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Archivio Telegiornaliste anno V N. 22 (193) del 8 giugno 2009
 
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MONITOR Silvia Rosa-Brusin, la scienza per il grande pubblico di TonyJay, Valeria Scotti, Deborah Comoglio

Grazie alla collaborazione con Radio Web Stereo, questa settimana abbiamo incontrato Silvia Rosa-Brusin, vice caporedattore di Leonardo, il tg della scienza di Raitre.

Sei il volto del tg Leonardo da molto tempo.
«Un'eternità. Era il dicembre del 1992 quando abbiamo iniziato con il primo telegiornale scientifico. Il mio caporedattore di allora, Roberto Antonetto, partecipò in Francia a un convegno di film scientifici. L'avevano invitato dopo aver saputo che la Rai stava per intraprendere quest'avventura. Un collega francese, quando seppe della nostra intenzione di andare in onda ogni giorno, commentò "Siete pazzi?". Così Roberto, quando tornò, ci disse "Ragazzi, questa cosa non lo fa ancora nessuno!". È stato molto incoraggiante».

Solo tu e Piero Angela, praticamente, a quei tempi.
«Piero Angela è il maestro di tutti noi, un caro amico e un collega che stimo enormemente. Un faro di riferimento, di serietà per la categoria».

Anche lui ha la dote di spiegare in modo chiaro i concetti più difficili.
«La gente ha voglia di sapere, poi può non essere interessata sempre a tutti gli argomenti. Il difficile e il bello di questo mestiere è fare da tramite tra due mondi: chi sta a casa e chi sta nei laboratori».

Qual è il tipo di informazione che si predilige in Leonardo?
«Noi non riusciamo mai a fare il telegiornale che vorremmo. A volte ci dobbiamo accontentare perché ci sono problemi di mezzi, di rapidità di informazione, di distanze, magari anche di soldi. Adesso non ci occupiamo più di informatica o cose di questo genere perché dopo di noi c'è una trasmissione specializzata, Neapolis. Ma sappiate che quando è partito Leonardo non c'era internet da noi. Occorreva recuperare le notizie dalle fonti. Mi ricordo delle notti passate ad aspettare che in California si svegliassero per chiedere una sola informazione».

Che cos'è per te il giornalismo?
«Una persona tanto più importante di me, Indro Montanelli, disse che il giornalismo è quella cosa che noi giornalisti ameremmo fare anche senza essere pagati».

E' una passione.
«Sì. Raccontare il mondo è un privilegio straordinario perché significa essere in prima linea in qualunque settore. Sei gli occhi degli altri e hai una responsabilità enorme perché racconti il mondo che vedi agli altri. Un mondo in cui spesso i telespettatori, i lettori non hanno accesso, anzi, quasi mai».

L'inviato sul posto.
«Così dovrebbe essere il giornalismo. Purtroppo la nostra professione si sta trasformando e sono sempre più i giornalisti che lavorano al desk, che collezionano notizie di altre fonti. Questo è molto triste».

Qual è la differenza tra il giornalista della carta stampata e il giornalista televisivo?
«La differenza è ovviamente nel mezzo. Alla base il modo in cui si lavora è uguale: si va alla ricerca della notizia. Noi però dobbiamo sintetizzare enormemente. E poi c'è l'uso delle immagini; spesso aiutano a comunicare dei messaggi che con le parole non è possibile. È una sorta di multistrato: la parola, il concetto che tu racconti, l'immagine, e il messaggio arriva completo. Vengono coinvolti quasi tutti i sensi».

Cosa ti sarebbe piaciuto fare se non fossi diventata giornalista?
«Io non volevo fare la giornalista. Ho cominciato perché dovevo guadagnare e mantenermi. Poi è diventato un lavoro. Credo molto ad una cosa: non si può mai capire che cosa ti piace veramente fare fino al momento in cui non lo fai sul serio. Il giornalismo è stata una passione che è cresciuta pian piano. Sono rimasta travolta da questo fiume in piena».

Cosa manca alla tua carriera per poterla considerare completa?
«Ho avuto tanto da questo lavoro e ho dato tanto. Ho intravisto ad un certo punto una strada, quella del ramo scientifico, che molte persone mi sconsigliavano. Mi dicevano che lasciare il telegiornale regionale era una follia. Ora mi piacerebbe poter continuare così, con un raggio internazionale».

C'è stato un momento in cui hai pensato di non farcela?
«Tantissimi anni fa lavoravo all'allora Gazzetta del Popolo e sono stata vittima di quello che oggi si chiama mobbing. Questa cosa aveva messo totalmente in discussione la mia intelligenza, la mia capacità di lavorare. Poi, però, ho superato tutto. I posti di lavoro spesso non sono un luogo così piacevole».

Fai parte del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale). Quindi credi agli extraterrestri…
«Ovviamente ci credo. Non ci sono degli omini verdi, non c'è niente nel nostro sistema solare, ma con molta probabilità c’è un’altra forma di vita intelligente. Ho partecipato alla fondazione della sede piemontese del CICAP, poi colpevolmente non me ne sono mai occupata, ma fanno un lavoro veramente straordinario».

Parliamo di Telegiornaliste.
«È un sito divertente. L'ho scoperto per caso e ogni tanto saluto tutti sul forum perché sono molto simpatici. L'unica cosa che direi agli amici di Telegiornaliste è di fare magari un po' meno attenzione al nostro aspetto fisico e di più a quello che facciamo».

Hai un pubblico attentissimo.
«Sì, persone assolutamente deliziose. Devo dire che da Telegiornaliste ho avuto un supporto veramente grande, e quindi li ringrazio».
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CRONACA IN ROSA Un corpo da urlo… di dolore di Erica Savazzi

Vi propongo un gioco: provate a guardare il documentario Il corpo delle donne e immaginate se, nelle immagini tratte da programmi televisivi, al posto dei corpi femminili ci fossero corpi maschili, magari di modelli. Fate difficoltà a immaginarlo? Lo trovate brutto? Ho provato a visualizzarlo ma quello che ho visto mi è sembrato ridicolo, assurdo.

Non intendo dire che anche gli uomini dovrebbero essere messi nelle situazioni in cui vediamo le donne ogni giorno, in ogni programma: svestite, sexy, provocanti, mute o inadeguate. No, non intendo parlare di queste malintese pari opportunità. Intendo dire: se è assurdo per un uomo stare appeso come un prosciutto e essere inquadrato solo sul lato B, perché dovrebbe essere invece bello e “naturale” per una ragazza? Perché l’uomo maturo – rughe, capelli brizzolati – è accettato e addirittura piace e invece la donna no, si deve dare alla chirurgia estetica?

Donne soprammobile, donne grechine – come le chiama l’autrice del documentario, Lorella Zanardo – donne portaoggetto, che – seminude – pubblicizzano dal detergente intimo alle piastrelle (ricordate la mitica pubblicità del silicone, antesignana di tutto quello che vediamo regolarmente oggi?). Sfogliate una qualsiasi rivista e fate una statistica: quante volte ci sono ragazze spogliate nelle inserzioni pubblicitarie?

Se l’immagine della donne che si vede nei media è specchio di quello che è nella realtà, e a sua volta influenza comportamenti e visione del mondo degli italiani, non deve quindi stupire l’appello lanciato in occasione del 2 giugno da donne insignite di onorificenze al merito, impegnate nelle istituzioni, nel sociale, nelle professioni e in politica “per una Repubblica che rispetti le donne”. Preoccupate per il futuro, queste personalità ci invitano a riflettere sulla considerazione e sul ruolo che le donne hanno e vogliono avere nella società.
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FORMAT Il volto dell’UE di Federica Santoro

Mtv International e la Commissione Europea si sono unite per l’iniziativa Can you hear me Europe?. L'intento? Sensibilizzare i giovani fra i 18 e i 24 anni sul tema delicato dell’identità europea in vista delle elezioni del Parlamento. Il network ha organizzato un urlo simbolico di gruppo a Berlino, Milano e Praga, un "big shout" testimoniato da uno speciale andato in onda il primo giugno.

Annaig, Cristiana e Vincent. Tre ragazzi, tre voci di una nuova generazione scelti a rappresentare il continente. Si sono raccontati ai microfoni di Mtv in uno speciale di 20 minuti, spiegando cosa rappresenta l’Europa per loro. La prima è una ragazza francese, figlia di immigrati, che oggi studia a Milano con la passione dei viaggi; la seconda è una spigliata romena, studentessa d’ingegneria a Praga, che combatte contro i pregiudizi verso la sua provenienza; il terzo è un giovane tedesco che vive e studia a Berlino.

Una campagna - iniziata settimane fa dal Portogallo - che ha attraversato il continente coinvolgendo migliaia di giovani al grido: Mi senti Europa? Per dire quello che si pensa forte e chiaro. Chi non era presente fisicamente al lancio dei tre slogan ha potuto gridare virtualmente insieme agli altri inserendo messaggi e video sul sito ufficiale, o semplicemente osservando ciò che succedeva nella sua città.

Da Lisbona a Vilnius, nelle piazze e nei parchi, l’Europa del futuro, affacciata alle finestre o davanti ai monitor del computer per raccontare chi è, dei loro sogni, preoccupazioni e ideali. Esperienze di vita diversissime ma in accordo sul fatto che occorra avere una lingua comune oltre alla moneta.
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CULT Lo famo ecologico? di Valeria Scotti

Make love, not war. E se l’amore lo fate seguendo il filone ecologico, qualcuno potrebbe anche alzarsi a mò di standing ovation nel momento clou. Imbarazzante sì, ma un giusto riconoscimento alla vostra iniziativa. Perché oggi va di moda non inquinare, anche quando si parla di attività tra le lenzuola.

Su GreenMe, ecco svelato ogni dubbio. Si parte dalla preparazione di una cenetta tête-à-tête, possibile preludio a una lunga notte d’amore. Via le pillolette blu e sì agli afrodisiaci, solo se naturali. Erbe come Ginseng, la radice di Kava, le foglie di Damiana, il Tribulus, il Ginko Biloba, la Rhodiola rosea potrebbero essere i giusti alleati. L’importante è andare alla ricerca di questi ingredienti con un minimo di anticipo sulla tabella di marcia.

C’è poi la scelta dell’intimo ecologico, biancheria eco-sostenibile a base di cotone biologico o materiali come la soia o il bambù che fanno tanto China Style. Insomma, lingerie biodegradabile e a impatto zero. Probabilmente anche sull’eccitazione del vostro partner.

Siete degli amanti dei sex toys? E allora giocattoli erotici bio a volontà. Meglio se in acciaio, vetro borosilicato, silicone, lattice, caucciù e legno. Anche il cristallo va alla grande, sperando che non veda mai pavimenti o conosca urti improvvisi. Per non parlare delle ultime tendenze che vogliono vibratori ad energia solare. Solo le calcolatrici avevano osato così tanto.

Una volta superati questi ostacoli, la guida verde vi consiglia anche il “come”. No alle luci accese, si risparmierà energia elettrica. Sì alle candele, ma solo se di provenienza naturale come quelle di cera d'api, stearina, soia o palma.

Ora, dunque, siete pronti per farlo. Ma solo se avete un letto con la certificazione del FSC (Forest Stewardship Council). Ciò significa che il vostro talamo dell’amore è costruito con legno ottenuto da foreste gestite secondo criteri di sostenibilità ambientale. A completare il tutto, un materasso in lattice naturale o in fibra di bambù su cui rotolarsi. In mancanza di tali requisiti, niente paura: potreste orientarvi per la doccia, a patto che i rubinetti vengano chiusi nei momenti in cui si è impegnati nell’atto. A farvi compagnia, shampoo e bagnoschiuma naturali, non testati sugli animali e conservati in flaconi in vetro o plastica riciclata.

La contraccezione, infine. Anche quella pensa ecologico: eco-condom disponibili in vari colori, riciclabili e biodegradabili.
Troppe regole per l'eco-sesso? Non resta che una soluzione: la castità.
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DONNE Monika Bulaj, immagini dalla Terra di mezzo di Erica Savazzi

«Abbiamo viaggiato a lungo separatamente
talvolta – senza saperlo – sugli stessi treni
Poi abbiamo fatto il grande viaggio insieme
sull’effimera frontiera della fortezza Europa
Questo racconto a due voci
riassume un’esperienza di oltre vent’anni
Comincia prima della caduta del Muro
e finisce con nuovi muri
che spaccano il cuore del continente».

Le due voci di cui parla questo brano, tratto dall’introduzione della mostra Europa verticale, fino al 30 agosto al Palazzo Ducale di Genova, sono quelle di Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, e di Monika Bulaj, fotografa. La mostra rientra in una rassegna dedicata al ventennale del crollo del Muro di Berlino, e racconta un viaggio tra Mar Baltico e Mar Nero, nella “Terra di mezzo” dell’Europa.

Monika, come prepara un reportage?
«Lavoro su progetti molto lunghi. Vent'anni, dieci anni. I reportage sono la conseguenza, il metro, la disciplina, il ritmo. Nascono dai grandi filoni tematici che seguo da anni, che si intrecciano, che si inseguono, talvolta sembrano prendere una nuova piega per tornare, con impeto, sul tema chiave, sulla domanda più importante. Nascono dal sogno e dal senso di dovere e di necessità. Ma non è un dovere triste, è la fonte di gioia inesauribile, una passione fisica, una droga. La necessità, come la intendeva Simone Weil. Inevitabile».

Quali sono le sue fonti d’ispirazione?
«Sono libri, libri e ancora libri, carte geografiche, incontri e viaggi. Perché è il viaggio che costruisce il viaggio. Talvolta le idee vengono da un film, un quadro o una fotografia, da una frase, dalle cose più disparate e strane. Tutto conta. Poi l'intuizione e, soprattutto, le persone che incontro, che mi ospitano, accolgono, sfamano, raccontano loro storie, indicano la strada. Senza di loro non farei nulla. Vengo per incontrarli, per stare con loro, guardare con loro, muovermi con loro, ridere e piangere con loro».

Polacca di origine, trapiantata in Italia, Monika collabora con D-La Repubblica, Io donna, Internazionale, National Geographic e con altre testate italiane e straniere.

Nel suo lavoro si concentra sulla religiosità (i libri Gerusalemme perduta e Figli di Noè, Genti di Dio) e sulla sua espressione. Come mai ha scelto questo tema?
«Non so il perché e non me lo chiedo. Lo devo fare ed è giusto e bello farlo. E questo interesse c'è da sempre».

Secondo lei c'è qualcosa che accomuna credo e religioni diverse?
«L'uomo».

Qual è il suo rapporto con la spiritualità? Venire a contatto con religioni diverse ha portato in lei dei cambiamenti?
«La fede è la grazia, il dono. Non credo che questa ricerca ha portato cambiamenti né modifiche, forse, piuttosto, ne è la conseguenza».

Una sua mostra si intitola Aure, cosa significa?
«Ho citato Ellemire Zolla, e il titolo del suo libro, per esprimere l’inesprimibile. "In greco e in latino", scrisse, "si parla del fascino come di una brezza, un'aura spirante dalle persone o dai luoghi, che a volte cresce, diventa turbine, nembo, nube abbagliante, riverbero dorato, ingolfa e stordisce". Questo lavoro è anche l'omaggio alla sua scrittura. È un progetto di ricerca fotografica iniziato più di dieci anni fa sulla mistica in religioni del Libro, sui confini dei monoteismi. Non è un lavoro di documentazione, ma piuttosto l'esplorazione degli archetipi, dei temi chiave, in 20 Paesi, dal Gibraltar (Gibilterra, ndr) fino all'Asia Centrale. Sogno, divinazione, danza, possessione, fuoco, acqua, tocco, il Mistero dalla Passione, cammino, vuoto, soglie. Alla fine dei conti, sono le immagini che, accostate seconda la logica visiva, parlano da sole».

Prossimi progetti?
«Tornare. In Afganistan, soprattutto. Sogno di passare l'inverno a Kabul. Poi, anche in Iran ed Egitto, Asia Centrale, Russia, Africa.
Continuo la ricerca sulla mistica e il corpo nelle religioni del Libro – Aure - e sui poveri».
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TELEGIORNALISTI Ivo Mej: un sorriso, un pensiero di Camilla Cortese

Pubblicista nel 1983, il tesserino conquistato «in maniera rocambolesca», Ivo Mej è giornalista professionista dal 1987. Attualmente è giornalista di LA7 e conduttore di Cose dell'@ltromondo, la rubrica di LA7 sui contenuti più eccentrici della rete. È stato regista per Raiuno, Senior Editor per Euronews, autore e conduttore per STREAM e inviato di Telemontecarlo (TMC), nonché autore e conduttore di programmi Tv.

Come hai scelto di fare il giornalista e come hai cominciato?
«A 12 anni, appena arrivato all’Istituto M.Massimo (gesuiti). Iniziai a pubblicare un settimanale intitolato Il Massimino che raccoglieva considerazioni sulla vita scolastica ed articoli di altri ragazzi ma anche dei professori. Lo vendevo a 150 lire a copia e lo stampavo col ciclostile dell’Istituto, nel pomeriggio, quando facevo il doposcuola».

Hai un approccio unico ai tuoi ruoli di giornalista, scrittore e autore televisivo o applichi un metodo?
«Sì, il metodo Rozzi. Padre Franco Rozzi fu mio professore di Storia e Filosofia. Ti faceva fare compiti come questo: Idealismo – Empirismo; differenze, similitudini. Due righe. Come facevo a non diventare giornalista? Prima, da bambino, c’erano state le “lezioni” televisive di Mino D’Amato su Raiuno. Volevo essere lui. Finché non l’ho conosciuto davvero».

Il tuo ultimo libro, Moro rapito! (ed. Barbera, 2008) è stato assai apprezzato per l’analisi del rapimento di Aldo Moro dal punto di vista dei mezzi di comunicazione. Tutti i giornalisti intervistati hanno accostato i termini giornalismo e democrazia. Ma sono davvero sinonimi?
«Non vedo come non potrebbero esserlo. Basta pensare al Watergate. Lo sanno bene i governanti che addomesticano la stampa comprandosela o le tappano la bocca con la forza. Il vero problema italiano è che l’editoria non rende soldi e chi edita prodotti informativi non è indipendente da potere politico e/o economico».

Chi contrasta il giornalismo osteggia la democrazia?
«Certo. Se il giornalismo non è asservito e composto da giornalisti-fido. Bau».

La spettacolarizzazione della notizia nei Tg: all’epoca del Caso Moro i giornalisti la giustificarono in nome della veridicità, oggi invece ammettono sia intrinseca al mezzo televisivo. È una prassi, un male necessario o un brutto vizio?
«Una prassi generata dall’ignoranza. Molti di coloro che fanno i giornalisti oggi non sanno neanche come si pronunciano le parole italiane. Figuriamoci se possono pensare all’etica del Giornalismo!».

Nella spettacolarizzazione della notizia il giornalista, poiché trasmette delle emozioni, diventa attore del fatto?
«Il giornalista diventa attore del fatto quando fa delle rivelazioni o mette in moto meccanismi che cambiano la realtà. Le emozioni le dovrebbe trasmettere l’arte (ma non necessariamente). Il giornalista, in realtà, dovrebbe trasmettere solo informazione. Certo, nel caso di prodotti audiovisivi o di grandi reportage si trasmettono anche emozioni, ma si tratta di carriere diverse. Più simili al cinema o alla letteratura. Il giornalismo quotidiano dovrebbe essere di pura utilità informativa».

Spaziando in molti campi nel corso della tua carriera, hai sempre seguito il fil rouge della tecnologia, dai video game a You Tube, in una nicchia che alla fine ha spopolato. Te lo sentivi?
«No. Non faccio nulla per opportunità. Per questo non sono diventato Direttore (non ancora, almeno!). Altromondo, nel 1997, fu la risposta di TMC a Mediamente. E devo dire che eravamo molto più divertenti».

Come si scrive la parodia di un libro commerciale e pornografico? (Melassa P. - le acrobazie sexy di una adolescente appiccicosa, Ed. ilmiolibro.it, 2007)
«Divertendosi come un matto. E, come tutte le cose, ispirandosi a qualcuno. Nel caso di Melassa P., a Daniele Luttazzi e al suo Va’ dove ti porta il clito. Imperdibile!».

Alain Elkann, nella sua rubrica Due minuti un libro (LA7), ti ha definito un tipo particolare che si occupa di cose strane. C’è un argomento che ti spaventa e di cui non ti occuperesti?
«Assolutamente no. Con il compare Enrico Fornaro mettemmo alla berlina il mondo dell’Alta Moda con Moda a Go Go e ci fermarono, spaventati, dopo sei puntate. Tutti gli stilisti avevano chiamato per lamentarsi di questi strani figuri che chiedevano a Ferré perché non dimagriva o a Gai Mattiolo se per fare lo stilista bisognava essere gay. Mi piacerebbe molto occuparmi di politica, ma senza limitazioni. Mi sa che non me lo faranno mai fare».

Visto il tuo passato al Centro Sperimentale di Cinematografia, dicci una volta per tutte perché agli italiani non piacciono i film italiani.
«Contesto la domanda: penso che ti riferisca ai film italiani contemporanei perché quelli del passato piacciono e come. Vogliamo ricordare Brancaleone, Fantozzi o le pellicole di Comencini, Dino Risi, De Sica? Per non parlare di Febbre da cavallo, un cult che sento sempre citare a memoria negli ambienti più impensati. Oggi alcuni film italiani piacciono e sono grandiosi. Sorrentino e Salvatores su tutti, ma anche Garrone, ovviamente. E non dimentichiamo il film italiano più bello degli ultimi dieci anni: La Sconosciuta di Tornatore. Dunque, mi dispiace, ma non sono d’accordo sull’assunto. Si può dire che i film italiani non incassano come quelli di Hollywood, ma questo si deve soprattutto a due cause: il mercato piccino che abbiamo e, forse, l’eccessiva produzione. Molti film non si capisce proprio chi li abbia potuti finanziare».

Cosa ti piace di più della tua professione?
«La possibilità di cambiare le cose che non vanno (almeno una volta era così). Fui molto orgoglioso quando riuscii a far sistemare una strada dissestata da un assessore del comune invitato ospite alla radio dove lavoravo. Oggi, visto che mi occupo di cose più “leggere”, mi piace immaginare che i miei prodotti facciano pensare, dopo avere strappato un sorriso».
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SPORTIVA Stupri e sport di Pierpaolo Di Paolo

Due settimane fa abbiamo affrontato il problema degli stupri nel rugby australiano-neozelandese. In realtà, dati alla mano, questa è una piaga che non è possibile circoscrivere al solo mondo rugbistico, ma che si estende tragicamente alla realtà sportiva in generale.

Numerosi episodi, troppi, dal calcio al pugilato, al basket, dimostrano come il rugby non sia che la punta dell'iceberg di un problema sociale molto più drammatico. Una diffusa "cultura" della violenza e di scarso rispetto della dignità altrui e della donna in particolare. Ridotta a mero oggetto, merce di consumo come tanti altri, in un mondo prepotente, affogato com'è nella sua imbarazzante ricchezza e nella sua sfacciata ignoranza. Dove tutto si può comprare o prendere con la forza, con l'arroganza di chi pretende di poter in ogni caso dare un prezzo e contrattare. Con l'arroganza di chi sa di avere tanti di quei soldi da poter fissare un prezzo anche alla dignità altrui.

Una donna, in quest'ottica, altro non è che un prodotto acquistabile come qualunque altro. Si possono acquistare i suoi favori, se lei è d'accordo. Ci si può assicurare anche il suo consenso, quando la vittima non era consenziente e occorre comprarsi a suon di soldoni il silenzio e la sua dignità di donna violata. Magari quest'ultima opzione è solo un po' - o molto - più cara.

Come non citare il caso di Robinho, stella brasiliana del Manchester City, accusato di stupro ai danni di una ragazza 18enne di Leeds. Il fatto sarebbe avvenuto il 14 gennaio. Subito dopo la stella scappò in Brasile, destando i sospetti della stampa che, ignara, avanzò le ipotesi più strampalate sui motivi della sua precipitosa fuga. Arrestato il 28 gennaio, è stato istantaneamente rilasciato su cauzione e schierato il giorno stesso dall'allenatore Mark Hughes nella partita contro il Newcastle. Della vicenda non si è saputo più nulla.
Si può riportare lo scandalo dello stupro al party di Natale 2007 del Manchester United: per l'occasione i Red Devils avevano interamente prenotato l'esclusivo Great John Street Hotel. Alla festa, tassativamente off-limits per mogli e fidanzate, c'erano donne bellissime provenienti da ogni parte d'Europa, musica, balli, alcool. Una festa divertente e folle fino all'arrivo della polizia, chiamata da qualcuno che ha denunciato uno stupro.

Sono state condotte delle indagini, ma alla fine non ci è dato sapere cosa effettivamente sia successo quella notte. Possiamo continuare citando il quotidiano Le Monde, che ha rivelato come alle olimpiadi di Sydney 2000 gli organizzatori avessero predisposto una specifica unità di pronto intervento per il rischio stupri. Secondo i servizi sanitari di Sydney 2000, infatti, il provvedimento era urgente: nel corso delle precedenti olimpiadi, almeno otto atlete erano state soggette a stupri nel villaggio di Atlanta 96.

Una serie infinita di episodi che hanno generato il sospetto che sia proprio il mondo dello sport, coi suoi ritmi ed il suo stile di vita, a indurre nei ragazzi valori sbagliati e li istighi a uno scarso rispetto verso la donna. Sinceramente non lo crediamo. Preferiamo pensare che siano questi individui a non meritare di essere identificati come dei veri sportivi e, prima ancora, come dei veri uomini.
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