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Telegiornaliste N. 7  del 30 maggio 2005


Se la verità fa male di Tiziano Gualtieri

In questo ultimo periodo, le dittature sono tornate a farla da padrone su tutte le pagine dei giornali. Dal caldo dei caraibi, al freddo delle ex repubbliche sovietiche, sembra non esserci spazio per chi vuole raccontare la propria verità che discorda con quella imposta dall'alto. Una situazione che accomuna l'Uzbekistan a Cuba, la popolazione con i giornalisti sotto un unico grande comun denominatore: i diritti umani calpestati. Perché, in questo caso, non vi è alcuna diversità tra la popolazione e gli inviati.
Inviati da seguire e da inseguire, da prendere come punti di riferimento. Come
Monica Vanali, particolarmente apprezzata sia per il modo di lavorare sia per come vive la professione. Il tutto senza snaturare la propria femminilità - a volte prorompente - che non fanno altro che confermare il suo motto: «Non sono bella, ma piaccio».
E le promozioni sul campo sono anche il consueto leit-motiv dell'ormai classica rubrica Format che punta l'attenzione sui promossi, ma anche sui bocciati della professione. Una sorta di pagella scherzosa (a volte mica tanto) che punta il faro su chi si è distinto nel corso delle settimane, ma è pronta anche a bacchettare.
Bacchettare non solo i giornalisti, ma anche - e soprattutto - le dirigenze e le loro scelte che, come dimostra Omnibus, non sempre risultano essere azzeccate, anzi. Piccoli spostamenti di pedine che vanno a creare qualche problema di squilibrio in situazioni ormai assestate. Errori fatali che rischiano di minare la stabilità di programmi molto validi.
Dall'altra parte, invece, spazio anche a veri e proprio gioielli di giornalismo capaci di distinguersi nel marasma delle trasmissioni di pseudo approfondimento social-medico-civile. Lode, quindi, a Michele Mirabella e al suo Elisir dove, con competenza, brio e un pizzico di ironia, si parla di giornalismo educativo. Alla faccia di chi dice come sia impossibile realizzare produzioni di qualità, dimenticando che - spesso - ciò che manca, è solamente la voglia.
Prosegue, infine, il nostro viaggio tra i quesiti dei referendum che possono segnare la vita di molti italiani e su cui tutti puntano il dito a causa della mancanza di informazione, ma su cui pochi sembrano voler impegnarsi. Una situazione paradossale, a cui telegiornaliste.com cerca di fare chiarezza.


MONITOR Monica Vanali, l’inviata da imitare di Filippo Bisleri

Monica Vanali è una delle firme di punta della redazione sportiva di Mediaset. Padovana, nel corso degli anni ha maturato, grazie alla sua famiglia, un amore per la città di Bergamo e tutto quanto la riguarda. Non ammetterà mai pubblicamente la cosa, ma Monica ha un debole per l’Atalanta.
A Mediaset, Monica è arrivata dopo una lunga gavetta nelle redazioni locali. La sua competenza è indubbia. Ferratissima nel calcio, Monica si difende anche nella pallacanestro e nella pallavolo non disdegnando puntatine anche nei cosiddetti “sport minori”. La crescita all’interno della redazione sportiva di Mediaset l’ha portata, dalla stagione scorsa, ad essere la voce dei posticipi del campionato nelle interviste realizzate “a caldo” per conto di “Controcampo”.
Se le chiedete se è soddisfatta del suo ruolo di inviata Monica non dirà mai né sì ne no. Monica lavora, è una professionista seria e raccoglie ogni proposta di lavoro come una sfida nella quale giocare tutta se stessa perché crede nel suo lavoro di giornalista professionista e cerca la maggiore chiarezza espositiva possibile. Monica Vanali accetta volentieri anche le conduzioni di serate sportive che ne esaltano le qualità di comunicatrice e di persona squisita ed estremamente disponibile. In questi eventi forma spesso “coppia” professionale con il collega-amico
Guido Meda con il quale ha un’intesa giornalistica eccezionale.
La Vanali è anche incappata in un richiamo professionale da parte dell’Ordine dei giornalisti, ma ne è uscita in modo brillante e riproponendo la sua immagine migliore di giornalista che svolge il proprio lavoro con una dedizione encomiabile: è un vero modello di giornalista professionista a 360°. Certo, concede qualcosa al suo essere donna e qualche volta sfoggia abbigliamenti che regalano emozioni all’occhio dei suoi fans, ma sa bene, per sua stessa ammissione, che i fan la seguono anche per come appare. «Non sono bella ma piaccio» è uno dei suoi ritornelli. E noi lo confermiamo: ci piace.


CAMPIONATO Arrivederci Cristina di Rocco Ventre

Nel girone 2 è arrivato il verdetto più triste: per la prima volta una telegiornalista decorata retrocede in serie B. E' Cristina Fantoni che nel 2002, un po' a sorpresa, si aggiudicò l'edizione n. 4 del campionato.
Nello stesso girone sono arrivati altri due amari verdetti: Cuffaro e Bendicenti disputeranno il prossimo campionato di serie B. 
Per Francesca Todini invece è arrivata la qualificazione matematica ai play-off.
Nel girone 1 dopo Rula Jebreal retrocedono in serie B anche Simona Rolandi, Federica Sciarelli e Barbara Pedri. Impresa di Laura Cannavò che batte di misura Tiziana Panella e si porta in solitario al quinto posto (che significherebbe permanenza in serie A).


CRONACA IN ROSA La dittatura nel Paese di Samarcanda di Fiorella Cherubini

Nella notte tra giovedì 12 e venerdì 13 maggio, l’Uzbekistan, regione dell’Asia centrale fortemente contesa per la sua ricchezza di cotone (conosciuto come l’oro bianco), si è trasformato nell’ennesimo avamposto di morte del Medio Oriente.
Un’insurrezione di matrice islamica finalizzata ad ottenere la liberazione di 23 esponenti dei gruppi religiosi locali è stata brutalmente sedata dalle truppe del presidente Karimov che, senza i dovuti distinguo, ha colto l’occasione per scagliarsi contro i rivoltosi ma anche per colpire qualsiasi forma di opposizione al regime, generando una vera e propria ecatombe di uzbechi.
750 la stima dei morti, anche se il presidente-padrone Karimov ha creduto opportuno dichiararne molti meno, circa 70, rabberciando le accuse rivoltegli con smentite grottesche.
All’incipit difensivo di stampo militare, Karimov ha subitaneamente fatto seguire l’interruzione delle trasmissioni delle tv straniere nel Paese al fine di evitare che “La questione interna dell’Uzbekistan” diventasse “Una questione internazionale”.
Tale decisione non ha tardato ad incassare il sostegno incondizionato di Mosca, nella persona del ministro degli esteri Laurov, nonché l’amichevole invito alla “moderazione” giunto da parte del presidente americano Bush, al quale – dopo l’attaccato Kamikaze alle Torri Gemelle consumato l’11 settembre 2001 - Karimov concesse un’importante base aerea per le operazioni in Afghanistan.
Due, forse tre, giorni di allerta mediatica, e poi sull’accaduto è stato steso un velo di pesante e impietoso silenzio.
Ci si è defilati da quelli che dovrebbero essere i doveri di tutti: capire, approfondire, denunciare, qualificare gli eventi e i loro autori senza paura.
Chi è Karimov? Coloro che non ne ignorano l’operato non reputeranno avventato definirlo un dittatore. Cos’è l’Uzbekistan? Una regione le cui carceri nulla hanno da invidiare ai lager di Dacau e Matthausen.
Come reputare l’atteggiamento delle alleate - di Karimov - Russia e America? Irresponsabile.
Per la comprensione della nostra lettura si rende forse necessario un breve excursus delle atrocità consumate in Uzbekistan, per ordine del dittatore Karimov.
Un Paese dove gli oppositori al regime vengono torturati brutalmente, dove vengono immersi nell’olio bollente, dove vengono inferte nequizie fisiche e morali di ogni sorta e violenza.
Un Paese governato da un dittatore che ha riportato così tante denunce da parte di varie associazioni umanitarie per reiterata violazione dei diritti umani che ci si deve chiedere come facciano gli USA a non interrompere il costante flusso di finanziamenti garantito all’Uzbekistan per le proprie spese militari.
Proprio gli Stati Uniti, che figurano come una delle cinque Grandi Potenze dell’ Organizzazione delle Nazioni Unite e che non hanno esitato a sottoscriverne la relativa Carta, in cui, all’art. 1 par. 3, è espressamente stabilito che uno degli scopi primari dell’ONU è: “Promuovere ed incoraggiare il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali”. Certo è che il regime dittatoriale dell’alleato asiatico Karimov, pur tanto in barba alla facciata democratica degli USA, non è un pretesto sufficiente per indurre Bush a recidere i legami politici, economici e militari con l’Uzbekistan.
Più conveniente, infatti, sembra rivelarsi l’odio di entrambi i Paesi per l’Islam e formidabile collante è la lotta serrata dei due Presidenti al “nemico comune” : i musulmani.
I diritti umani possono, dunque, passare in secondo piano.


CRONACA IN ROSA 12 e 13 giugno 2005: Referendum sulla procreazione assistita di Silvia Grassetti

Prosegue l’appuntamento settimanale di approfondimento dei quesiti referendari del 12 e 13 giugno prossimi.
Purtroppo l’informazione sul prossimo referendum in merito alla procreazione assistita è praticamente assente dalla televisione e dagli organi di comunicazione di massa. Si tratta di un argomento complesso, ma un dato su tutti deve farci riflettere: se i cittadini non si recheranno a votare, non avranno più la possibilità di modificare la Legge 40/2004.
Al di là delle prese di posizione moralistiche, cattoliche o progressiste, crediamo che un semplice orientamento vada riconosciuto: il diritto all’autodeterminazione, ovvero la libertà della donna, in primis, della coppia, in secondo luogo, di decidere su un tema tanto personale e intimo da rendere fuori luogo qualsiasi ingerenza esterna volta a impedire l’accesso alle cure all’avanguardia, o, peggio, che metta a rischio la salute dei cittadini.
Il nostro intento è sopperire, per quanto possibile, al silenzio stampa mediatico, fornendo ai nostri lettori alcuni ragguagli sui quattro quesiti referendari del giugno prossimo.
Nel numero precedente abbiamo affrontato il primo quesito referendario. E’ ora la volta del
Terzo quesito referendario: 
Per l’autodeterminazione e la tutela della salute della donna.

La Legge 40/2004 equipara l’ovulo fecondato alla persona umana, riconoscendogli gli stessi diritti della madre. Si tratta forse dell’aspetto più controverso della procreazione assistita: definire se l’ovulo fecondato sia fin dal momento del concepimento una “persona” è una questione morale molto delicata, come dimostra la ferma posizione assunta dalla religione cattolica su tale quesito - e sul referendum in generale.
Una posizione che, se confermata dall’esito del referendum, metterebbe in discussione la Legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza: la donna perderebbe il diritto all’autodeterminazione e il diritto di scelta rispetto al proprio corpo e alla maternità.


FORMAT Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i - di Filippo Bisleri

Il gradino più alto del podio lo assegniamo, questa settimana, a Didi Leoni. Da anni in forza alla redazione del Tg5, nelle ultime settimane, la Leoni ha dato delle prove di alta professionalità sia alla conduzione sia nella realizzazione dei servizi. Calma, distinta ed estremamente professionale, la Leoni si sta confermando come una delle punte di diamante della redazione ora guidata da Carlo Rossella. Fortemente voluta al Tg5 da Mentana, la Leoni spera ora in più grandi spazi a sua disposizione. Spazi che, a nostro parere, merita. Per lei un bel “7”.
Il rientro in forza alla redazione economia di Mediaset è stato di quelli supportati subito da grande successo. D’altra parte, per una come
Mimosa Martini
, abituata alle elezioni presidenziali Usa o ancora ai fronti caldi dei conflitti sviluppatisi dopo il tragico 11 settembre, lottare nella giungla dell’informazione economica deve essere una cosa facile… Anche perché, immaginiamo che l’ex “capo” Maurizio Costanzo le abbia aperto qualche canale giusto. Che lei sta utilizzando alla perfezione… Brava. Un bel “6.5”.
Scegliamo Luca Rigoni, ormai la voce fissa del Tg5 dagli Usa per gli ottimi servizi confezionati nelle ultime settimane. L’inviato più bersagliato, ai tempi della guerra in Afghanistan, da “Striscia la notizia” si sta rivelando giorno dopo giorno un signor telegiornalista. Forse poco valutato nonostante abbia l’onore di una piazza giornalisticamente di primo piano come quella americana. Merita di più. Per ora lo portiamo sul podio con un bel “6+”.
Prima a o poi ce lo dovranno spiegare. Maurizio Biscardi (un cognome una garanzia) non fa altro che pontificare contro questo o contro quello in merito alle vicende sportive. La domanda sorge spontanea: lui non sbaglia mai? Errori, solo per stare alle sue apparizioni su Italia7 gold ne potremmo elencare a bizzeffe, da farci puntate di “Paperissima”. Eppure resta il grande opinionista… ma perché? Bocciatura sonora con un “4”.
Contropodio per
Lucia Blini. Lo avevamo già detto, ma evidentemente la brava Lucia fa orecchie da mercante. Perché, ci chiediamo (e le chiediamo) annegare la sua professionalità cristallina dedicandosi al gossip? Fa tanta tristezza vedere la Blini, ottima giornalista, fare il Sandro Mayer di casa Mediaset sulle colonne di “Controcampo”. Preferiamo la Lucia Blini che commenta con competenza il tennis o guida da par suo “Studio sport”. Rimandata con un “5”.
Se per la Martini il ritorno al Tg5 è stato positivo, non altrettanto appare, dopo alcune iniziali prove positive, quello di Salvo Sottile. Difficoltà di adattamento al modo di lavorare imposto dal nuovo direttore Rossella? Probabile. Per ora ci limitiamo a rimandare il bravo Sottile che, dopo aver dovuto reggere il peso della signora Mentana a Sky ora deve riadattarsi al Tg5 in versione riveduta e corretta. Per lui un “5.5”.


FORMAT “Omnibus”, un “treno” in ritardo di Filippo Bisleri

La nuova stagione di “Omnibus”, dopo la dipartita per i lidi del “baffone” Maurizio Costanzo di Marica Morelli (per lei un Master della Luiss), si trascina stancamente. Il programma di punta della mattinata di La7 ora è, in pratica, nelle mani di Andrea Pancani, caporedattore dell’emittente che ha sempre il sogno di laurearsi come terzo polo del sistema televisivo italiano. Bravo Pancani, bravo anche Vaime e brillante il metereologo Paolo Sottocorona.
La sostituzione di Marica Morelli con Paola Cambiaghi (peraltro non una tgista) ha certamente nuociuto alla qualità del programma che, un po’, ha perso in ascolti e in brillantezza. Peccati di inesperienza per la Cambiaghi, necessità di affiatare nuovamente un team che invece stava dando buoni risultati fino alla decisione della Morelli di traslocare a Mediaset per un ruolo decisamente marginale, professionalmente poco appagante nella schiera delle telegiornaliste legate a Maurizio Costanzo.
Quello che è certo, però, è che l’attuale “Omnibus” non ha più l’appeal proprio della versione precedente (quello della coppia Pancani-Morelli).
La direzione giornalistica di La7 deve porsi il problema di investire professionalmente in un contenitore giornalistico di grande pregio qual è, potenzialmente, “Omnibus”. Allo stato attuale delle cose, però, il programma non ci sembra adeguatamente sostenuto né sembra che vi si voglia investire molto da parte dell’editore, forse orientato a dare corso alla gattopardesca massima “non cambiare nulla perché tutto cambi”. Una posizione quanto mai sbagliata. E più si aspetta ad intervenire più si rischia di dovere operare di corsa e inseguendo la concorrenza. Già, perché nel frattempo Mediaset rafforza i Tg5 della mattina e la Rai amplia la gamma delle trasmissioni che preparano il suo “Cominciamo bene”
Aggiungiamo anche il “Tutte le mattine” di Costanzo e si comprenderà come “Omnibus” necessiti di interventi o, come i treni italiani che portano il suo stesso nome, arriverà sempre in ritardo sui concorrenti vedendo, nel contempo, calare drasticamente il suo appeal presso i telespettatori.


TELEGIORNALISTI “Elisir”, la ricetta giusta di Filippo Bisleri

“Elisir” è la dimostrazione pratica che la tv italiana, in questo caso quella di Stato, sa parlare di sanità e di salute e lo sa fare con competenza e brio. Grazie a Michele Mirabella: l’anima, oltre che il conduttore, di questa fortunata trasmissione televisiva che, dagli schermi di Rai3, sfida, per molte domeniche durante l’anno, i vari posticipi del campionato di calcio.
Certo, gli ascolti più alti sono sempre per le partite di calcio e per le trasmissioni che le mostrano o le raccontano e commentano in studio, ma “Elisir” si dimostra sempre di più, anno dopo anno, un buon prodotto. Non ci troviamo certo di fronte ad un fragile vaso in mezzo a tante realtà più corpose in grado di metterne a rischio l’integrità. “Elisir” è una felice intuizione di Michele Mirabella e del gruppo che lavora con lui al programma.
Un gruppo che ha saputo fare della divulgazione scientifica un cavallo di battaglia e che ha saputo, via via, conquistare fette di spettatori all’interno del difficile mercato televisivo della domenica sera, giornata dedicata allo sport. Grazie dunque a Michele Mirabella che ha portato in tv un modo nuovo di parlare della sanità e della salute, un modo schietto per raccontare come ci si cura in Italia e, allo stesso tempo, parlare di medicine alternative e di ricerca scientifica. È anche grazie a trasmissioni come “Elisir” se la sensibilità del popolo italiano per i temi della salute è cresciuta.
Non se ne avrà certo a male il caro Luciano Onder che, con “Medicina 33” del Tg2 è stato un po’ il precursore dell’informazione sulla salute e sulla sanità in Italia: un conto è infatti gestire una rubrica di qualche minuto, un altro è certamente la cura, anche se solo settimanale, di un ampio spazio come quello occupato da “Elisir”. Che ha il pregio di coinvolgere nelle discussioni, sempre molto pacate e volte a dare risposte ai mille quesiti della gente, anche i big del mondo dello spettacolo o dello sport, con il doppio risultato di fare vero giornalismo scientifico-informativo e di avvicinare alle persone normali le figure, spesso ritenute inarrivabili, dei big.
Grazie a Michele Mirabella che ci ha regalato questo bel gioiello di giornalismo sulla salute.


EDITORIALE A Cuba solo informazione Castrata di Tiziano Gualtieri

Che Cuba sia un Paese in cui la libertà di stampa e di espressione sono molto più che un'utopia, lo si sapeva. Che nella tierra del rhum non vi sia spazio che per la voce del regime, era noto. Che i dissidenti vengano visti come una razza pericolosa, portatori sani di libertà - malattia mortale per il regime - non era una novità. Ma nessuno immaginava, o poteva farlo, che L'Avana o Varadero diventassero terra off limits per i giornalisti.
Il bavaglio del dittatore è stato stretto attorno alle voci dei dissidenti e di chi avrebbe dovuto consentire la loro diffusione nel mondo. Proprio nei giorni scorsi si è assistito ad un'escalation di manette strette ai polsi di chi ha un'unica colpa: quella di (cercare di) raccontare la verità, rivelando al mondo - ancora una volta - tutta l'antidemocraticità del regime.
Tedeschi, polacchi, italiani, cechi. Poco importa. Le forche caudine castriste non hanno guardato in faccia a nessuno e non hanno letto le nazionalità dei passaporti, ma sono diventate portavoce di un'operazione di minaccia internazionale rivolta a chiunque abbia l'ardire di diffondere ciò che non proviene dal regime nei secoli Fidel, che - non potendo per l'ennesima volta zittire la dissidenza interna - ha preferito puntare sulla censura verso il resto del mondo.
 Il regime de L´Avana, a questo punto, sembra aver lanciato una campagna internazionale che colpisce chiunque tenti di raccontare le voci dissonanti dal potere castrista. Un comportamento che rivela, con ancora maggior chiarezza, tutta l´intolleranza di una dittatura che non ha mai accettato alcuna critica e che ricorre sistematicamente alla repressione.
Francesco Battistini del CorSera e Francesca Caferri di Repubblica sono solo gli ultimi due (in ordine di tempo) ad aver visto la propria penna venir mutilata con l'accusa di violazione della legge cubana. Un vero e proprio vizio di forma a cui si sono appigliate le forze dell'ordine dell'isola caraibica. «Sorpresi a svolgere attività lavorativa, nonostante l'ingresso sia avvenuto con un visto turistico». Questa la motivazione ufficiale per giustificare il bavaglio del Lìder Maximo.
Espulsi per aver voluto raccontare: conferma non ufficiale di un'intolleranza contro chi non abbia le idee tarate secondo il volere di chi comanda, con un regime totalmente allergico alla verità. A conferma di ciò anche i fermi di altri giornalisti tedeschi e polacchi, rispediti a casa in tutta fretta con la stessa accusa: aver fatto il proprio lavoro.
Così, mentre c'è chi dice che in tutto il mondo turista che lavora fa rima con espulsione e che - quindi - non ci sia molto da meravigliarsi, in molti rimane l'amarezza per una vicenda che non è altro che la conferma come Cuba sia il Paese incubo per i giornalisti. A conferma di ciò gli oltre venti cronisti e scrittori cubani che, invece, sono attualmente ospitati nelle patrie galere dell'isola.

 
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