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Telegiornaliste anno II N. 15 (47) del 17 aprile 2006


MONITOR Emanuela Filippi, folgorata dal giornalismo di Gaetano Alaimo

Emanuela Filippi, 27 anni di Viterbo, giornalista televisiva di Tele TusciaSabina 2000 si racconta ai microfoni di Telegiornaliste.
Cosa ti ha spinto a iniziare la carriera di telegiornalista?
«L’incontro con Tele TusciaSabina 2000 è stato casuale. Nell’ufficio dove lavoro arrivò, qualche anno fa, la direttrice amministrativa della televisione di Viterbo. Mi ha chiesto se volevo fare un colloquio e, dopo questo, è nata la mia collaborazione con loro. Ora sono due anni che conduco il telegiornale a TeleTuscia. È certamente la passione per il giornalismo che mi spinge a continuare in questo settore e, quello televisivo, mi ha colpito sempre per la libertà di movimento che hai. Se hai di fronte gente che non conosci puoi fare delle domande che ti danno subito la dimensione dell’altro».
Un tuo pregio ed un tuo difetto.
«Il mio pregio più grande è che sono molto sensibile ed altruista, i difetti la mia precipitosità, agitazione e ansia, spesso non ho la freddezza necessaria».
Perché ti ha appassionato subito il giornalismo televisivo?
«Oltre alla libertà personale, come dicevo prima, hanno contribuito anche problemi di lavoro. Ero impegnata a tempo pieno in un altro lavoro: lavorare nei giornali mi avrebbe portato via troppo tempo. Così ho iniziato a condurre il telegiornale a TeleTusciaSabina 2000 la sera, dopo il lavoro principale».
Qual è il tuo modello di telegiornalista?
«Cristina Parodi mi piace molto, perché è fresca e genuina, oltre ad avere un modo molto giovanile e semplice nell’approccio alle persone intervistate e nel dare le notizie. Lilli Gruber rappresenta la mia icona del giornalismo, mentre Rosanna Cancellieri la considero una delle giornaliste televisive più intelligenti».
Per te, quali sono le caratteristiche per una ragazza che vuole intraprendere la carriera di giornalista?
«In primis la passione. È importante che ti piaccia trasmettere ciò che pensi. Quindi l’essere propositivi, in quanto è altrettanto fondamentale che i tuoi pensieri possano essere diffusi a più persone. Non devono mancare doti come il coraggio, la tenacia e una forte dose di caparbietà».
Secondo te, una telegiornalista è anche una “tele-diva”?
«Tele-diva è un termine sicuramente troppo restrittivo per descrivere una telegiornalista. La giornalista televisiva arriva alla gente non solo con l’immagine, ma con quello che pensa e dice. A me piace esprimere passione alla gente che mi vede dall’altra parte del video, soprattutto sulle notizie più delicate».
In conclusione, per una telegiornalista cosa prevale, l’apparire o l’essere?
«Non posso che parlare di un mix tra immagine e intuito: devi filtrare entrambi i fattori per dare un’idea di te equilibrata e, in altre parole, vincente. Aggiungo che, dal mio punto di vista, le telegiornaliste sono più indicate davanti al video proprio per questa loto capacità di equilibrio che, spesso, i colleghi uomini non hanno. Un giornalista come Enrico Mentana, però, ha una professionalità tale da fare eccezione».
CRONACA IN ROSA IL MONDO DELLE DONNE Il trionfo del cambiamento dalla nostra corrispondente Silvia Garnero

BUENOS AIRES - La democrazia italiana cambia percorso politico. Altra direzione, altro stile, altri personaggi, non necessariamente nuovi, si apprestano ad esercitare il potere, dopo uno dei governi più contradditori degli ultimi anni, quello di Silvio Berlusconi, che a dispetto delle critiche, in molti casi giustificate, è arrivato alla fine del suo mandato come presidente del Consiglio.
Adesso è l’alleanza di centro-sinistra, guidata da Romano Prodi e Massimo D’Alema, ad avere, nuovamente, la possibilità di cambiare la realtà italiana, tanto indebolita dall’autocrazia di Berlusconi e tanto castigata da un’economia in crisi che porta migliaia di italiani a vivere in una condizione di precarietà del lavoro: una cosa impensabile per un’economia che ha collocato l’Italia fra i Paesi più ricchi del mondo.
La campagna elettorale aveva messo in chiaro, e lo abbiamo detto nel nostro articolo La battaglia finale, che il surrealismo verbale di Berlusconi non rispettava né l’opposizione né i suoi eventuali elettori.
Saper votare, signor Berlusconi, non implica non saper eleggere l’alternanza, il rispetto delle opinioni di altro calibro ideologico, il cambiamento….
Che sia per il meglio, questo nuovo giro partitario nel potere. Che serva per cambiare la realtà. Che non rimanga solo un proclama elettorale, che esista concordia (interna) fra le forze politiche del Paese, e che, per questo motivo, la governabilità dia segnali di definitiva maturità politica. Già lo dice Prodi nei suoi discorsi, che governerà per tutta l’Italia, avvertendo che lavorerà perché le divisioni non diventino discordia, sopratutto quella dei suoi dirigenti.
La nostra speranza è che i nuovi legislatori all’estero, in questo caso dell’America, gestiscano il potere al meglio, per tutti, e che la mancanza di esperienza politica di molti di loro non significhi sminuire il rapporto con tutti noi, che continuiamo a sperare che i nostri diritti vengano ascoltati, rispettati e esercitati.
Auguri al popolo italiano, che ha votato con fervore.

El triunfo del cambio por Silvia Garnero

BUENOS AIRES - La democracia italiana cambia de rumbo político. Otra dirección, otro estilo, otros personajes, no necesariamente nuevos, protagonizarán el ejercicio del poder, luego de uno de los gobiernos más controvertidos de los últimos años, el de Silvio Berlusconi, quien a pesar de las críticas, en tantos casos justificadas, logró cumplir hasta el final su mandato como Primer Ministro.
Ahora es la Alianza de Centro Izquierda, comandada por Romano Prodi y Máximo D'Alema, la que tendrá, nuevamente, la posibilidad de cambiar la realidad italiana, tan desgastada por la autocracia de Berlusconi, y tan castigada por una economía en crisis que lleva a miles de italianos a vivir en estado de precariedad laboral, algo impensado para una economía que situó a Italia entre los países más ricos del mundo.
La campaña pre- electoral había dejado en claro, y lo dijimos en nuestro artìculo “La batalla Final”, que el surrealismo discursivo de Berlusconi no respetaba a la oposición, ni siquiera a sus eventuales, en ese momento, votantes.
Saber “votar”, señor Berlusconi, no implica no saber elegir la alternancia, el respeto por las opiniones de otro calibre ideològico, el cambio….
Que sea para bien este nuevo giro partidario en el poder. Que sirva para modificar la realidad. Que no quede en la proclama electoralista , que exista concordancia (interna) entre las fuerzas polìticas del paìs y que por lo mismo, la gobernabilidad dé señales de definitiva madurez. Ya lo dice Prodi en sus discursos, que gobernará para toda Italia, advirtiendo que trabajará para que la “divisiòn” no lleve a la discordia, sobre todo la de sus dirigentes. Todo un desafìo.
Es nuestra esperanza que los nuevos legisladores del exterior, en este caso de América, realicen la mejor gestión por todos nosotros y que la falta de experiencia en política de muchos de ellos no signifique la disminución del raporto que deben tener con quienes nos quedamos esperando que nuestros derechos sean oídos, respetados y ejercitados (como consecuencia de lo anterior).
Felicitaciones al pueblo italiano, que votó con fervor. 


CRONACA IN ROSA La bella e la bestia di Erica Savazzi

Lui è l’ombra per eccellenza, latitante dal 1963, il suo volto era conosciuto solo per una foto segnaletica del 1958. Ha iniziato come killer, poi ha percorso tutto il cursus honorum della mafia, fino a diventare l’uomo più ricercato d’Italia, il boss di Corleone, Bernardo Provenzano.
 Lei è un magistrato di Palermo, lavora con Pietro Grasso, capo dell’antimafia, e la sua missione era catturarlo. Marzia Sabella si occupa del boss da ormai quattro anni: grazie a lei sono stati fatti molti passi avanti nell’inchiesta, a partire dalla scoperta degli ospedali francesi dove Provenzano è stato curato. Molte persone accusate di favoreggiamento e di complicità sono state arrestate.
Marzia è nota anche per aver seguito, dal 1998, un’inchiesta sulla pedofilia nel quartiere palermitano dell’Alberghiera, conclusasi due anni dopo con sette arresti.
L’anno scorso si è invece occupata dell’inchiesta sull’Atr 72 della compagnia aerea Tuninter caduto in mare vicino a Palermo. Le vittime furono sedici, le indagini sulle cause complicate.
Qualche giorno fa la bella Marzia (anche alcuni mafiosi avrebbero parlato della sua avvenenza nelle loro conversazioni) ha vinto la sua battaglia: come pubblico ministero della Procura di Palermo ha confermato alla stampa la cattura della bestia nera della Sicilia da parte della Polizia di Stato.
Marco Amenta, giornalista e regista, ha dedicato un film, Il fantasma di Corleone, al boss di Cosa Nostra, chiedendosi come abbia potuto sfuggire alla giustizia per più di quarant’anni, a volte quasi per miracolo.
E se hanno fatto un film su di lui speriamo che un giorno possano farlo anche sulla donna che, con pazienza e coraggio, ha lavorato fino al suo arresto.
CRONACA IN ROSA Preso Provenzano, la fine di un'era di Tiziana Ambrosi

«Sì, sono Provenzano». Con queste parole sono stati accolti i trenta agenti della squadra mobile di Palermo dopo l’irruzione all’interno di un casolare abbandonato a Corleone. Nessuna resistenza.
E via verso la Procura di Palermo, dove ad attendere gli agenti di polizia, salutati con un orgoglioso applauso, e il boss dei boss, salutato da insulti e coloriti epiteti, si era radunata una folla di cittadini e di turisti per assistere a un avvenimento indubbiamente di portata storica per la martoriata Sicilia.
Provenzano, “Binnu ‘u tratturi” è considerato il capo indiscusso di Cosa Nostra, figura misteriosa e sfuggente le cui uniche informazioni risalgono ad una manciata di foto giovanili di cinquant'anni fa.
Sulla base di quegli scatti sono stati sviluppati degli identikit aggiornati grazie a software in grado di tracciare i tratti dell’invecchiamento e alle informazioni fornite dai pentiti di mafia negli ultimi anni.
Ovviamente la curiosità era tanta. Sarà come nell’identikit? In realtà Provenzano si presenta molto invecchiato, smagrito e con degli occhiali a lente larga che non lo fanno assomigliare alla massiccia figura ormai fissata nella nostra mente. Ma per fortuna la tecnologia non mente, e la prova del DNA ha dato conferma del sensazionale colpo inflitto al vertice di Cosa Nostra.
Già, la tecnologia. Ma quali mezzi sono stati usati? Dopo il taglio di fondi, quasi rudimentali: appostamenti, pedinamenti e una telecamera a poco più di un chilometro di distanza. Come nei film degli anni ’70. La cattura? Grazie a un pacco di biancheria. Con buona pace della scienza, e onore al merito, al fiuto, alla costanza e al sacrificio di magistrati, investigatori e poliziotti.
Una latitanza lunghissima quella di Provenzano, 43 anni, che solleva quesiti sulle coperture e le protezioni che il leader di Cosa Nostra ha avuto in tutti questi anni. Lo stesso Pietro Grasso, direttore nazionale dell’Antimafia, parla di connivenze a livello imprenditoriale e politico.
Un latitante catturato nel suo paese natale che si fa rimborsare dalla Regione le spese per un intervento chirurgico ha il sapore della beffa. Ma la folla davanti alla Procura lascia una grande speranza.
Cosa comporterà la cattura di Provenzano? Difficile da immaginare. Indubbiamente “Binnu” è stato il garante di una sorta di pax mafiosa e di una nuova strategia, dopo quella stragista dei primi anni ’90. La mafia è tornata nel silenzio, facendo dire a qualcuno che «con la mafia bisogna convivere», e facendo credere a molti altri che il problema fosse risolto.
Chiudiamo con la citazione di Rita Borsellino, che "dedica" questa grande vittoria dello Stato a coloro che in passato, nel presente e nel futuro, si adopereranno per sradicare alla base un sistema sociale distorto e immobile.
FORMAT MEDIA E MINORI Spot integrati: un caso, Italia 1951 di Serenella Medori

Prima di Carosello la pubblicità aveva scoperto il cinema italiano.
Facciamo un tuffo nel mondo delle vecchie pellicole: Mamma mia che impressione!
Niente paura, è solo il titolo di un film di Alberto Sordi, del 1951, girato in Italia, pellicola in bianco e nero della durata di 98 minuti.
Il protagonista è un giovane esploratore della parrocchia, Alberto Sordi, con chioma quasi bionda, rossa dicono nel film, che in una delle prime scene attraversa una piazzetta e sul muro della casa che è al centro ci sono dei cartelli con una grande scritta: Palmolive. Si vede chiaramente il movimento della telecamera che, dopo aver seguito l’attore che procede in basso a sinistra del teleschermo, torna in alto inquadrando l’ultimo cartellone pubblicitario.
In una delle scena successive Sordi aiuta un poveretto a sollevare la serranda del suo negozio lasciandolo appeso a trenta centimetri da terra. Nell’inquadratura successiva c’è il primo piano del negoziante e proprio a quell’altezza sulla vetrina è messa in secondo piano, ma non sfugge, la doppia scritta Barilla con tre immagini della pasta piuttosto grandi.
Pubblicità integrata? Non c’è dubbio. In un’edicola l’attore legge Il Tempo mentre il giornalaio mostra quasi con noncuranza la copertina di Epoca, un noto giornale… dell’epoca. Il quotidiano Il Tempo verrà mostrato ancora dall’autista dell’autobus, mentre il Corriere dello Sport introduce una controscena tra atleti in un bar.
Insomma Alberto Sordi al suo ventitreesimo film era oggetto di attenzioni da parte di sponsor più o meno occulti che avevano già ben compreso il valore dello spot integrato: nel terzo millennio quelle pubblicità le vediamo ancora! Probabilmente questa sarà la strada giusta per i pubblicitari e le case di produzione, strada che permetterà loro di aggirare anche il dominio di servizi come TiVo (già diffusi in Usa), che opera lo skip automatico degli spot e permette la visione in differita dei programmi visibili a richiesta con decoder.
Sarà per loro possibile aggirare le nuove tecnologie dei Personal Video Recorder, videoregistratori intelligenti, predisposti per il salto all’ostacolo delle pubblicità durante la registrazione del programma preferito. Non fatevi illusioni, al nostro ritorno a casa ad aspettarci ci sarà dunque comunque la pubblicità, quella integrata, annidata all’interno dei nostri più amati programmi televisivi.
(3-continua)
FORMAT Alla scoperta dell'Italia con Sereno variabile di Giuseppe Bosso

Da più di un quarto di secolo è una presenza fissa dei palinsesti Rai, forse non sempre apprezzata come dovuto; eppure Sereno variabile, dal 1980 ai giorni nostri, ha sempre raccolto e continua a raccogliere ampi consensi in termini di pubblico e di critica.
Il programma che settimanalmente ci porta alla scoperta delle bellezze ambientali e culturali (e gastronomiche...) del nostro Paese è indissolubilmente legato al volto e alla figura di un veterano come Osvaldo Bevilacqua, un vero e proprio "santone" del giornalismo italiano, autore e conduttore della trasmissione fin dall’inizio, che negli anni si è voluto sempre circondare di fidati e validissimi collaboratori che lo hanno affiancato nei suoi viaggi in giro per la penisola.
E fidati e validissimi sono i giovani componenti dello staff attualmente al suo fianco, dalla co-conduttrice Monica Rubele, che prossimamente vi proporremo in una interessante intervista, agli instancabili inviati Maria Teresa Giarratano, Cinzia de Ponti, Karina Marino e Gianni Milano.
La trasmissione, che ha probabilmente ispirato i tanti e numerosi programmi che negli anni hanno voluto sviluppare il tema ambientale - culturale - gastronomico, si è da sempre caratterizzata per la ricerca degli aspetti e delle curiosità di luoghi non sempre reclamizzati a dovere, e di quei dettagli che dovrebbero invogliare lo spettatore a recarsi sul posto per visitare il monumento visto sul video, per conoscere la gente intervistata, oppure per assaggiare il piatto tipico che è stato visto cucinare.
E quindi un sincero plauso a questa trasmissione, frutto del lavoro di un professionista come Bevilacqua che ha saputo rinnovarla nel tempo e farla resistere anche negli anni della tv-trash e dell’impazzata di reality show, mescolando simpatia e professionalità che il pubblico ha da sempre gradito e apprezzato.
ELZEVIRO Luca Rigoni, cinema mon amour - Seconda Parte di Antonella Lombardi

Parliamo di Oscar del cinema con Luca Rigoni.
L’edizione degli Oscar di quest’anno è stata contrassegnata da una forte presenza di film politici o relativi al problema dell’integrazione: Syriana, Munich, Paradise now, Brokeback mountain, Crash, Il suo nome è Tsotsi, eccetera...

«La cosa più interessante degli Oscar, mi pare, è stato questo cambio di registro, questo giro di boa, perlomeno apparente, di Hollywood, una maggiore attenzione, come hai detto tu, al politico, al film d’autore e al piccolo film indipendente, non di grosso box office: potrebbe essere il segnale di una svolta di Hollywood che è stufa di certi filmoni; pensa come non ha funzionato ad esempio King Kong, un’operazione costosissima, un ottimo film, ma alla fine è andato male, evidentemente c’è la necessità di rinnovare dal di dentro il cinema americano, c’è anche la noia per una certa ritualità di formule e quindi, quello degli Oscar, potrebbe essere un segnale importante».
Però, allo stesso tempo, nessun film all’edizione degli Oscar di quest’anno ha fatto incetta di statuette come nelle edizioni precedenti. Cosa vuol dire, che a Hollywood tutto cambia affinché tutto rimanga com’è?
«E’ stata un’edizione particolare, non c’è stato nessun film, o nessun kolossal, che si è imposto sugli altri. Non essendoci stato il grande film trainante, a differenza di altre occasioni, è ovvio che il giudizio dei professionisti del settore si è frastagliato. E’ successo varie volte, non è che sempre ci siano le undici statuette – mi pare… - stile Ben Hur; però ricordiamoci anche che Hollywood ha assegnato una valanga di statuette all’Ultimo Imperatore di Bertolucci, film d’autore europeo, quindi bisogna stare attenti a non dare giudizi approssimativi e affrettati, perché ogni anno è diverso.
Quello che c’è da sottolineare, secondo me, è la crisi d’idee profonda, negli ultimi anni, del cinema americano che si basa su sequel, sul recupero e anzi il “riciclaggio” di formule abusate, di fumetti e serial televisivi, alla disperata ricerca di copioni e di idee che permettano di andare sul sicuro, perché i film costano tanto, quindi si prendono storie ben rodate, con personaggi ben conosciuti e queste vengono trasformate in film; e gli Oscar di quest’anno potrebbero, uso il condizionale, testimoniare che sta cambiando il clima».
C’è un film, tra quelli presentati agli Oscar, che hai visto e che ti è piaciuto particolarmente?
«Tra quelli presentati ho visto Munich di Spielberg, ma non mi è piaciuto per niente; io adoro Spielberg, conosco perfettamente tutti i suoi film, ma Munich è un brutto film, mediocre, modesto».
Come mai?
«Perché innanzitutto, e al di là delle polemiche filo o anti-israeliane, è poco credibile. Purtroppo direi, perché Spielberg è un regista grandissimo, un genio del cinema: è strano, ma il film è poco credibile proprio dal punto di vista tecnico, e di sceneggiatura; quella Roma ricostruita, se non sbaglio, a Budapest, o questa figura di grande vecchio francese che tira le fila, che sa tutto, non esiste nulla di simile! Se non forse, a livello tematico, l’ossessione di Spielberg di ritrovare il Padre… Ma, nonostante il film sia basato su un libro considerato di un certo rilievo (Vendetta, di George Jonas, ndr), è tutto troppo semplicistico: soprattutto per chi mastica almeno un po’ di Medio Oriente».
Ci sono altri film, tra quelli presentati agli Oscar, che ti sono piaciuti in maniera particolare, ad esempio, Match Point di Woody Allen?
«Molto bello, sì, un grande ritorno di Woody Allen».
Sembra che il tema del multiculturalismo e dell’integrazione abbia interessato altri film oltre quelli presentati ad Hollywood: U Carmen (versione cinematografica della Carmen di Bizet ambientata in Sudafrica), l’italiano Saimir, di Francesco Munzi (storia di un ragazzino albanese che sogna l’Italia), Quando sei nato non puoi più nasconderti, di Marco Tullio Giordana, eccetera. Il cinema manifesta forse una sensibilità verso l’altro maggiore rispetto a quella percepita dalla società?
«Ma no, il cinema si fa carico, come spesso avviene, di vicende e di problemi che ci sono e li racconta. L’autore di cinema focalizza la sua attenzione su questo problema, il multiculturalismo, il metissage se vuoi… Ma non c’è nulla di nuovo; dico una banalità, pensa al Neorealismo: prendevano alcuni avvenimenti della realtà italiana e, a vari livelli e a seconda delle differenti sensibilità (una cosa è Rossellini, un’altra De Sica, un’altra ancora Visconti, per dire solo dei sommi), li mettevano in film.
Non che il cinema sia “specchio della realtà”, per carità… Ma se tu poi fai un mosaico di tanti film, è chiaro che da questo mosaico viene fuori anche un grande affresco di quella che potrebbe essere stata la società italiana di allora. E’ sempre stato così, non vedo niente di diverso rispetto al passato».
Quest’anno il cinema italiano, con La bestia nel cuore, è riuscito a portare agli Oscar per la prima volta un film diretto da una donna, Cristina Comencini. Il film non ha vinto l’ambita statuetta e c’è chi ha parlato, il giorno dopo, addirittura di sconfitta del cinema italiano. Qual è la tua opinione in merito?
«Io credo che il cinema italiano, così com’è organizzato oggi, così come è prodotto e distribuito, è un cinema soccombente. Non solo sconfitto – con tutto il rispetto per l’opera di Cristina Comencini - ma moribondo perché è un cinema che produce pochissimi film ormai e, sto un po’ generalizzando, lo fa con modalità produttive legate prevalentemente, e troppo, al mondo della televisione; credo si producano appena 40, 50 film all’anno o pochi di più, comunque pochissimi rispetto a diversi anni fa. E’ ovvio che così il cinema è destinato a strangolamento; producendo così pochi film italiani, e alcuni anche di alto livello, e in qualche caso di straordinario successo di cassetta, è comunque un miracolo, permettimi la battuta, che qualcuno riesca ancora ad accedere agli Oscar».
E la mancata vittoria dell’Oscar?
«Non c’entra niente, molti fra i più grandi autori non hanno vinto statuette, molti grandi registi sono stati premiati con l’Oscar alla carriera proprio perché non avevano vinto con i capolavori che avevano fatto, c’è una serie di nomi illustrissimi che non hanno mai conquistato un Oscar, non vuole dire nulla vincere o non vincere l’Oscar; è solo pubblicità in più, è molto utile perché è pubblicità in tutto il mondo per un determinato film e quindi tutto il mondo poi ti vede, ma in sé l’Oscar è il timbro soprattutto di se stesso».
ELZEVIRO A Pasqua? Godiamoci una mostra, in un bel posto di Antonella Lombardi

E’ una tendenza ormai in atto da alcuni anni: cogliere l’occasione della settimana santa per godersi le piccole e grandi mostre che l’Italia offre. E, con le mostre, le città, meglio se piccole, che le ospitano.
Una sorta di “slow art” per andare alla ricerca di proposte particolari, da gustare con piacere, senza ansia.
Ad essere privilegiate sono sempre di più le mete al di fuori dei grandi centri urbani, che propongono mostre di qualità in contesti da riscoprire.
Un mix che premia tanto la voglia di approfondire le proprie conoscenze, quanto il legittimo desiderio di godersi una piccola, piacevole vacanza scoprendo piccole realtà d’Italia che, probabilmente, senza lo stimolo della mostra non diverrebbero meta di un viaggio.
Diverse le esposizioni che si possono visitare a Pasqua: vediamone alcune.
In tema con la Pasqua è la proposta di Parma dove, per i novecento anni della celebre Cattedrale, è proposta una grande mostra dedicata al tema “Il Medioevo delle Cattedrali” (Salone delle Scuderie del Palazzo della Pilotta, sino al 16 luglio).
A Mariano di Traversetolo, dove la campagna parmense comincia a diventare collina, in un fantastico scenario naturale, una dimora zeppa di straordinari capolavori ospita una intensa carrellata sull’arte del Novecento “Da Monet a Boltanski” (sempre sino al 16 luglio).
A Modena è di scena l’arte contemporanea con un’intrigante mostra intitolata “Egomania. Appena ho capito d'aver capito" (Palazzo Santa Margherita e Palazzina dei Giardini, sino al 17 aprile). Ancora in Emilia, ma stavolta a Ferrara, due grandi esposizioni: “De Pisis a Ferrara”, nel cinquantenario della morte dell’artista, presso il Palazzo dei Diamanti (sino al 4 giugno), e “I Camerini del Principe” nel Castello. Quest’ultima recupera le opere d’arte disperse, l’appartamento di Alfonso I sulla Via Coperta del Castello Estense (sino al 18 giugno).
Rovigo è una new entry tra le città d’arte e la scoperta di questa piccola città veneta è suggerita dall’ampia rassegna “Meraviglie della pittura veneta. Dal ‘400 al ‘700” (sino al 4 giugno presso il Palazzo Roverella).
Restando lungo l’asse del Po, ma stavolta in territorio lombardo, ecco Mantova, dove il Centenario di Andrea Mantegna è celebrato con una raffinata esposizione “A Casa di Andrea Mantegna” allestita proprio nella sua casa (sino al 4 giugno).
A Vicenza, classificata “patrimonio universale” dall’Unesco, una magnifica parata di capolavori restaurati da Banca Intesa per la mostra “Restituzioni. Tesori d’arte restaurati”, allestita in Palazzo Leoni Montanari sino all’11 giugno.
Infine Venezia, sede e soggetto, allo stesso tempo, della mostra “Venezia. La scena dell’arte 1948 – 1986. Fotografie dall'Archivio Arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena)" allestita alla Guggenheim (sino al 21 maggio).
L’arte veneziana è proposta invece in una raffinata, elegante esposizione a La Spezia, al Museo Lia: “Venezia. Capolavori dal XIV al XVII secolo dalla Collezione Lia” (sino al primo ottobre).
Per chi non vuole muoversi dalla città, o per chi vuole scoprire angoli bellissimi di Milano approfittando dei momenti in cui la città è più vivibile, ecco la Fondazione Pomodoro che propone la più ampia retrospettiva mai allestita su Gastone Novelli. Da ammirare la mostra, ma anche il luogo scelto per l’allestimento: un grande capannone dell’ex Riva Calzoni, sapientemente rivisitato da Pier Luigi Cerri per volontà di Arnaldo Pomodoro.
TELEGIORNALISTI Giulio Giustiniani, una vita da direttore di Mario Basile

Oltre trent'anni d'esperienza nel mondo del giornalismo. Quasi venti da direttore. Cinque anni fa, dalla carta stampata è passato alla tv con La7, di cui oggi è direttore news e direttore editoriale. In esclusiva per Telegiornaliste, Giulio Giustiniani racconta ai lettori la sua carriera e la sua vita da direttore.
Come ha scelto la strada del giornalismo? Ha trovato difficoltà agli inizi?
«Ho visitato La Nazione, il giornale di Firenze, quando avevo dieci anni. Lì ho deciso, e non ho mai avuto dubbi. Le difficoltà, poi, sono il sale della professione, e anche della vita».
Quali sono gli aspetti che più la affascinano del suo lavoro?
«In ogni mestiere occorre diventare grandi, cioè specializzarsi. Nel giornalismo si può restare sempre adolescenti, cioè curiosi di tutto».
Come ci si sente ad essere il direttore di un tg come La7 operando in un panorama televisivo dominato, nell'immaginario collettivo, dai tg di "mamma Rai" e Mediaset?
«Piccoli e liberi, tanto liberi».
Qual è la sua scaletta ideale per un tg?
«Fatti e opinioni in giusta dose, e mai mescolati gli uni con le altre».
Costruendo il suo tg con i suoi redattori e le sue redattrici a quale pubblico ha pensato?
«A un pubblico curioso, che talvolta legge anche i giornali».
Un tg moderno dovrebbe puntare più sulla cronaca o sugli approfondimenti? O tenere distinti i due ambiti?
«Entrambi, ma tenuti distinti».
Cerca mai di sapere cosa mettono in scaletta i direttori dei tg concorrenti?
«No, fanno prodotti diversi per un pubblico diverso».
A La7 ci sono due giornaliste straniere come Anne Treca e Rula Jebreal. Può parlarci del loro contributo in redazione?
«Confrontano l'Italia con il mondo, anche inconsapevolmente. Sono un antidoto al provincialismo».
È faticosa la vita del direttore? Mauro Mazza del Tg2 sostiene che lo sia. Lei che ne pensa?
«Non è faticosa, è peggio. Ma io faccio il direttore da diciannove anni. Quando mi riposo mi annoio».
Chi sono stati i suoi maestri di giornalismo?
«Tanti. Piazzasi, Stille, Mieli... Nella vita, tanto o poco, s'impara da tutti, anche da chi sbaglia».
Un suo consiglio ai giovani che aspirano a diventare giornalisti.
«Scrivete sui giornali, senza entrare nei giornali. Apparite in televisione, ma senza essere dipendenti della televisione. Come ospiti si è meno condizionati».
OLIMPIA Tra veleni e violenza di Mario Basile

Sono tristemente famosi ormai i "tifosi" dell’Inter: chiamarli tifosi è una forzatura a cui si fa fatica ad attenersi. In questi casi si tratta di vero e proprio teppismo. Dopo il motorino lanciato dagli spalti, i petardi lanciati sugli avversari e gli insulti razzisti, a completare il quadro è arrivato l'agguato notturno all’aeroporto dopo la trasferta di Ascoli.
Quelli che fino a poco tempo fa erano i loro beniamini si sono trasformati in nemici. Ironia della sorte, a pagare conseguenze più dure rispetto agli altri Cristiano e Javier Zanetti. Il primo, da cinque anni nerazzurro, si è sempre dimostrato un professionista esemplare, ma questo non gli ha risparmiato un pugno alla nuca; il capitano, forse il giocatore più amato attualmente dalla curva, se l’è cavata con diversi spintoni.
Alla base di tutto ciò l’ennesimo fallimento della truppa nerazzurra. La sconfitta in Champions League con il Villarreal è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Sta di fatto che da troppo tempo la squadra non raggiunge risultati importanti. La Coppa Italia e la Supercoppa Italiana conquistate con Mancini sembravano il preludio a qualche trofeo più prestigioso.
Così non è stato. I nerazzurri rimangono prigionieri di un incantesimo che dura da ben diciassette anni. Risale infatti al 1989 l’ultimo tricolore. In mezzo, tante delusioni, tra cui quella più cocente del 5 maggio 2002, quando il titolo sfumò all’ultima giornata.
Il dilemma è questo: è possibile che una squadra tanto imbottita di campioni non riesca a vincere? Una risposta valida sembra non esserci. C’è chi dà la colpa al presidente: reo, secondo alcuni tifosi, di essere troppo buono con i calciatori e pronto ad assecondarne ogni capriccio; poi ci sono quelli che puntano il dito contro gli allenatori, sorte toccata anche all’attuale tecnico Mancini, perché non all’altezza della situazione; e quelli che infine spiegano i continui flop col fatto che la squadra non ha veri campioni.
La verità sta forse nel mezzo: un allenatore giovane come Mancini forse non è adatto per un ambiente che non vince da tempo, servirebbe qualcuno dal pugno duro. Tuttavia, va ricordato che quasi ogni volta che l’allenatore ha punito i comportamenti non professionali dei suoi calciatori, questi ultimi sono stati “perdonati” dal presidente. Così facendo, l’autorità del tecnico, se non è nulla, poco ci manca.
Naturalmente tutto ciò non può giustificare il gesto compiuto all’aeroporto dai soliti teppisti, i quali hanno minacciato che il momento di terrore continuerà. Peccato non riescano a capire che un pizzico di maturità verso coloro che hanno sempre osannato, può insegnare molto. Mentre un vile agguato notturno fa male solo allo sport.
EDITORIALE Le Italie sono molto più di due di Silvia Grassetti

Liberazione, il quotidiano di Rifondazione Comunista, domenica scorsa titolava: «Al voto due Italie molto diverse».
Ma, come gli attributi citati nell’infelice frase di Silvio Berlusconi, le Italie sono molto più di due.
Smettiamo di baloccarci con l’idea, che dovrebbe essere consolante, che il mondo si divida in buoni e cattivi, o in due sole visioni della giustizia sociale. I mass media hanno tentato di convincerci che fosse così, ma la semplificazione non regge.
I due schieramenti politici italiani non riassumono le differenze dei partiti che le sostengono: ed è una cosa positiva. La democrazia è una ricchezza costituita dal dialogo sociale e dal confronto delle reciproche differenze. Solo così è possibile crescere, migliorarsi: discutendo con chi è diverso da noi. Lo scontro, anche duro, all’interno di uno stesso schieramento, non va temuto né rifiutato, quando il fine mette tutti d’accordo. Se il fine è il bene del Paese.
Ma anche scendendo nel particolare, ogni persona è differente da ogni altra. E allo stesso tempo, viviamo tutti in un solo Paese. Rinunciare alle differenze equivarrebbe a impoverirsi, mettendo in secondo piano valori, sogni e progetti in nome della convenienza elettorale.
Prendere in prestito il modello americano, come successe durante il passaggio dalla legge elettorale proporzionale al maggioritario (tralasciando il pastrocchio oligarchico inventato nel 2006), democratici contro repubblicani, vuol dire scoccare di proposito la freccia contro il cielo, invece che mirare al centro del bersaglio.
L’Italia non ha duecento anni di storia, ma millenni. Nel bel mezzo del Mediterraneo, è stata calpestata, amata, attraversata da decine di popoli e culture diversi. Al di là di quello che dicono di credere, gli italiani non si sono mai accontentati di una secca divisione tra buoni e cattivi. E non riusciranno mai a limitarsi a due schieramenti politici che non valorizzino le loro differenze, in un dialogo per il bene di tutti i cittadini.
COLPO D'OCCHIO I giorni dell'abbandono di Antonella Lombardi

Finalmente è finita.
Sofferta come una partita vinta ai rigori, la campagna elettorale più tesa dal 1948 a oggi si è conclusa con un finale degno del miglior Hitchcock. Toni aspri e apocalittici, insulti puntualmente catalogati dall’Ansa, slogan populisti alla Peppone e Don Camillo ci hanno accompagnati per giorni e giorni in una attesa logorante.
Tra par condicio e par confucio, regolamenti rigidi, sms e ulivi galeotti, l’irritabilità e l'ansia da prestazione hanno contagiato tutto e tutti. Se una volta si diceva «Mi consenta» oggi si parla di «orgoglioni» e maschili, imbarazzanti attributi, che hanno spiazzato persino stampa estera e traduttori.
Eppure, era già tutto scritto nel cinema. A leggerli oggi, certi titoli di film sembrano profetici: Il destino di un cavaliere, Una giornata particolare, Il gusto degli altri, Allarme rosso, L’ombra del sospetto, Le parole che non ti ho detto
Se poi Paura e delirio abitano a Montecitorio, si può sempre pensare a una nuova legge elettorale. Utile? No, grazie, meglio una «porcata» secondo la candida ammissione di un ministro. Il cinema continua a suggerire: il solito, italico, Vizietto.
Il terrore corre sul filo, Che ne sarà di noi? In una giornata elettorale convulsa, la diretta televisiva si trasforma in psicodramma e poi in terapia di gruppo, in un “balla coi voti” paradossale; risultati contraddittori dalle urne si alternano a show televisivi imprevisti.
Allo stremato direttore di un istituto di sondaggi si chiede: «Di che segno zodiacale è lei?», secca la risposta: «Bilancia». Quando si dice l’ironia.
Si pensa ai film di Totò e viene da chiedersi: “Silvio, lascia o raddoppia”?
Nessuno è in grado di dirlo con certezza. In un Paese che ha introiettato la censura e ha paura di un Caimano al cinema, all’uscita dei seggi, molti dichiarano, per gli exit poll, voti discordanti con i risultati ottenuti.
Arriva, all’Alba del giorno dopo, una vittoria di misura; al Senato si vince grazie alla recente legge che permette agli italiani all’estero di votare; per alcuni, un autogol duro da digerire. Alla faccia di chi pensava ai soliti stereotipi degli emigranti nostalgici filoconservatori. Pizza, spaghetti e mandolini hanno lasciato il posto a elettori radical chic di centro sinistra.
Tutto finito? Macché, urge ricontare le schede contestate. Il cinema, ancora una volta, l’aveva detto: Ipotesi di complotto. E così, nonostante le rassicuranti dichiarazioni sul regolare svolgimento delle elezioni da parte del Viminale e del presidente della Repubblica, stenta ad arrivare un passaggio delle consegne e la telefonata di rito da parte del presidente uscente. Missione impossibile?
Il Paese, quello vero, intanto attende. Scusate il ritardo. Servono leggi per conciliare flessibilità dei mercati ed eccessi di precarizzazione, per riformare una Scuola trascurata e occuparsi di pensioni inesistenti, di un costo del lavoro troppo alto e un’evasione fiscale galoppante, di trasporti in tilt e grandi opere inutilmente costose. Altrimenti, Non ci resta che piangere.
 
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