere l'occasione giusta, avere l'opportunità di
farsi conoscere e farsi stimare, devo dire che nei miei studenti avverto una
grandissima voglia di fare e di esprimere le loro idee. Non credo che la
propensione al sacrificio e alla gavetta sia un requisito generazionale, ma
soggettivo. Per la mia esperienza, con 28 studenti, vedo molta disponibilità ed
entusiasmo. Poi certo, capita che ci sia qualcuno che auspichi ad avere tutto e
subito».
Cosa pensa di Telegiornaliste?
«Un fenomeno curioso e divertente, un modo simpatico di far conoscere agli
spettatori quel dietro alle quinte del mondo dell'informazione che passa quasi
sempre sotto silenzio».