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Telegiornaliste N. 28 del 21 novembre 2005


MONITOR Elisa Calcamuggi, dalle piste alla redazione di Filippo Bisleri

Un’altra brava telegiornalista di casa Sky e un’altra tgista, come Alessia Tarquinio, che arriva da un passato sportivo.
Stiamo parlando di Elisa Calcamuggi, giornalista professionista, brillante stella nascente della redazione sportiva Sky.
Elisa, come hai scelto di fare la giornalista?
«È capitato per caso... o meglio: sono un'ex atleta. Facevo gare di sci a livello internazionale, poi per un problema al cuore ho dovuto smettere. Sono diventata maestra di sci e allenatrice federale, ho allenato 5 anni mentre studiavo lingue in Cattolica a Milano. Finita l'università mi è arrivata la proposta di un giornalista di lavorare ad un programma di sci che andava in onda su Odeon, White and green (sci e golf) e così ho iniziato… Era il 2000».
Sognavi già la tv o pensavi a radio e carta stampata?
«Nessuno dei tre! Ora però che lavoro in tv credo che lavorare con le immagini sia la cosa più bella. Anche scrivere comunque non è male!»
Sei una giornalista sportiva. Cosa pensi del luogo comune che vuole i giornalisti sportivi meno preparati dei loro colleghi?
«Credo che sicuramente sia più divertente seguire lo sport rispetto a temi di attualità che riguardano la politica o l'economia, ma la serietà, l'aggiornamento continuo, la ricerca dell'informazione, eccetera, credo proprio che siano uguali».
Sei un'esperta di discipline invernali. Sogni una bella vetrina professionale alle Olimpiadi 2006 di Torino?
«Diciamo che è il sogno nel cassetto e con Sky diventerà realtà. Incredibile. Ma vero».
Nella tua carriera hai incontrato diversi personaggi. Chi ti ha colpito di più?
«Cito Carlo Valeriani, direttore sportivo dal 1970 di Grottazzolina, una squadra che lo scorso anno era in A2 di volley. Una persona meravigliosa che ha dato la sua vita ai ragazzi della pallavolo. Non voleva essere intervistato, mai nessuno era riuscito a fargli raccontare al microfono le sue passioni, cosa sono la squadra e i ragazzi per lui...ma con me lo ha fatto!».
E quale il servizio che ricordi con maggiore gioia?
«Beh, certamente l'intervista con Stefano Baldini dopo la vittoria alle Olimpiadi di Atene. Purtroppo – aggiunge con rammarico - non ero là, il “dio di Maratona” l'ho intervistato quando è tornato».
Hai un modello di telegiornalista?
«Ho un collega che stimo molto, mentre il o la giornalista ideale è, per me, un mix di tante buone qualità».
Come giornalista qual è il tuo sogno nel cassetto?
«Forse ho un sogno strano, e cioè poter poter parlare e raccontare le storie di sport di cui pochi parlano, quelle storie difficili da trovare, ma ricche di significato».
È possibile coniugare, per una donna, il lavoro di giornalista e quello degli affetti e della famiglia?
«Se devo dirla così a caldo direi di no. O meglio, è un gran pasticcio! Per ora sono giovane e non ho ancora una famiglia, ma penso che un domani bisognerà fare delle scelte difficili. Magari rinunciare anche a qualcosa a cui tieni molto: se decidi di diventare mamma il lavoro passa in secondo piano».
MONITOR Arrestata direttore picchiatore del Sun di Valeria Pomponi

La beffa è che proprio lei, che aveva guidato rumorose campagne di stampa contro la violenza domestica, è stata arrestata, con l'accusa di aver picchiato il marito.
Stiamo parlando della rosso-riccioluta trentasettenne Rebekah Wade, direttore del tabloid inglese Sun, che la notte del 4 novembre scorso ha malmenato il coniuge, l'attore quarantunenne Ross Kemp, tanto da finire per qualche ora in stato di fermo nella stazione di Wandswart (Londra). La donna è stata poi rilasciata per mancanza di denuncia.
E' ancora sconosciuto il motivo della lite, avvenuta alle 4.00 (ora locale), nella lussuosa casa vittoriana che divide col marito, nella periferia sud di Londra. La Wade rientrava da un'intervista al ministro britannico del Lavoro David Blunkett, dimessosi dal governo per un conflitto di interesse; per il momento non è dato sapere se esista una connessione con il litigio notturno - se noi fossimo il Sun, avremmo già fatto le dovute illazioni.
Rebekah Wade è famosa in Gran Bretagna per la sua carriera folgorante. Prima di arrivare, nel 2003, alla direzione del tabloid ingese, che con i suoi tre milioni e mezzo di copie vendute al giorno è il quotidiano più letto nel Regno Unito, era divenuta due anni prima la più giovane direttore di giornali a tiratura nazionale del gruppo editoriale Murdoch: il Sunday, e il domenicale The News of the World.
L'accaduto non ha certo giovato alla campagna contro le violenze domestiche promossa recentemente dal Sun: non è certo rovesciando i termini del problema, con le mogli che picchiano i mariti, che i maltrattamenti familiari finiranno.
CAMPIONATO La rivincita delle ultime  di Rocco Ventre

Il 12° turno della serie A del campionato delle telegiornaliste è stato segnato da due clamorosi risultati: Maria Leitner dopo 11 sconfitte consecutive ha trovato la vittoria contro Ilaria D'Amico che ormai deve rinunciare a sogni di gloria e pensare a salvarsi dalla retrocessione; Cristina Parodi (che era penultima in classifica) ha battuto la campionessa in carica Francesca Todini che nella corsa ai play-off adesso deve vedersela non solo con Laura Cannavò (battuta dalla Capulli), ma anche con Maria Luisa Busi (vittoriosa sulla Guerra). Intanto continua la marcia trionfale della coppia di testa formata da Monica Vanali Luisella Costamagna.
Serie B: eliminate Prandi e Jebreal; le più votate del turno sono state Cuffaro, Predieri e De Nardis.
CRONACA IN ROSA Ru486: cos'è, in realtà di Rossana Di Domenico

L’aborto chirurgico è per una donna la strada più dura da percorrere, che spesso lascia un indelebile trauma psicologico oltre che fisico. Abbiamo deciso di mettere da parte ogni forma di moralismo etico o religioso e di tralasciare il polverone politico che la pillola abortiva ha suscitato: è forse mancata, fin qui, una informazione corretta circa gli effetti, positivi o negativi, dell’RU486 e sul perché anche in Italia da alcuni sia fortemente voluta.
Il nostro percorso parte dalla possibità per la donna di effettuare un aborto non chirurgico: parliamo del mifepristone, contenuto nella pillola RU486, non un ormone, ma una sostanza che impedisce al progesterone (questo sì, un ormone fondamentale) di svolgere il suo lavoro, occupandone i recettori nell’apparato genitale femminile.
Il risultato è che la somministrazione del mifepristone dopo il concepimento induce l’aborto: nella pratica, sostituisce il bisturi, attivando gli stessi meccanismi che causano l’aborto spontaneo.
Data la sua azione, per questo farmaco è stato ipotizzato anche l’impiego nel trattamento del tumore della mammella, dell’endometriosi e della sindrome di Cushing, tutte malattie il cui andamento dipende proprio dall’azione degli ormoni sui tessuti interessati.
Il mifepristone non funziona da solo come abortivo: viene infatti associato a un’altra sostanza, una prostaglandina (il misoprostolo, ma anche altre). Ovviamente, si assume sotto controllo medico, anche se non è necessario restare in ospedale fino ad aborto avvenuto. Prima di procedere è necessario determinare esattamente lo stadio della gravidanza (l’efficacia del farmaco è massima nelle primissime fasi) e controllare che non sia in atto una gravidanza extrauterina (può essere sufficiente un’ecografia).
La posologia prevede la somministrazione di 600 mg di mifepristone e, due giorni dopo, la somministrazione della prostaglandina. Di norma, al massimo entro due settimane dalla somministrazione del secondo farmaco si produce l’aborto spontaneo, ma nel 75% dei casi l’aborto si verifica già entro 24 ore dall’assunzione della prostaglandina.
Complessivamente, l’efficacia è del 95% circa, a patto che si agisca entro la settima settimana di gravidanza. Finora, nei Paesi in cui la pillola abortiva è legale, non ci sono state segnalazioni di incidenti gravi, ma bisogna comunque chiarire che abortire con la pillola comporta gli stessi effetti collaterali della procedura chirurgica: possibilità di emorragie, dolori addominali, disturbi gastrointestinali.
Sono però minori i rischi, rispetto all’intervento, di lesioni all’utero e nulli quelli legati all'anestesia. Nel caso in cui il trattamento non avesse effetto, è necessario procedere chirurgicamente.
A oggi si ritiene che la RU486 sia stata impiegata in Europa in oltre 600.000 casi, mentre fonti non ufficiali indicano che in Cina (altro Paese in cui è da tempo consentito l’impiego del farmaco) gli aborti così effettuati siano oltre tre milioni.
In Italia sei ospedali hanno chiesto di sperimentare la RU486, spiegando che il loro protocollo consentirebbe di interrompere una gravidanza fino al 49° giorno. In effetti si tratta di un piccolo parto, dolori compresi, ecco perché ad esempio in Francia questa soluzione è preferita solo dal 20% - 30% delle donne. Nel nord Europa è invece la regola, anche perché con le prostraglandine si somministrano antidolorifici.
L'ISTAT ci fornisce una serie di dati sugli aborti legali che vengono praticati ogni anno in Italia: il loro numero diminuisce progressivamente ogni anno, per quanto rimanga ancora una sacca di aborti clandestini. Assumendo il dato del 1998 di 138.000 aborti all'anno, e raffrontandolo con i casi della Francia e della Svezia dove il 30% degli aborti e' realizzato con la RU486, è facile intuire che dopo un primo rodaggio e una informazione corretta, anche in Italia potrebbe riprodursi un fenomeno simile.
L'Istat stesso scrive nell'annuario statistico del 6 novembre 2002: «Si può quindi affermare che in Italia sta cambiando il modello di abortività volontaria: si sta passando da un modello di tipo “tradizionale”, caratterizzato da un ricorso all’Ivg soprattutto delle donne coniugate con figli, a un modello, più simile a quello dei Paesi nord europei, in cui l’aborto è più estemporaneo e legato a situazioni di “emergenza”, ovvero non viene più utilizzato per controllare le dinamiche di pianificazione familiare».
CRONACA IN ROSA Ci vuole sedere di Fiorella Cherubini

In tutto: nel lavoro, nell’amore, nella vita, nella pubblicità.
Don Antonio Sciortino, direttore del settimanale cattolico Famiglia Cristiana, decidendo di pubblicare sul suo settimanale la foto del fondoschiena di una ragazza offuscato dal vapore acqueo di un box doccia, corredata dalla scritta: «Se vuoi vederci chiaro, chiama subito il tuo elettricista», si è visto recapitare, nei giorni scorsi, una miriade di critiche.
Le proteste si sono sprecate: tra chi accennava ad un’inversione di marcia della linea editoriale e chi caldeggiava l’ipotesi di un inaspettato, seppure tempestivo, superamento di tabù, don Sciortino si è visto costretto a capitolare ed ha recitato il mea culpa.
Quali spettatori di una progressiva perdita di valori, risulta davvero difficile incassare come sincere le lamentele imbevute di moralità che gli attenti lettori hanno rivolto al direttore di Famiglia Cristiana.
Gli interventi di coloro che, senza esitazione, hanno inchiodato don Sciortino al cliché del “voltagabbana per soldi” - perché, come accennavamo, si trattava di uno slogan pubblicitario, risulterebbero più giusti se accompagnati da un briciolo di proporzione: tra il criticato e la critica e, perché no, tra il demerito e il merito.
La pubblicazione di quella foto non sarà forse stata la scelta più felice, né il contegno editoriale più adeguato, ma se rapportata alle coraggiose iniziative editoriali – tutte passate sotto silenzio - promosse dallo stesso Sciortino, come la pubblicazione di libri sulla storia del cristianesimo in cui si affronta il dibattito sulle radici cristiane, quel cicaleccio sarebbe apparso, forse, fuori luogo.
FORMAT Dietro le quinte di Serie A di Erica Savazzi

Che proprio in casa milanista l’Inter avrebbe ottenuto e mantenuto la supremazia nessuno lo poteva prevedere. Eppure la platea calcistica di Serie A è strettamente in mano ai fans di Adriano: Bonolis prima, Mentana poi. E poco importa che Fedele Confalonieri faccia parte del cda dell’AC Milan e che il fondatore di Mediaset sia patron dei rossoneri. C’è anche l’opposizione interna: l’Inter Club fondato da Lella Confalonieri, giornalista e figlia di Fedele.
Mentana è sbarcato quindi a Serie A, programma di intrattenimento tanto pubblicizzato per la conduzione di Paolo Bonolis (strappato dai “pacchi” con un contratto milionario), quanto molto criticato e poco visto, con ascolti inferiori alle aspettative. Fiumi di inchiostro sono stati versati, prima sull’acquisto dei diritti calcistici da parte di Mediaset, poi sul trasloco del presentatore da Rai1 a Canale5, successivamente sull'ideazione e realizzazione del programma, infine sulle polemiche contro Bonolis. Ora, forse, la telenovela si avvia alla conclusione.
L’ultimo atto è stato il litigio in diretta dello showman con i giornalisti della redazione sportiva, della quale ha annunciato il trasferimento a Roma senza previa consultazione degli interessati. I problemi in realtà erano ben più a monte, nell’organizzazione del programma stesso. La formula intrattenimento, con Bonolis mattatore, non ha funzionato sia per l’eccessiva lunghezza della trasmissione (due ore per vedere i goal sono francamente troppe), sia per il ruolo annacquato del giornalismo sportivo. Il pubblico in cerca di informazione puntuale e di commenti rigorosi si è rivolto altrove.
Il 7 novembre scorso il divorzio, e la nomina, da parte di Piersilvio Berlusconi, di Enrico Mentana a conduttore. Un giornalista di provata passione calcistica a condurre Serie A: una sterzata che riporta l’informazione e la redazione sportiva a essere protagonisti.
Solo un dubbio: perché si è dovuto ricorrere ancora una volta a un personaggio esterno? La conduzione poteva essere affidata a Monica Vanali, che ha dimostrato di saper tenere le redini del format nella puntata del 30 ottobre, quando Bonolis era assente. Le ragioni possono essere molteplici: le pressioni della redazione sportiva, l’esigenza di ammortizzare il lauto stipendio da super-direttore di Mentana e, non ultimi, eventuali risvolti elettorali, già emersi nella cacciata del giornalista da direttore del Tg5 a favore di Carlo Rossella.
Per Mentana è la prima assoluta in un programma di calcio. Dopo undici anni di telegiornale, infatti, è attualmente impegnato con Matrix, programma di approfondimento nato sotto il segno di molte promesse, poi disilluse, e di ascolti non esaltanti. Come Serie A.
Certo è che la nomina del Chicco nazionale è stata salutata positivamente. Il mestiere di giornalista lo sa fare: le sue capacità, unite a una nuova organizzazione del programma, potrebbero portare a un discreto successo.
FORMAT Quando il reality è intelligente di Giuseppe Bosso

E’stato uno dei punti di forza del palinsesto dell’ultima stagione di Rai Educational, il canale satellitare di Viale Mazzini, sapientemente guidato da Giovanni Minoli, che dieci anni fa con Davvero tentò un esperimento analogo.
Cominceranno a gennaio, per essere mandate in onda a primavera, le riprese della nuova serie di Quarto piano scala a destra, riuscito mix di reality (nel quale, a differenza che altrove, i partecipanti entrano e non escono), sitcom e talk show, dopo i colloqui selettivi svoltisi in questi giorni nell’appartamento sito a Roma, in via Aristide Leonori, scenario del programma che, malgrado l’orario un pò fuori mano (mezzanotte passata), ha riscosso molti consensi l’anno scorso.
Per la serie squadra che vince non si cambia, stessi protagonisti e stesso format: tre coinquilini, una ragazza (la scrittrice Chiara Gamberale, che dopo essere stata “battezzata” da Luciano Rispoli muove bene i suoi primi passi da conduttrice e che abita realmente nello stabile), due maschietti (il toscano Luca Calvani e il partenopeo Antonio Guarino), ai quali non può non essere aggiunto un simpatico ospite a quattro zampe, un appartamento sito in un condominio capitolino, appunto al quarto piano della scala a destra dell’ingresso, tanti amici, tutti rigorosamente tra i 20 e i 30 anni, che arrivano uno alla volta, man mano che la puntata scorre, a discutere di un tema diverso, legato sempre e comunque all’essere giovani oggi , con la voglia di indipendenza e di nuove esperienze - da quelle professionali a quelle sentimentali.
Il tutto all’insegna della più naturale spontaneità, senza copioni già scritti e con un unico scopo: essere se stessi nel raccontare la propria vita e confrontarla con gli altri. Essere, insomma, pur avendo idee, estrazione sociale e ambizioni diverse, i giovani d’oggi.
FORMAT Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i – di Filippo Bisleri
Primo gradino del podio a Monica Vanali, per essersi sciroppata Bonolis a Serie A rinnegando la grande professionalità che tutti riconoscono alla bionda telegiornalista padovana da anni trapiantata tra Bergamo e Milano. Brava Monica e complimenti per la professionalità nel gestire senza polemiche una situazione non certo facile. Complimenti. Un bel “9”.
Secondo gradino del podio per Barbara Pedri del Tg5. Brillante, preparata, simpatica, vive la conduzione come se stesse colloquiando con amici o familiari. E questo contribuisce a dare un’aria di serenità e di veridicità a tutte le notizie che il tg affidatole insieme a Salvo Sottile, quello delle 13.00, presenta al pubblico. Brava. “8.5”.
Terzo gradino del podio per Cinzia Fiorato. Scende rispetto al passato, certo, ma non per demeriti personali. Ha solo incontrato colleghe che, questa settimana, hanno saputo meritarsi le postazioni più alte del podio dove la Fiorato è ormai di casa. Brava comunque. “7”.
Una parabola negativa, una carriera luminosa all’orizzonte gettata alle ortiche con l’abbandono di Omnibus e il passaggio da La7 a Mediaset alla corte di Costanzo. Marica Morelli proprio non riesce più a fare la telegiornalista. È sempre più showgirl. Peccato. “5”.
Conduzione piatta, ma lui è capace di molto di più. Ci riferiamo a Massimo De Luca che, senza Beatrice Ghezzi, non è più in grado di presentare un Pressing Champions League degno di questo nome. Disaffezione perché la prossima stagione le partite passeranno alla Rai? Speriamo sia questo il motivo per cui il bravo professionista sembra un pò meno coinvolto dalla trasmissione. Da rivedere. “5.5”.
L’avevamo bocciato già in passato e ora lo rimandiamo ancora una volta. Parliamo di Maurizio Mosca, che ci sta rispolverando, tra Guida al campionato e Controcampo, macchiette di vecchi personaggi stile “pendolino di Mosca”. Noi rivorremmo il giornalista. Chiediamo troppo? Da rivedere. “6-”.
TELEGIORNALISTI Brachino, dal teatro al tg di Filippo Bisleri

Nato a Viterbo il 4 ottobre 1959, Claudio Brachino è uno dei giornalisti di punta di Studio Aperto e, quasi sicuramente, il più autorevole.
Nel 1978 Brachino si trasferì a Roma per studiare. Dopo due anni alla facoltà di medicina decise che l’arte di Ippocrate non faceva per lui, e passò a quella di lettere, dove si laureò con Walter Binni in letteratura italiana con una tesi su Ambrogio Viale, poeta maledetto del Settecento.
Negli anni dell'Università conobbe Eduardo De Filippo e, cosa che non tutti sanno, con lui scrisse, a quattro mani, una commedia pubblicata da Einaudi, Metti al passo!. Il testo fu messo in scena con Lina Sastri e Paolo Graziosi per la regia dello stesso De Filippo.
Pochi anni dopo scrisse un atto unico, dal titolo Una finestra sul reale, messo in scena al Teatro Teates di Palermo.
Nel 1987, in seguito alla frequentazione con i registi Maurizio Scaparro e Nikita Michalkov, pubblicò un saggio sulla riduzione cinematografica della Pianola Meccanica per l'interpretazione di Marcello Mastroianni.
È però nel 1988 che il nostro Brachino arriva al Gruppo Fininvest, dove inizia come consulente creativo per Domenica Più con Rita Dalla Chiesa, in onda su Rete4. Passa quindi a Videonews seguendo Dentro la Notizia, il notiziario sperimentale di Rete4, e lavora per il programma di Gianni Letta Italia domanda, Parlamento In e per Regione4.
Con Tullio Camiglieri e altri colleghi realizza 80 non più 80 su Italia1, e il sodalizio professionale prosegue nel maggio 1990 con Miti, mode & rock and roll, curato dall’allora vicedirettore del tg Emilio Carelli.
All'inizio del 1991 approda alla redazione di Milano, nell'emergenza della guerra del Golfo. Dal luglio 1991 al giugno 1992, come caporedattore, conduce e coordina il neonato Tg4, per poi passare alla redazione di Studio Aperto.
Attualmente Brachino riveste la carica di vicedirettore ed è curatore, insieme al direttore Mario Giordano, del magazine di approfondimento Lucignolo, oltre a condurre l'edizione serale del tg di Italia1. Dal giugno 2002 è autore e conduttore di Top Secret, il programma-inchiesta in onda su Rete4. E la sua carriera giornalistica sembra in continua crescita, nonostante le eccessive frequentazioni con i programmi di Costanzo & De Filippi in cerca dell’anima gemella.
VADEMECUM Diffamazione a mezzo stampa di Filippo Bisleri

Il buon giornalista si preoccupa sempre, nel dare conto di informazioni ricevute dalle fonti ordinarie e riservate, di non commettere qualche reato a mezzo stampa.
Di questi reati è competente, logicamente, il tribunale, salvo alcune circostanze per le quali interviene la Corte di Assise.
La Corte Costituzionale ha abrogato il rito per direttissima e, quindi, il giudizio segue quello ordinario. Il tribunale competente è quello, nel caso del reato a mezzo stampa, dove ha sede la tipografia che ha stampato il giornale, o dove ha sede l’emittente televisiva o radiofonica sotto inchiesta.
Dal punto di vista civile sono responsabili in solido gli autori del reato e, fra di loro, il proprietario della pubblicazione e l’editore (come previsto dall’articolo 11 della Legge 47 del 1948 sulla stampa).
È facoltà della persona che si ritiene diffamata dal servizio giornalistico chiedere, oltre al risarcimento, una somma a titolo di riparazione in relazione alla gravità dell’offesa.
A norma dell’articolo 596 bis del Codice Penale, se il «delitto di diffamazione è commesso col mezzo della stampa le disposizioni si applicano anche al direttore o vice direttore responsabile, all’editore e allo stampatore. I delitti di ingiuria e diffamazione sono punibili a querela della persona offesa».
Il Codice fissa anche in tre mesi dalla pubblicazione o dalla diffusione della notizia diffamatoria a mezzo stampa (articolo 124 del Codice Penale) il termine entro il quale il cittadino leso può agire. Nel 1984, poi, la Cassazione ha stabilito che sia possibile, per la parte lesa, tutelare il proprio onore e la propria dignità in sede civile senza attivare i canali del giudizio penale.
Si nota così come il comunicare una notizia non fondata o verificata a dovere da parte del giornalista possa configurare un’aggravante del reato di diffamazione (art. 595 del Codice Penale). La pena prevista per la diffamazione a mezzo stampa è la reclusione da 6 mesi a 3 anni oltre alla sanzione pecuniaria. L’Ordine sta conducendo una battaglia per abolire la sanzione carceraria e ha attivato un Fondo a sostegno dei giornalisti che devono affrontare i risarcimenti per diffamazione.
(12-continua)
VADEMECUM L'esperto risponde

Bobby di Roma ci scrive:
Per diventare pubblicisti occorre collaborare con una testata registrata che ti retribuisca regolarmente: quindi anche una testata online purché regolarmente registrata?
Stessa domanda per il praticantato: si può svolgere in qualunque redazione, quindi anche una online, o ci sono dei requisiti particolari che la redazione deve avere?

Risponde Filippo Bisleri:
I due soli requisiti sono i regolari pagamenti e che il direttore della testata, regolarmente registrata, sia pubblicista o professionista.
Pippo di Milano ci chiede:
Si può essere praticanti mantenendo il tesserino da pubblicista?
Risponde Filippo Bisleri:
Certamente sì.
EDITORIALE Miss Liberia di Tiziano Gualtieri

E per fortuna che lo chiamiamo Terzo Mondo. Proprio da quella zona è giunta una lezione che difficilmente potremo dimenticare.
Gli abitanti della Liberia, che bello quando nel nome è già scritto un destino, ci hanno davvero dimostrato che non servono discussioni, liti o accuse di discriminazione: quando si vuole, il sogno può diventare realtà.
Sì, proprio in quella zona che noi additiamo come luogo in cui i diritti umani non sono rispettati, quello in cui la democrazia (secondo noi) non è ancora arrivata o, peggio, dove viene accumunata a tiranni che fanno il bello e il cattivo tempo a seconda dei loro capricci.
Ebbene, da quella terra selvaggia, abbiamo ricevuto la lezione più grande: dare alle donne le stesse possibilità degli uomini e scoprire che, tutto sommato, la donna che comanda non fa paura. Certo, in Africa è ancora radicata, soprattutto nelle tribù più ataviche, la cultura matriarcale, ma nessuno pensava a un risultato così clamoroso: l'elezione della prima donna capo di Stato in Africa.
Lasciamo stare che giunga dalle elezioni dell'unico Paese africano che non è mai stato sottoposto a colonialismo, lasciamo stare che risulti essere uno dei più poveri dell'intero Continente e che esca da una sanguinosa guerra civile, queste votazioni hanno dimostrato che i buzzurri (se non altro dal punto di vista culturale) siamo noi.
Così, mentre nella occidentalissima e democratica Italia maggioranza e opposizione litigano per stabilire per legge (sic!) una quota rosa - tipico esempio di razzismo all'incontrario - e una ministro della Repubblica piange per questo, da Monrovia giunge l'urlo di libertà di Miss Liberia, l'economista Ellen Johnson Sirleaf, capace di conquistare il 59,4% dei voti alle prime elezioni presidenziali libere dopo 14 anni di guerra.
E stendiamo pure un velo pietoso sul fatto che uno degli africani più europeizzati del mondo, il signor George Weah, ex attaccante del Milan, ma soprattutto sfidante alle presidenziali, faccia ricorso per presunti brogli. Forse, Weah - che voci davano come appoggiato dal premier italiano Silvio Berlusconi - si era abituato troppo bene nei campi di calcio italiani e si aspettava che - una volta finito a terra dopo l'esito delle elezioni - l'arbitro fischiasse il rigore.
Invece il popolo ha sventolato sotto il naso di Weah il cartellino giallo della simulazione e ha portato in trionfo la presidente Sirleaf che, nel frattempo, si era incuneata lungo la fascia, si era poi accentrata ed era andata a segnare il gol della libertà nella porta dell'indifferenza del mondo composto dagli uomini che contano (soprattutto i soldi che hanno in tasca).
 
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