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Telegiornaliste N. 10  del 20 giugno 2005


Non mortifichiamo il desiderio di vita di Filippo Bisleri

La sonora bocciatura dei referendum, fortunatamente, pare non aver spento il dibattito sui temi della vita e della procreazione medicalmente assistita. E questa è, nel panorama attuale, già una notizia. Perché, a livello internazionale, sta nascendo il “mercato” di semi e ovuli. E, come al solito, la “democratica” America è protagonista di campagne rivolte alle mamme single per avere figli, belli, sani, biondi e, in parole semplici, dei veri vichinghi.
Dobbiamo ritenere questa iniziativa un insulto, alle donne che desiderano essere madri, e sperimentare anche questa dimensione della femminilità? Forse sì, perché il rischio che il nuovo mercato dell'eugenetica si traduca nella mortificazione della vita e del suo valore è alto.
E la vita viene messa in pericolo ogni giorno in Uzbekistan dove dire quello che si pensa è difficile, se non impossibile. Come impossibile è, spesso, ricavare qualche idea da “Porta a porta”: Bruno Vespa, pur bravo giornalista, sembra a volte più impegnato nel mantenere gli ascolti e nel dare visibilità ai vari politici che nel fare approfondimento.
Intanto, in Europa si è scatenata la bocciatura della Costituzione europea. Una Costituzione calata dall’alto, non condivisa, che non tiene conto delle radici giudaico-cristiane del vecchio continente e che ha ricevuto i secchi no referendari di Francia e Olanda. Sonora la scoppola per l’Unione europea nella terra dei tulipani. Tanto che altri Stati che avevano previsto i referendum li stanno cancellando.
Chiudiamo con il mondo del giornalismo nostrano che, oltre alla consueta classifica, dedica spazio a Maria Luisa Busi, che lotta per la salvezza nei playout del campionato, e al caso Enzo Baldoni, sulla cui morte in Iraq permane il mistero.


MONITOR Il tg di Maria Luisa Busi di Stefania Trivigno

Quando si cresce con dei genitori che all'ora di cena, al posto di Bim Bum Bam, impongono ai figli di seguire il telegiornale, con ogni probabilità si continuerà a seguirlo anche da grandi, stessa ora e stesso telegiornale. Se, poi, in quel tg si ritrovano gli stessi volti che c'erano già quando si lottava per vedere Bim Bum Bam, le probabilità aumenteranno.
Uno di questi volti è di
Maria Luisa Busi, conduttrice del Tg1 delle 20.00.
La giornalista, oltre che per il telegiornale e i relativi approfondimenti (Speciale Tg1 e TV7), è anche nota per il suo impegno sociale e sindacale a favore di una maggiore libertà di informazione.
Sono molte le occasioni in cui non ha esitato a far sentire la sua voce, creandosi non pochi problemi all’interno del TG1.
Basti pensare che gran parte dei documenti dell’USIGRAI (Unione Sindacale Giornalisti Rai) riporta la sua firma in calce.
E non solo. Urla allo scandalo parlando dei licenziamenti di Biagi, Santoro e Luttazzi, scende in piazza per difendere a spada tratta Giuliana Sgrena e la sua ricostruzione di quanto accaduto l’ormai lontano 4 marzo a Baghdad, dice la sua anche una settimana fa in un’intervista rilasciata dopo aver portato a casa il premio Saint-Vincent con il servizio “Lezione di vita” per TV7: “Autonomia, coraggio e umiltà sono gli ingredienti di questo mestiere, fondamentali e irrinunciabili in ogni stagione politica”.
Passando al clima gioviale del nostro
campionato, in questi giorni Maria Luisa Busi, vincitrice di una delle edizioni passate, sta disputando la gara dei play-out contro la brava e bella Francesca Senette, sfida decisiva per evitare la retrocessione in serie B.
L'ennesima battaglia, forse non la più elevata, ma ancora una volta coinvolgente.


CAMPIONATO Dalla Panella alla brace. di Rocco Ventre

Playoff: quarti di finale. Chi l'avrebbe mai detto? La superfavorita Luisella Costamagna, dopo 17 vittorie consecutive, viene battuta ed eliminata da Tiziana Panella con uno scarto di 3 voti. Maria Concetta Mattei vince il derby del Tg2 ed elimina Maria Grazia Capulli che partiva favorita. Francesca Todini umilia Ilaria D'Amico, mentre Manuela Moreno ha la meglio su Monica Vanali e raggiunge la prima semifinale della sua storia. Difficile adesso azzardare un pronostico, ma visti gli accoppiamenti delle semifinali, una cosa è certa: la finale vedrà di fronte una giornalista di Rai2 contro una de La7.
Si chiudono i primi due playout con la retrocessione in serie B di
Petronio e Senette, mentre rimangono in serie A Busi e D'Alessandro.


CRONACA IN ROSA Manhattan: lo shopping che fa tendenza di Tiziana Ambrosi

Mentre in Italia la campagna referendaria si è conclusa in mezzo alle polemiche delle opposte fazioni, trasversali ai partiti e ai due “poli”, dagli Stati Uniti giunge una notizia che lascia perplessi.
A Manhattan, punto di partenza di ogni nuova tendenza in qualsiasi ambito, è cominciato il trend dell’inseminazione su misura per donne single.
Tra le offerte di questo nuovo mercato, molto singolare quella della Scandinavian Cryobank, banca danese del seme, che con lo slogan "Congratulazioni! E' un vichingo!" promette bimbi sani, biondi, e con gli occhi azzurri.
E' palese che la fecondazione eterologa lascia aperti molti interrogativi. Certo qui non si vuole dare un giudizio, né una risposta: piuttosto vogliamo tracciare alcuni spunti per stimolare la riflessione e la coscienza dei lettori.
Se la notizia ad una prima occhiata può sembrare bizzarra, le dichiarazioni del responsabile della società danese, Claus Rodgaard sono invece inquietanti: "Non è poi molto diverso dall'innamorarsi. Ci sono migliaia di donatori nel mondo e scegliere quello giusto è un po' simile alla selezione naturale. La gente fa shopping in giro ed esamina liste di donatori, per cercare qualcuno che gli piaccia. E' davvero come nella vita reale, riflette ciò che siamo come umani".
Paragonare il concepimento di un figlio allo shopping ci fa sorgere seri interrogativi morali, che, all’estremo, richiamano alla memoria espressioni come "selezione della razza": rivolgersi alla banca del seme danese appare sensato per coppie di origini nordiche, sicuramente lo è meno per chi ha caratteristiche fisiche e genetiche diverse.
Il problema delle coppie sterili è di grande importanza e attualità, e non si può correre il rischio che venga banalizzato o, peggio ancora, reso avulso dalla realtà.
La questione deve essere affrontata con serietà e completezza, regolamentata in maniera puntuale, se non vogliamo ricadere in estremismi eugenetici che snaturerebbero il più grande miracolo, quello della nascita, rendendolo analogo all'acquisto di un prodotto al supermercato.
Sottolineiamo anche che la negazione tramite legge difficilmente può rappresentare un vero ostacolo, in situazioni così delicate: i rischi dell'illegalità sono sempre molto elevati (un esempio su tutti: le mammane quando l'aborto era vietato) e gli escamotages, quando entra in gioco uno stato di stress psicologico, possono portare su strade tortuose e, soprattutto, pericolose.
Una regolamentazione cavillosa ma ragionata, non negazionista in assoluto, un’ottica scientifica, in previsione del futuro, sembra una strada percorribile per porre quei paletti che spesso la scienza non è in grado di piantare.


CRONACA IN ROSA Ufficialmente e dietro le quinte di Fiorella Cherubini

E’ trascorso appena un mese da quando in Uzbekistan – regione dell’Asia Centrale - il regime uccise brutalmente 750 persone.
Questo genocidio è stato ordinato dal Presidente Karimov, come abbiamo riferito
nel numero 7 del nostro magazine, per sedare un’insurrezione di matrice islamica finalizzata alla liberazione di alcuni esponenti di gruppi religiosi locali, e ha coinvolto anche numerosi civili.
La richiesta del Presidente uzbeko, di evitare che la questione, da interna, potesse trasformarsi in internazionale, raccolse il repentino benestare dei suoi alleati: Mosca e Stati Uniti- e pertanto alla vicenda fu dato pochissimo risalto sui mass media.
A riaccendere i riflettori sull’accaduto, però, è stato il Parlamento Europeo che, il 9 giugno scorso, ha chiesto alle autorità locali dell’Uzbekistan di predisporre le misure necessarie affinché si possa procedere ad un’inchiesta internazionale sul massacro consumato ad Andija, e contestualmente ha invitato la Commissione Europea a sospendere gli aiuti fino al termine dell’inchiesta.
Una raccomandazione particolare è stata poi rivolta dai deputati europei agli Stati Uniti con l'invito ad interrompere i negoziati con Karimov per l’installazione di basi militari USA in Asia Centrale.
Il quotidiano Washington Post, sulla base di alcune indiscrezioni trapelate dall’amministrazione Usa, ha denunciato infatti, giorni fa, che alla conclusione di questi accordi l’America e l’Uzbekistan si starebbero dedicando già da diversi mesi. Comprensibili appaiono, dunque, i timori di alcune organizzazioni umanitarie che venga compromesso l’obiettivo, più volte dichiarato dal Presidente Bush, di voler instaurare un regime democratico nei paesi dell’ex Unione Sovietica.
Ulteriore conferma di un ormai noto atteggiamento degli Stati Uniti: tranquillizzare l'opinione pubblica mondiale attraverso una versione edulcorata dei propri intenti, mentre gli interessi politici ed economici prevalgono sugli impegni assunti ufficialmente e sugli accordi ratificati. Con grande discrezione.


FORMAT “Porta a porta”, rivoluzione mancata di Filippo Bisleri

“Porta a porta” si pensa sia un programma Rai. Allo stato delle cose, però, è un programma realizzato dal suo conduttore, Bruno Vespa, che ne ha registrato il “format” e che l’hai poi rivenduto alla Rai: la quale ne ha fatto il suo contenitore di punta.
Nato come la risposta al “Maurizio Costanzo show”, passo dopo passo, in questi mesi il programma di approfondimento (ma non sempre è tale) di Bruno Vespa ha finito con l’essere il re della serata informativa.
Unico apprezzabile concorrente (eccettuato il fallimentare esperimento di “Otto e mezzo” di Giuliano Ferrara e il non quotidiano “L’infedele” di
Gad Lerner) appare essere il settimanale “Ballarò” di Giovanni Floris che, sorpresa delle sorprese, dopo le regionali è riuscito, grazie alla determinazione del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che ha scelto, per una volta, un’area di confronto non certo ovattata, ad accaparrarsi la presenza del numero 1 del Governo in carica.
Bel colpo per Floris, lo abbiamo già scritto in questo magazine, ma un boccone amarissimo per Vespa. Che si è consolato facendo il prezzemolino (in questo è un maestro) nelle trasmissioni legate alla morte di papa Giovanni Paolo II (che lo chiamò durante una trasmissione) e quindi al conclave che ha portato Joseph Ratzinger sul soglio di San Pietro con il nome di Benedetto XVI.
Il commovente addio al papa polacco, a “Karol il Grande”, e i commenti precisi di Vespa sul nuovo papa, decisamente diversi dal resto del coro e resi unici dalla possibilità di entrare in tutte le case proprio mentre arrivava la fumata tanto attesa, ha quasi cancellato dalla mente degli italiani, almeno quelli meno interessati dalla politica (o comunque i meno partigiani, inteso come persone schierate con questo o quel partito) il patetico teatrino della firma di Silvio Berlusconi del “Contratto con gli italiani”.
Aspettiamo che “Porta a porta” chieda al Presidente del Consiglio, che a questo punto concluderà la sua legislatura, a che punto siamo con il “Contratto”.
Vespa deve ricordarsi che la sua trasmissione, la “sua” creatura è irradiata in Italia e nel mondo dalla Tv di Stato e che gli italiani hanno bisogno, dopo le promesse, di sapere quante delle cose ascoltate sono diventate realtà. Questo sarebbe fare approfondimento, caro Vespa, altrimenti ci saremmo potuti accontentare di un contenitore di personaggi come il “Costanzo show” e dei suoi “consigli per gli acquisti”.
Consigliamo noi, a Vespa, di mettere qualche volta in meno la mano in tasca e, magari, di invitare meno big e di farli interagire con il cittadino medio. Perché non pensare di far fare il bilancio del “Contratto” a Berlusconi, anziché davanti a Prodi (crediamo lei abbia pensato a questa puntata a sorpresa, vero?) davanti ad un gruppo di cittadini? Sarebbe davvero “Porta a porta”: sarebbe davvero rispondere alla gente.
Sarebbe l’applicazione di quella rivoluzione che, finora, l’approfondimento di Vespa ha sempre solo promesso e raramente attuato.


FORMAT Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i - di Filippo Bisleri

Il gradino più alto del podio viene conquistato ancora una volta da
Federica Balestrieri della Rai che, in una stagione difficile per la Ferrari, sta comunque facendo registrare degli ottimi dati di ascolto per le trasmissioni dedicate al mondo dei motori, e della Formula 1 in particolare. Da sottolineare la grande professionalità della Balestrieri che accompagna una naturale simpatia: qualità che il pubblico dimostra di apprezzare. Brava Federica. Un bel “7.5”.
Secondo posto del podio e una meritata segnalazione per Alessia Tarquinio, la telegiornalista di Sky che dimostra grande verve e professionalità nei servizi giornalistici, rendendoli molto fruibili e di ottimo impatto. Un modo di fare la telegiornalista, quello della Tarquinio, che probabilmente è un modello per la nuova tv satellitare spesso troppo omologata sull’old style della D’Amico. Per la brava Tarquinio un ottimo “7”.
Premiando la sua notevole crescita, vogliamo assegnare il terzo gradino del podio a
Paola Buizza di “Brescia punto tv”. La giornalista della tv locale bresciana appare pronta per platee anche più grandi dove, siamo sicuri, sarebbe apprezzata per il suo stile preciso e mai sopra le righe. In tempi in cui molte tgiste puntano più sul look che sulle notizie, la Buizza è una bella realtà di telegiornalista che punta sul fatto, sulla notizia. Per lei il primo podio e un bel “7-”.
Non ce ne voglia, ma Giampiero Mughini, almeno nelle ultime settimane, sta riservando tutta una serie di dichiarazioni poco rispettose dei suoi telespettatori e lettori, che dovrebbero indurlo a più serie riflessioni sul suo pubblico. Perché se lui lavora in tv, se scrive, se fa il giornalista, è perché qualcuno lo segue. E contestare anche in termini pesantucci le critiche del pubblico è segno di una strana idea dell’essere giornalisti: mi informo per me. Bocciato. “4.5”.
Contropodio anche per Susanna Galeazzi di Sky. Che, bel bella, si vanta di essere la figlia del popolare “bisteccone”, alias Giampiero Galeazzi, e del fatto che questo sia per lei un vantaggio che apre molte porte nella carriera. Dichiarazioni simili “uccidono” le vocazioni al giornalismo (specie quello televisivo) e non depongono a favore della preparazione professionale di chi le fa. Consigliamo una ripassatina del manuale delle buone dichiarazioni. Per lei “5”.
Gradino più basso del contropodio per Fabio Cortesi di Rai3. I suoi ultimi tg erano una propaganda pro depressione. Toni sempre bassi, quasi stesse dissertando per strada con gli amici del colore del muro e non, magari, parlando di eventi importanti di livello mondiale. È vero che conduce sul tardi, ma un po’ di brio serve… Rimandato. Con un “5-”.


TELEGIORNALISTI Matteo Dotto, la “moviola” di Filippo Bisleri

Lo chiamano “moviola-umana”, non certo per lentezza, quanto per la bravura nel saper analizzare con la moviola gli episodi controversi delle partite di calcio del campionato italiano.
È lui a “Controcampo” (e purtroppo non a “Pressing Champions League” dove continua ad imperversare Maurizio Pistocchi) a proporre gli episodi discussi della serie A italiana e non solo. Già, perché il bravo Dotto, non solo è un esperto di moviola, ma è anche il telegiornalista che meglio di ogni altro conosce il calcio sudamericano e quello argentino in particolare.
Chi scrive l’ha visto felice come per la nascita di un figlio o la vittoria della propria squadra del cuore semplicemente raccontando, per le vie di Milano che costeggiano “La Scala”, una “rabona”, ovvero un preziosismo calcistico tipico dei calciatori sudamericani e specialmente argentini.
Amante del look casual, Dotto è un giornalista poco formale e molto alla mano. Disponibile, è sempre pronto al confronto con tutti gli ospiti in studio (anche con l’ex arbitro Graziano Cesari). E, quel che più conta, si mette in gioco, si confronta anche con i possibili avversari domenicali che sono la sua croce e delizia: gli arbitri.
In più occasione, infatti, Matteo Dotto ha affrontato con serenità i momenti di confronto con gli arbitri di calcio sia di livello nazionale sia del Comitato Regionale Lombardo. Nel 2001, dopo una serie di confronti, a Matteo Dotto, la sezione Aia (Associazione Italiana Arbitri) di Milano, nella cornice del prestigioso auditorium Hoepli, ha ricevuto il premio “Number One” perché, recitava la motivazione, “è possibile parlare degli arbitri, dei loro errori umani ed ineliminabili con competenza e aiutando la loro crescita: proprio come fa Matteo Dotto ogni settimana con la sua moviola”.
Ricevere un premio dagli arbitri, per un moviolista è certamente un motivo di onore, di vanto, e un attestato di grande professionalità. Anche perché gli arbitri amano giudicare alla moviola e non essere giudicati. Dotto, però, ha saputo trasformare la moviola in un momento di crescita del mondo sportivo e di dialogo tra mondo del telegiornalismo, e dei media più in generale, e quello sempre criptico degli arbitri che, con Dotto, ha un ottimo rapporto.


TELEGIORNALISTI Enzo Baldoni ancora in Iraq di Tiziana Ambrosi

Non appartengono a Enzo Baldoni i resti riportati in Italia e dal Commissario della CRI Maurizio Scelli.
Enzo Baldoni, in Iraq per "Diario" non dà più notizie di sè a partire dal 19 agosto 2004, mentre scorta verso Najaf un convoglio della Croce Rossa.
Inizialmente si pensa alla difficoltà di comunicazione, che in un Paese martoriato come quello iracheno, è all'ordine del giorno. La preoccupazione sale quando viene trovato morto il suo interprete e l'angoscia si fa palese quando la solita Al Jazeera trasmette, quattro giorni dopo la scomparsa, un video con Baldoni davanti ad uno sfondo nero e scritte in arabo.
L'"Esercito Islamico", lo stesso che rapì i due giornalisti francesi Chesnot e Malbrunot, liberati dopo quattro mesi, rivendica il sequestro e pone la condizione del ritiro delle truppe italiane entro 48 ore.
I canali degli intermediari vengono aperti, ma il 26 Agosto la doccia gelata: Enzo Baldoni viene assassinato. Questa barbara uccisione, rimase il cruccio più grande di un altro protagonista della recente storia italiana, Nicola Calipari, a sua volta ucciso, ma da raffiche di mitra americane mentre portava a compimento un'altra brillante operazione, la liberazione di Giuliana Sgrena.
Il corpo di Baldoni non è mai stato trovato, e si lavora su diversi fronti per ridare alla famiglia almeno un corpo su cui poter piangere.
Quest'ultima sembrava la volta buona. Tramite i soliti intermediari, tra cui il medico Navar, una sorta di braccio destro di Scelli in Iraq, già protagonista nel rilascio delle due Simone, sono stati riconsegnati i resti di due corpi, dei quali sono stati inviati dei campioni di tessuto alla Procura di Roma. Dagli accertamenti risulta che uno dei due campioni sia compatibile con il codice genetico di Salvatore Santoro, anch'egli ucciso in Iraq il 16 dicembre scorso.
L'altro campione risulta invece incompatibile con il DNA del padre di Baldoni. Saranno effettuate nei prossimi giorni ulteriori analisi, ma la strada per riportare Enzo a casa sembra ancora lunga.


EDITORIALE L'Europa che ha paura dell'Europa di Giuseppe Bosso e Tiziano Gualtieri

Alla fine, come ha intitolato "Le Figaro" all’indomani della vittoria del no in Francia alla Costituzione europea, ha vinto la peur du plombier polonais (la paura dell'idraulico polacco). Il tutto per la gioia dei leader di destra Le Pen e de Villers, mentre dall’Eliseo - il presidente Chirac - sostenitore della Carta firmata a Roma l’anno scorso, si è limitato a un commento in tipico stile inglese: «è stata una scelta democratica da rispettare».
Una sconfitta che, a dire il vero, in terra d'Oltralpe è stata più contenuta nelle percentuali rispetto a quella che, non più di tardi di una settimana dopo, si è riscontrata in Olanda: anche in quel caso più del 60% degli elettori della terra dei tulipani, ha infatti bocciato la Magna Charta europea, con grande delusione del premier europeista Balkenende.
Non si può dire certo un inizio incoraggiante per questo ulteriore passaggio del processo di integrazione europea, che dura ormai da mezzo secolo.
Perché no? Perché dopo tanti obiettivi centrati (dalla libera circolazione di persone, servizi e capitali al raggiungimento della moneta unica) improvvisamente questa marcia indietro, proprio nei Paesi in cui tutto ebbe inizio? Non è facile dare una risposta univoca, tanti sono i fattori che hanno influito in tal senso.
Una prima causa probabilmente è riscontrabile proprio nell’apertura a Est dell’Unione, con l’allargamento realizzato l’anno scorso, come metaforicamente espresso dal popolare quotidiano d’Oltralpe: il timore dell’arrivo di orde di lavoratori abituati a salari bassi, facilitato dall’abbattimento delle frontiere, non piace alle classi lavoratrici occidentali.
I media hanno attribuito questa sconfitta anche alla stessa moneta unica, che un po’ dappertutto ha creato crisi economica, tanto che da più parti si auspica un ritorno alle antiche valute. Non sembra invece, sempre secondo Le Figaro, che in tutto questo abbiano influito questioni di natura geopolitica, prima fra tutte il paventato allargamento dell’Unione anche alla Turchia.
Eppure, tre referendum popolari e due no schiaccianti. A questo punto viene davvero da chiedersi quanti, ma soprattutto chi, vuole davvero questa Europa. Esasperata laicità, disoccupazione, quote latte, caro-Euro: nomi diversi per uno stesso problema, apparentemente, di difficile risoluzione: unire sotto un'unica idea, ancora prima che sotto una sola bandiera, popoli vicini geograficamente, ma lontanissimi come mentalità; gente che trova proprio nella "battaglia" contro l'Europa, nuovo nemico della propria cultura popolare, l'unico punto di contatto.
Allora che fare? Coltivare il proprio orticello senza curarsi di ciò che accade altrove, oppure buttare l'occhio oltre la siepe cercando di "carpire" le cose migliori offrendo le proprie? Forse è troppo presto per dare una risposta, forse le risposte dovevano essere fornite prima di andare al voto. Un dato di fatto, però, c'è. Gli altri Stati membri iniziano a rimandere le consultazioni referendarie sulla Costituzione europea. Una nuova sberla potrebbe essere dietro l'angolo e un nuovo no, sarebbe davvero troppo soprattutto per l'immagine da dare all'estero.
È indubbio infatti che, mai come oggi, a fare paura non sono più i popoli che vivono fuori dai confini della Grande Europa, bensì quelli che dentro ci vivono e che possono decidere.
Decidere in maniera diversa da quella che quasi tutti i politici si aspettavano.

 
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