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Telegiornaliste anno II N. 16 (48) del 24 aprile 2006


MONITOR Rubele, giornalista di gavetta di Giuseppe Bosso

Il grande pubblico ha avuto modo di conoscerla solo due estati fa, quando affiancò Maria Teresa Ruta e Beppe Convertini nell'edizione estiva di "L'Italia sul Due". Ma Monica Rubele, veronese doc, ha alle spalle una lunga gavetta e può considerarsi certamente una veterana del mestiere.
Come nasce, professionalmente parlando, Monica Rubele?
«Sono giornalista professionista dal 1997, ma già da tempo lavoravo presso emittenti locali venete; come cronista mi occupavo di varie cose, dalla cronaca agli eventi; ho anche condotto convegni, poi sono passata a Rtl 102.5, continuando la trafila che poi mi ha portato, due anni fa, a Raidue, dove tuttora sono co-conduttrice di Sereno variabile».
Quindi possiamo dire che le emittenti locali sono una buona "palestra" per chi si avvicina al mestiere?
«Certamente. Anzitutto per la buona professionalità di chi ci lavora, ma soprattutto, nel mio caso in particolare, proprio per il fatto che, dovendoti occupare di tante e varie cose (ad esempio mi capitava che di mattina dovevo fare un servizio su un omicidio e la sera un servizio sulla prima al teatro di Verona), hai la possibilità di imparare il lavoro di giornalista a tutto campo».
Hai avuto finora grandi personaggi come compagni di lavoro, dalla Ruta a Osvaldo Bevilacqua. Ti senti pronta per "camminare da sola" e quindi condurre un programma tutto tuo?
«Beh, il lavoro in gruppo, a contatto con la gente, è la formula che meglio si avvicina al mio modo di intendere il mestiere, però chiaramente è una delle mie aspirazioni per il futuro».
Sereno variabile è un continuo viaggio per l'Italia, alla scoperta anche di posti magari non tanto reclamizzati: ma il vostro lavoro basta per valorizzare queste risorse del nostro Paese?
«Mi auguro di sì; del resto, se vedi la nostra trasmissione, è proprio questo il nostro obiettivo: andare a caccia di curiosità, segreti, anche in modo un po' insolito da come vengono presentati questi programmi; e in questo, Osvaldo è davvero un maestro».
Si lavora meglio in un gruppo affiatato come il vostro?
«È indispensabile, per la buona riuscita della trasmissione. La tv amplifica questo spirito di gruppo».
Un recente sondaggio afferma che voi giornaliste siete la categoria professionale che peggio concilia lavoro e affetti. Da appartenente alla categoria cosa senti di dire a riguardo?
«È la mia aspirazione riuscire a conciliare un'intensa attività professionale con la vita privata, mantenendo le due cose nei giusti equilibri. Il lavoro è importante, sì, ma non è tutto, per cui cerco di equilibrarlo con gli affetti in maniera sana».
Ti ringrazio della disponibilità, Monica, e ti faccio un sincero in bocca al lupo da parte di Telegiornaliste!
«Crepi. E grazie per l'affetto».
CRONACA IN ROSA Violenze sessuali, secondo la Suprema Corte di Stefania Trivigno

Negli ultimi anni i casi di violenze sessuali hanno fatto discutere: non solo per la gravità dell’atto in sé, ma anche per alcune sentenze pronunciate dalla Corte di Cassazione, che paradossalmente, invece di scoraggiare e prevenire le aggressioni, infliggendo allo stupratore la più terribile delle pene, sembra quasi abbia voluto suggerire il metodo più efficace per aggirare la legge. Vediamo alcuni casi.
Febbraio 1999. A Potenza un istruttore di guida stupra una ragazza di 18 anni durante una lezione di guida. La Suprema Corte di Cassazione annulla la condanna a due anni di reclusione perché al momento della violenza la ragazza indossava un paio di jeans, «difficili da sfilare senza la fattiva collaborazione di chi li porta».
Aprile 1999. A Prato un uomo abusa sessualmente della sua ragazza che, in quel momento, è incinta di sette mesi. L’aggressore è condannato a soli 14 mesi di reclusione, in quanto la Cassazione non riconosce nella gravidanza della vittima l’aggravante del reato.
Novembre 2003. A Cagliari un uomo stupra una ragazzina di tredici anni. Per la Cassazione in questo caso il reato risulta non grave perché la vittima, prima dell’aggressione, aveva già avuto rapporti sessuali. Dunque la violenza subita non avrebbe compromesso «l’armonioso sviluppo della sfera sessuale della vittima».
Aprile 2006. A Roma due uomini abusano di una ragazzina di 14 anni. In primo grado, i due aggressori vengono condannati a un anno e mezzo e due anni di reclusione. Dopo il ricorso, la Cassazione riduce le condanne utilizzando come attenuante l’ambiente degradato in cui la violenza ha avuto luogo.
Ci fermiamo qui.
Sembra evidente che, per quanto la legge italiana reputi lo stupro un reato, tuttavia non lo condanna a sufficienza: lo fa quasi passare per una cosa da poco, per una ragazzata sicuramente non condivisibile, ma perdonabile.
È vero anche che in altri Paesi la donna oltre alla violenza subisce il conseguente ripudio e il disprezzo della sua famiglia, come se, più che la vittima, fosse l’artefice del male di qualcun altro: come il caso di un anno fa in India, quando una giovane donna fu aggredita e violentata dal suocero. Ripudiata dal marito, è stata poi successivamente costretta a sposare il suo aggressore al quale, secondo le autorità del luogo, era oramai legata da un’unione carnale.
Questi "episodi" non devono farci dormire sonni tranquilli, anzi. Dovrebbero favorire una riflessione seria; perché le cose cambino e, almeno per una volta, a favore delle donne.
CRONACA IN ROSA IL MONDO DELLE DONNE Stop al dolore di Erica Savazzi

Per le donne africane un futuro senza sofferenza significa non essere condannate al dolore fin da bambine, non dover subire infezioni, emorragie, aborti e a volte perfino la morte; un futuro senza dolore è un futuro senza mutilazioni genitali.
Se in provincia di Vicenza una donna è stata arrestata con l’accusa di praticare l’infibulazione, in Africa quest’intervento chirurgico sulle bambine è ancora la normalità. L’ha subito il 92% delle donne del Mali, il 90% delle sudanesi e addirittura il 97% delle donne nell’ormai moderno Egitto. Una piaga difficile da estirpare che richiede cambiamenti legislativi e soprattutto culturali.
Negli ultimi anni è stato fatto un grande passo in avanti con il Protocollo di Maputo, vera e propria Carta dei diritti delle donne che bandisce le mutilazioni genitali femminili in quanto reato contro i diritti fondamentali delle persona. Adottato l’11 luglio 2003 nell’ambito della campagna internazionale Stop FGM promossa da Non c’è Pace Senza Giustizia in collaborazione con Aidos (Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo), il Protocollo è entrato in vigore nel novembre 2005, dopo la ratifica da parte di quindici stati, come previsto dal documento stesso.
Attualmente i Paesi che hanno vietato le mutilazioni genitali femminili sono Capo Verde, Mali, Malawi, Lesotho, Comore, Libia, Namibia, Ruanda, Nigeria, Gibuti, Mauritius, Senegal, Sudafrica, Benin, Togo e Gambia. Sedici Paesi sui 53 che avevano inizialmente adottato il protocollo. Ancora troppo pochi, considerando che mancano giganti come Egitto, Mauritania, Eritrea, dove l’infibulazione è ancora molto praticata.
Intanto, grazie al lavoro di informazione e di educazione delle Ong e alla ribellione delle donne, alcuni villaggi iniziano a bandire la tradizione delle mutilazioni. Un esempio per tutti Sakinèbongou, in Mali, dove anche gli uomini hanno compreso la dannosità dell’operazione e non vogliono che venga praticata sulle loro figlie.
Si avanza a piccoli passi, cercando di superare le tradizioni e l’integralismo religioso: nel Corano alle mutilazioni femminili non si accenna nemmeno.
FORMAT MEDIA E MINORI Spot integrati 2 di Serenella Medori

Ora nel mondo dei pubblicitari ci sono diverse professionalità il cui compito è quello di piazzare lo spot negli spazi televisivi o cinematografici più adatti. In tutti i film c’è qualcuno che beve o fuma un prodotto con marca in primo piano o guida un'auto inquadrata sempre da davanti per mostrarne il marchio. Inserire questi oggetti con garbo, con ripetitività e senza ostentazione è stato subito facile.
Brillante è stato invece annidare la Fedex, società di consegne statunitense, nel complesso tessuto di un film ambientato in massima parte su una sperduta isola del Pacifico. Tom Hanks in Cast Away si salva infatti accompagnato da uno stuolo di pacchi marchiati Fedex. Davvero brillante, e soprattutto palese ed evidente, ben oltre l’ostentazione, al punto che chi non era a conoscenza dell’esistenza della Fedex ha inizialmente pensato che fosse un marchio inventato per il film. Si trattava invece di una enorme operazione commerciale, senza fine. Il film, le cassette, i dvd e la tv porteranno la Fedex lontano nel tempo.
Che dire invece dei Matrix? Gli amanti del genere non avranno fatto a meno di notare la serie di occhiali sfoggiata da Keanu Reeves e compagni nel film omonimo. Gli occhiali hanno da sempre un naturale fascino, che, abbinato alla situazione quasi mitica narrata dal film, ne fanno chiaramente uno style symbol: lo stile di chi va oltre la realtà, lo stile di chi "vede" oltre la realtà.
Il computer è un altro prodotto la cui pubblicità è spesso integrata nei film e telefilm con un suo ruolo e soprattutto una sua marca ben in evidenza. Sex and the City espone un computer portatile con la sua mela sempre in primo piano che affianca una graziosa e smaliziata... scrittrice. La protagonista scrive spesso, è inquadrata a mezzo busto e davanti a lei ancor più in primo piano, e sempre a favore di telecamera, si trova il coperchio sempre rigorosamente aperto del computer con la mela al centro. E’ talmente normale che una scrittrice scriva usando un computer che questo continuo e sfrontato spot viene subito metabolizzato dal telespettatore che non ha alcun motivo di considerarlo invadente.
Nel cinema americano gli spot integrati esistono ormai da cinquant'anni.
Tranquilli! Non sto affatto per dire che l’Italia è in ritardo!
(4-continua)
FORMAT Il Volo spagnolo di Nicola Pistoia

Un viaggio nella caliente Spagna per ironizzare e discutere dei difetti e di quei pochi pregi che l’Italia, paragonata ad altri Paesi, possiede.
Tutto questo e molto di più, il nuovo programma dell'ex panettiere bresciano scoperto, tanto per cambiare, da Claudio Cecchetto nel 1996 e che, in oltre dieci anni, di strada, ne ha fatta veramente tanta.
Fabio Volo, 33 anni, nasce principalmente come speaker radiofonico. Il suo programma Il Volo del mattino su Radio Deejay è al sesto anno di programmazione. Ogni mattina ci delizia con discorsi a metà strada tra la filosofia e la saggezza, ma che in realtà, poi, un senso ben definito non ce l'hanno.
Tra le tante cose, Volo ha scoperto di essere anche uno scrittore di romanzi di successo: il primo di questi, Esco a fare due passi, ha venduto oltre 300 mila copie; E’una vita che ti aspetto, 400 mila, e l’ultimo, uscito il 7 febbraio, Un posto nel mondo, ha conquistato già la soglia delle 250 mila copie.
Fabio Volo è anche attore (Casomai e La Febbre), ma soprattutto è un uomo di spettacolo che ama divertire il suo pubblico e ama divertirsi. Proprio in televisione è il suo nuovo impegno: dal 4 aprile, su Mtv, ogni martedì, mercoledì e giovedì, conduce il discutissimo show Italo (Spagnolo), che va in onda da Barcellona. L’intento del Volo nazional- spagnolo è proprio quello di mostrare come si vive in una città contemporanea e in una democrazia più fresca e più giovane di quella italiana. Lo studio è un bellissimo appartamento nel Barrio Gotico della città catalana.
Tra arredamenti raffinati e un terrazzo da cui si scorge la spettacolarità di Barcellona, una serie di ospiti, più o meno famosi, si intrattiene con il padrone di casa per esprimere i propri desideri, e talvolta i propri dissensi, rispetto ad una società che pare stia diventando troppo cinica.
ELZEVIRO Largo ai giovani… critici di Antonella Lombardi

C’è un premio per aspiranti critici cinematografici che abbiano dai 18 ai 26 anni: è quello dei Quaderni del CSCI 2006, bandito dal Centro di Studi del Cinema Italiano e sostenuto dall’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona.
Realizzato con il patrocinio del Consolato Generale d’Italia a Barcellona, il Premio costituisce un’ottima vetrina per giovani studiosi di cinema italiano che vogliano cimentarsi in un saggio o una recensione sulla produzione cinematografica del nostro Paese.
Il premio consiste nella pubblicazione del saggio e delle recensioni vincenti sul secondo numero della rivista annuale di cinema italiano Quaderni del CSCI, pubblicata dall’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona e distribuita in Italia e nel mondo.
Inoltre, ulteriori elaborati, ritenuti meritevoli, potranno essere raccolti e pubblicati in un volume dalla redazione dell’Istituto. Per partecipare c’è tempo fino al 31 maggio.
Il Premio si articola in due sezioni: stesura di un saggio inedito su qualsiasi aspetto del cinema italiano, classico o contemporaneo, e/o di recensioni inedite di film italiani prodotti nel 2005 e usciti nelle sale cinematografiche italiane.
Numerose le partecipazioni alla precedente edizione del Premio, che si segnala come una delle poche iniziative aperte, in questo settore, a una fascia di pubblico a volte considerato, banalmente, come semplice “consumatore” di cinema, la cui creatività e competenza vengono invece messe alla prova in questa iniziativa.
Se ciò non bastasse, a sottolineare ulteriormente la particolare attenzione ai giovani, c'è la giuria, per metà composta da membri sui trent'anni, rappresentanti della cultura italiana e spagnola: Magdalena Brotons (Universitat de les Illes Balears), Joaquín Cánovas (direttore della Filmoteca “Francisco Rabal” di Murcia), Jordi Corominas (scrittore e critico cinematografico), Loris Pellegrini (scrittore e regista teatrale). Il Presidente della Giuria è Julio Pérez Perucha (presidente della Asociación Española de Historiadores del Cine).
Sul sito dell’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona, è possibile scaricare il bando del premio. Per ulteriori informazioni si può mandare una email a csci.iicbarcellona@esteri.it .
ELZEVIRO Primavera nelle oasi di Erica Savazzi

Si rinnova anche quest’anno l’appuntamento con la Giornata delle Oasi. Il WWF, che festeggia i 40 anni di attività in Italia, domenica 30 aprile aprirà gratuitamente al pubblico cento oasi distribuite su tutto il territorio nazionale, a cui si affiancheranno anche 40 riserve naturali gestite dal Corpo Forestale dello Stato.
Tema di questa iniziativa è la biodiversità: i 33.000 ettari di territorio protetto nelle 130 Oasi WWF sono infatti spazi incontaminati che ospitano un patrimonio importantissimo di specie animali e vegetali.
Questa ricchezza, sempre più in pericolo a causa dell’inquinamento e delle attività umane, deve essere preservata: da qui la necessità di sensibilizzare il pubblico, e soprattutto bambini e ragazzi, sulla delicatezza e sull’importanza dell’ambiente naturale per la sopravvivenza dell’uomo stesso. «La biodiversità ha bisogno di aiuto, un aiuto che deve venire dai giovani chiamati a impegnarsi in prima persona per conservare il bene più prezioso», ha dichiarato Fulco Pratesi, presidente del WWF Italia. «Perché solamente dei giovani competenti e interessati diventeranno degli adulti attenti e rispettosi».
Durante la manifestazione verranno premiati anche gli studenti delle scuole che hanno partecipato al concorso Giovani Pubblicitari, ideato dal WWF e patrocinato dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e Ricerca. I ragazzi hanno creato disegni e slogan per una campagna pubblicitaria che comunicasse l’importanza della conservazione della biodiversità.
Accanto a loro quattro testimonial: la presentatrice Paola Saluzzi, la cantante Elisa, il calciatore Gianfranco Zola e l’attore Marzio Honorato, che nelle scorse settimane hanno visitato alcune scuole raccontando il proprio rapporto con la natura.
Durante la giornata, oltre alle visite guidate alle Oasi, sono in programma giochi, spettacoli, mercatini, e le liberazioni di rapaci e di tartarughe.
TELEGIORNALISTI Nosotti, giornalista "per caso" di Filippo Bisleri

Abbiamo raggiunto Marco Nosotti, uno dei volti più noti della redazione sportiva di Sky, all’indomani di una delle sue numerose e qualificate presenze a bordocampo, e tra un aereo e un treno che lo portano in giro per l’Italia a raccontare il calcio o il volley dei big.
Marco Nosotti come ha deciso di fare il giornalista? Una vocazione?
«Sincerità per sincerità? Bene, eccola: il fuoco sacro del giornalismo non mi ha mai travolto e incendiato più di tanto, almeno non ricordo. Una cosa è certa però: questo mestiere, vocabolo che preferisco a lavoro, è un mestiere che ti “punta”, ti individua tra molti e ti sceglie. Questo è capitato a me quando poco più che ventenne, indeciso tra laurea in Giurisprudenza, attore dal futuro molto incerto e carriera di scarso, molto scarso, portiere di quarta serie, accettai di dare una mano nella piccola redazione di una televisione privata del sassolese (Modena). Colpa di un compagno di liceo, lui sì un vero genio ed una penna stupenda: Leo Turrini, editorialista de Il Resto del Carlino e La Nazione. Sono passati 25 anni e non mi sono mai pentito di avergli dato ascolto».
Cosa pensi del luogo comune che vuole i giornalisti sportivi meno preparati dei colleghi?
«Per molti anni mi sono occupato di cronaca, nera e giudiziaria, di politica ed economia nelle tv locali dove ho lavorato. Non credo esista un giornalismo di serie A o di serie B, credo invece che esistano giornalisti bravi e meno bravi, preparati e no, credo anche che ci siano molti furbi come nella vita di ogni giorno. Non mi sento sminuito perché mi occupo di sport, anzi sono un privilegiato perché faccio un mestiere che mi appassiona e mi stimola ogni giorno, un mestiere che rispetto e cerco di onorare con onestà».
Hai un tipo di giornalismo che preferisci?
«Non ce ne è uno in particolare, mi piacciono le storie di sport, storie di uomini di sport, anche quelle minori, quelle degli ultimi della classe, e provo a raccontarle utilizzando il mezzo che mi è più congeniale: il microfono, la tv».
C'è qualche personaggio che ti ha colpito di più?
«È innegabile che sia stato particolarmente colpito dall’incontro con alcuni veri campioni come Ayrton Senna o Alex Zanardi conosciuti quando mi sono occupato, malamente, di motori. Nel calcio alcuni allenatori e giocatori mi sono rimasti “addosso” per come vivono e hanno saputo vivere la propria storia personale e professionale, gente come Ancelotti, Prandelli, Baldini, Malesani, Capello, Novellino, Sacchi e Cosmi. Ma debbo fermarmi perché l’elenco sarebbe molto lungo. Nella pallavolo poi ho avuto la fortuna di vivere gli anni d’oro dal ‘90 ad oggi, ma anche quelli pionieristici precedenti e lì si mi sono divertito ed arricchito: da Anderlini a Prandi, da Velasco a Montali, Anastasi, Bebeto, per citare gli ultimi grandi ct azzurri. Ma dove li mettiamo i tanti giocatori conosciuti sui campi e nei palazzetti, durante trasferte interminabili, oppure dirigenti e uomini da oscar come Peppino Panini e Giuseppe Brusi. Preziose, poi, le lunghe chiacchierate con Zorzi, Vullo e Bertoli, Lucchetta e Cantagalli, ed il condividere con tutti passioni e lavoro, successi e sconfitte?
Ecco, in questo mi sono trovato bene: nel restare a "bordocampo" nelle imprese come nelle disfatte, e mai mi sono sentito fuori posto».
Hai avuto dei maestri di giornalismo? E chi?
«Ho cercato di rubare un po’ da tutti cercando di non smettere mai di chiedermi il perché delle cose. A volte funziona! Poi qualche disgraziato che mi ha dato fiducia l’ho trovato, nelle tv locali come a Tele+ e a Sky. Da Lorenzo Dallari, amico e professionista esemplare, ad altri come Massimo Perrone, primo caporedattore di quella Tele+ che oggi sembra così lontana ma da cui è nata l’attuale pay tv, passando da direttori come Tommasi e Arrigoni, fino ad arrivare agli attuali Bruno e Corcione che, qui a Sky, sono alla guida di una redazione sportiva e sono molto, molto in gamba».
Cosa ti piace di più della professione giornalistica? Hai qualche episodio curioso?
«L’essere sopportato o accettato a bordo campo, dove la vita non sarà sempre facile ma comunque divertente. Lavorare è un’altra cosa! Quanti vaffa! E quante chiacchiere con giocatori, allenatori e arbitri. Con un pizzico di buon senso puoi essere d’aiuto nel raccontare l’evento senza mancare di rispetto alle persone che sono in campo ed a quelle che stanno davanti al teleschermo. Ne ho passate parecchie, ma ricordo sempre con piacere le feste promozione o quelle scudetto, le secchiate d’acqua, le interviste sotto la doccia o nella piscina degli spogliatoi, come nel caso del ritorno in A della Fiorentina: mi buttai in acqua per intervistare Della Valle a mollo con il sindaco Dominici ed altri giocatori, ma non avevo calcolato la profondità. Aprii la bocca troppo presto e rischiai di annegare. In 120 centimetri!
A proposito di pioggia ed acqua mai ne avevo vista tanta a Perugia nell’anno dello scudetto della Lazio. Ricordate come piovve su quel Perugia-Juventus? Ancora oggi, quando incrocio Pierluigi Collina, arbitro di quella gara, sento brontolare in lontananza un tuono».
Molti giovani vogliono intraprendere la carriera giornalistica. Quali consigli di Marco Nosotti per loro?
«Credo nella gavetta e nel provare a cimentarsi con tutto (carta stampata, tv e radio), ma non tralascerei le possibilità che le scuole di giornalismo possono dare anche in vista di possibili sviluppi occupazionali. Curate un archivio personale, segnatevi numeri telefonici, indirizzi e idee, e non dimenticate mai da dove venite. È un piccolo consiglio avuto da vecchio inviato. È servito. Almeno credo».
OLIMPIA Maledette pressioni di  Mario Basile

E’ sempre difficile avere delle responsabilità sulle spalle. In ambito sportivo, i favori del pronostico generano pressioni così forti che spesso mandano all’aria preparazioni lunghe e meticolose. L’obbligo di vincere per non deludere i tifosi logora l’atleta. Ma se l’atleta in questione ha diciott’anni, talento da vendere e un futuro radioso davanti, perfino la carriera può essere a rischio.
Ne sa qualcosa Carolina Kostner. La pattinatrice italiana, definita da tutti l’astro nascente del pattinaggio di figura italiano, ha fallito due appuntamenti importanti della stagione: le Olimpiadi di Torino 2006 e i mondiali di Calgary. Eppure il terzo posto ottenuto a gennaio ai campionati europei di Lione preannunciava risultati completamente diversi.
Il ghiaccio è nel destino di Carolina, come in quello della sua famiglia. Il suo cognome, infatti, non è nuovo agli appassionati: il papà Erwin è stato capitano della nazionale azzurra di hockey; sua cugina Isolde è stata una famosissima sciatrice. Anche mamma Patrizia è stata una pattinatrice, mentre suo fratello Martin ha seguito le orme del padre e gioca ad hockey.
Carolina Kostner nasce nel 1987. A soli quattro anni inizia l’amore per il pattinaggio: il talento viene fuori col tempo. Il 2003 è l’anno di grazia. Ai mondiali juniores è terza, mentre ai campionati nazionali arriva la vittoria. Il suo staff, guidato dall’allenatore canadese Michael Huth, decide che i tempi sono maturi per abbandonare le gare giovanili. Nello stesso anno Carolina partecipa ai campionati nazionali di pattinaggio di figura e vince: gli addetti ai lavori iniziano a scoprire questa nuova stella.
Nell’anno successivo i risultati restano incoraggianti: argento ai campionati nazionali; un buon quinto posto agli europei e ai mondiali. Il 2005 sembra consacrare la Kostner. Nel mese di marzo a Mosca si disputano i mondiali. In gioco ci sono le migliori, tra cui la statunitense Michelle Kwan, da sempre idolo di Carolina. L’azzurra conclude terza proprio davanti alla Kwan. E’ un risultato storico per l’Italia. Il coronamento di un sogno per la giovane pattinatrice.
I vertici della Federghiaccio italiana sono entusiasti e indicano Carolina come la punta di diamante per le Olimpiadi di Torino 2006. Il ruolo di portabandiera assegnatole dal CONI suona come un augurio. Quattro anni prima, infatti, toccò a sua cugina Isolde che cominciò ad imporsi al grande pubblico appena diciottenne alle Olimpiadi invernali di Lillehammer nel 1994.
Il terzo posto agli europei è solo un’illusione. A Torino l'emozione e il nervosismo giocano un brutto scherzo a Carolina. Prima dell’esibizione il pubblico è tutto per lei, ma al primo salto cade e scivola giù in graduatoria. Chiuderà nona. Al termine delle gare è serena: è già tanto aver partecipato alle Olimpiadi. Gli occhi sono già puntati sul mondiale di Calgary.
In Canada, però, le cose non cambiano. Il bronzo conquistato l’anno prima è un lontano ricordo. Carolina alla fine è dodicesima e non riscatta l’amarezza di Torino. «Finalmente è finita la stagione», dice ai cronisti, mentre si alza il polverone di critiche contro di lei e i suoi preparatori.
Ma lo sport è così: si passa dalla gloria al disonore con una velocità impressionante.
Nonostante i risultati deludenti, la popolarità di Carolina è cresciuta. Infatti negli ultimi tempi ha prestato il volto per lo spot pubblicitario di una nota casa automobilistica, e dal 21 Aprile affianca Milly Carlucci nel nuovo reality Notti sul ghiaccio in onda su Rai1.
Come si dice in questi casi: non tutti i mali vengono per nuocere…
EDITORIALE Ambarabà di Silvia Grassetti

Ovvero: continuiamo a dare i numeri. A contare e conteggiare di nuovo.
A frenare la follia collettiva che dal 10 aprile imperversa nel Parlamento italiano, paralizzandone l’attività politica e legislativa, non è bastata nemmeno la sentenza della Suprema Corte al termine dei controlli sulle votazioni.
Si ha l’impressione che un colpo di mano che non poteva non riuscire, non abbia invece funzionato. Si ha la sensazione inquietante che i conti fossero stati fatti mesi e mesi fa, e che non si riesca a capacitarsi del fatto che non tornino. Parafrasando l’affermazione felliniana sul tragico che nella sua massima espressione coincide col comico, verrebbe da citare una famosa legge di Murphy: se qualcosa non può andar male, lo farà lo stesso.
A Tremaglia, ministro uscente per gli Italiani all’Estero, i conti non tornano più. Tanto da esporsi pubblicamente con l’infelice affermazione del pareggio al Senato poiché un senatore all’estero «che era stato segnalato per Prodi non vota più Prodi».
Non solo l’opinione di Tremaglia sulla matematica ha, in tutta evidenza, risentito di quella sorta di ebbrezza numerica che ha messo a dura prova la reputazione dell’Italia nel mondo (e la pazienza degli elettori, ormai stanchi di una partita a tombola che sembra non voler finire); ha pure scatenato la dura reazione del Coordinamento Unione Italiani nel mondo, che in una nota ha espresso con franchezza la propria posizione.
Secondo il Coordinamento, il ministro «autoproclamatosi per anni ”padre del voto degli italiani all'estero” e uomo al di sopra delle parti, per una logica di parte è oggi colui che getta il maggiore discredito sul voto degli italiani all'estero».
La nota termina in tono netto: «Di fronte all'inopinato passaggio di Tremaglia nelle file dei nemici del voto all'estero e degli eversori di un pronunciamento democratico ci sarebbe un solo commento da fare – vergogna! –, se lo sdegno per un atto sguaiato e fazioso non fosse superato dalla pena per un'uscita di scena senza dignità».
La scorsa settimana terminavamo il nostro articolo di fondo con una citazione cinematografica: Non ci resta che piangere. Questa volta posiamo la penna, inforchiamo gli occhiali e ripassiamo l’agenda di Murphy per il 2006.
COLPO D'OCCHIO Il centro: maggioranza e governabilità di Giacomo Marasso, presidente dell'AGICILE

La paralisi che colpisce al sistema italiano non è un mero fatto elettorale. In verità, è un fenomeno politico.
Sarebbe soltanto elettorale se le coalizioni virtualmente pareggiate nei voti rappresentassero coerentemente tradizioni, progetti e cosmovisioni opposte tra di loro, come accade in Cile tra la Concertación e l’Alleanza di destra. Ma non è così.
Il “bipolarismo ambientale” ha mantenuto il sistema italiano in uno stato di “malattia politica” che adesso tiene il Paese sulle braci e diviso in due parti uguali, come se ci fossero due Italie con due anime diverse. Ma questo non è vero.
Il Centro politico è presente fortemente nelle due coalizioni italiane. È un Centro trasversale. È un fattore di maggioranza che non è riuscito ancora a tradursi in una nuova aggregazione politica che rappresenterebbe per l’Italia una solida garanzia di governabilità.
La percentuale raggiunta dai partiti di Centro corrisponde al 46%, mentre la Destra arriva al 18% e la Sinistra al 36% nelle elezioni per il Senato.
Nella elezione della Camera dei Deputati il Centro ha ottenuto il 45%, la destra il 18% e la Sinistra il 37%.
La debolezza che oggi divide il Centro italiano riguarda i profili dei leaders (immagini, “media”, messaggi aggressivi, dominanti, per niente integratori e privi di contenuto).
Silvio Berlusconi presenta un alto livello di rifiuto per la sua traiettoria e per il suo discorso duro e categorico.
Romano Prodi non è accettato dalla sponda dei moderati.
Per favorire la visibilità di nuovi leaders occorre uno scenario nei media favorevole alla cultura dell’homo sapiens, interessato alla riflessione sui contenuti, con valori e principi e con proposte a lungo termine.
Quello che è assolutamente necessario, adesso che l’Italia è divisa artificialmente in due, è la realizzazione del Centro politico, attraverso il riconoscimento di nuovi leaders che emergono sotto un’ottica di autorità, responsabilità e di compiti che rappresentino un pensare riflessivo sul cambiamento delle attuali strutture politiche di aggregazione verso il Centro.
Il compito attuale è il rilevare quelle leadership della riflessione e della consapevolezza della realtà che vive l’Italia, con proposte che riguardino il raggruppamento delle forze politiche, integrando gli interessi della maggioranza verso il Centro.
Noi, cittadini italiani, abbiamo un compito inevitabile: generare un’arena adatta per condividere i valori di una Italia più integrata, più moderna, più solidale e definitivamente più competitiva.
Il ruolo dei media in Italia e all’estero è fondamentale: accogliere e diffondere questa visione d’integrazione, mettendo al centro del dibattito i temi di fondo, cioè quelli che riguardano le sfide e le opportunità che affronta l’Italia nel mondo globalizzato.
Lasciamo perdere i personalismi e la miopia del bipolarismo. Non facciamo lo stesso errore un’altra volta.
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