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Intervista a Flavia Fratello (1) tutte le interviste
Flavia Fratello Telegiornaliste anno II N. 26 (58) del 3 luglio 2006

Flavia Fratello, dalla carta al monitor di Nicola Pistoia

Questa settimana abbiamo incontrato Flavia Fratello, giornalista televisiva, che ci ha raccontato la sua carriera, iniziata nella carta stampata per un piccolo quotidiano di provincia, e che l'ha portata a diventare uno dei volti più noti di La7.

Come e quando è nata questa passione per il giornalismo?
«Da un estate di vent'anni fa quando per guadagnare qualcosa mentre facevo l'università fui chiamata dal caporedattore della Gazzetta di Carpi a collaborare al giornale. Non lo conoscevo, il mio nome lo ebbe da un'amica comune. Provai e pensai che non mi ero mai divertita tanto. E così continuai».

È più facile fare la giornalista televisiva, lavorare nella carta stampata o in radio?
«E' più facile lavorare alla radio, nel senso che non dipendi da nessuno, al contrario della televisione dove devi giostrarti fra operatori, montatori o, se sei in studio, con scenografie, luci, registi... A volte sono loro che aiutano te, e devi essere molto grata. Ma talvolta capita che non ti seguano, e allora è un disastro, fai il doppio della fatica.
Il giornale ha tempi diversi, se fai un errore resta per sempre, però non hai l'ansia della diretta. Il pezzo almeno lo puoi rileggere!».

Donna e mamma: un binomio tanto abusato da aver convinto tutti, donne comprese, che se non si è mamme non si è "complete": Flavia, lo pensi anche tu?
«E allora perché non uomo e padre? La maternità è certamente un'esperienza importantissima ma non essenziale, anche se sono contenta di averla potuta vivere. Ma non mi passerebbe mai per la testa di giudicare "incompleta" una donna che per scelta o per caso non abbia avuto figli. Così come non riterrei tale un uomo. Ci vogliono padre e madre per fare un bambino. Dunque la valutazione dovrebbe essere uguale. Fra l'altro non è certo stato portare mio figlio per nove mesi a rendermi madre.
Ma l'averlo accudito ed amato giorno per giorno».

Come riesci a conciliare carriera e vita privata?
«Organizzandomi. E mettendo a tacere i sensi di colpa. In entrambi i sensi».

La7 rappresenta il terzo polo televisivo italiano: quale credi sia il ruolo del Tg La7 oggi, al confronto degli altri telegiornali nazionali?
«Io credo che chi guarda il nostro tg lo faccia sapendo, o sperando, di trovarsi di fronte ad un prodotto meno condizionato di altri. In ogni senso.
L'imparzialità è stata fin dall'inizio la cifra del Tg La7, unita ad una grande attenzione per temi spesso ignorati dagli altri, come quelli di cronaca e politica estera. Così, pure per ciò che riguarda la cronaca, la scelta di fare un pezzo o meno non è mai stata fine a se stessa, ma sempre legata alla possibilità di raccontare un fenomeno, una tendenza, e non solo a far inorridire o rabbrividire il pubblico. Altrettanto dicasi per gli spettacoli.
C'è chi ritiene il nostro tg un po' snob. Io credo che sia semplicemente un'offerta diversa rispetto ad un panorama abbastanza uniforme verso il basso».

Continuando a parlare di telegiornali: quali sono quelli che non ti piacciono? Perché?
«In generale non mi piacciono i servizi retorici. Quelli morbosi, quelli che potrebbero essere spiritosi e sono invece seriosissimi. Li trovi in tutti i tg, talvolta anche nel nostro. Ma un po' più spesso in Studio Aperto».

Anche nel giornalismo esiste il luogo comune secondo cui solo chi è bello va avanti...
«Non è un luogo comune: numerose ricerche hanno dimostrato che le persone più belle fanno carriera più velocemente, guadagnano in proporzione di più, eccetera.
E questo avviene in quasi tutti i campi. Non è mia intenzione stare qui a discutere se sia un bene o no, se sia moralmente accettabile, quali siano le ragioni, se sia una novità o se sia tutto sommato sempre stato cosi (solo che ora si nota di più).
Ciò che posso dire è che fortunatamente non si tratta di una verità assoluta. E che è verissimo che essere belli non basta, perché una bella e scema sarà superata da una o uno bello e intelligente. E che belli lo si può anche diventare. Truccatori e parrucchieri fanno miracoli, un look appropriato anche. La sicurezza nelle proprie capacità più di tutto in assoluto.
E' evidente che dove si lavora sull'immagine, l'immagine conta. A volte più di uno scoop. Ma è anche vero che a una o a un giornalista si chiede soprattutto di essere credibile, informato e attendibile. Se poi è anche passabile è meglio».

Chi delle tue colleghe, anche di altri tg, apprezzi maggiormente?
«Mi piace una conduzione coinvolgente, calda, partecipe. Mi piace moltissimo Cesara Buonamici, mi piace Maria Luisa Busi; delle mie colleghe non posso ovviamente che parlare bene».

Scambieresti il tuo ruolo di conduttrice del tg con quello di inviata di guerra?
«Da quando lavoro in televisione (estate 1991, tg di Videomusic), ho sempre alternato periodi di conduzione (sia del telegiornale che di trasmissioni) a periodi di lavoro sul campo. Sono entrambi entusiasmanti e gratificanti, anche se alla guerra vera e propria non sono mai arrivata. Ma non è detto che non possa capitare in futuro. Il nostro è un lavoro dove la casualità ha un peso notevole, dunque nessuna preclusione».

Qualche consiglio ai tantissimi ragazzi che come te vorrebbero intraprendere questa carriera?
«Consigli? Se potete, fate la gavetta nei giornali locali. Iniziate dal basso, avrete più spazi, più tempo per capire se e cosa davvero vi piace, più tempo per imparare. Se pensate di iniziare subito al Tg1, o avete ottime "spinte" o siete un po' supponenti. Il che in effetti non guasta. Ma in minime dosi».

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