Homepage di www.telegiornaliste.com
HOME SCHEDE+FOTO VIDEO FORUM PREMIO TGISTE TUTTO TV DONNE INTERVISTE ARCHIVIO

Archivio
Telegiornaliste anno II N. 22 (54) del 5 giugno 2006


MONITOR Cristina Parodi, Miss Eleganza di Nicola Pistoia

«Il Tg5 ha perso uno spazio informativo quotidiano di un ora e mezza che poteva essere riempito di argomenti più di sostanza». Così Cristina Parodi riassume con brevità ed efficacia il passaggio di Verissimo, rotocalco della testata giornalistica, a Videonews.
E prosegue: «L'unica sconfitta in questa vicenda televisiva è del Tg5. Il Verissimo di oggi è un altro programma rispetto al mio, non si possono certo fare paragoni, ma io – continua Cristina - non mi sono assolutamente pentita della mia scelta. Certo quando qualcuno, come te, mi dice che sente la mia mancanza a Verissimo mi fa piacere, ma nulla tolgo alla professionalità di Paola Perego che ha una storia professionale diversa dalla mia e che per questo è adatta a fare un programma più di intrattenimento e meno di informazione».
E dopo la “perdita" di Verissimo, anche le dimissioni di Lamberto Sposini
«L’abbandono del tg da parte di Sposini è stato sicuramente una grave perdita. Sposini rappresenta un pezzo di storia del Tg5 avendolo fondato nel 1992 con Mentana e Mimun. Evidentemente la frattura che si era creata con il direttore era insanabile. Ma questo non modifica la linea editoriale del tg diretto da Rossella e coadiuvato da altri validissimi vice direttori».
Cristina Parodi ha un’eleganza tutta sua, che esprime con naturalezza anche quando, invece di intervistare, è lei a trovarsi dall’altra parte del “microfono”.
C'è chi la definisce, insieme a Didi Leoni, una delle giornaliste più raffinate della tv. «Non mi imbarazzo – ci dice - anzi mi fa molto piacere ricevere complimenti educati e rispettosi».
Essere tra le telegiornaliste più amate d'Italia le fa «un gran piacere, ma è il pubblico che deve esprimersi sul gradimento. Io ce la metto tutta a fare il mio lavoro nel migliore dei modi, sono una persona molto critica con se stessa. Non mi rivedo mai in tv perché non faccio altro che trovarmi difetti. Se invece i telespettatori e i dati di ascolto rivelano apprezzamenti nei miei confronti non posso che ringraziare e cercare, proprio per questo, di fare ancora meglio».
Cristina, chi tra le tue colleghe, anche di altri tg, apprezzi di più?
«Se ti riferisci alle conduttrici trovo che siano tutte molto brave e professionali. Ognuna ha un modo ed uno stile suo di porgere le notizie e di presentarsi al pubblico. Preferisco di base chi non usa il gobbo elettronico per leggere le notizie e ha un approccio più naturale con il pubblico».
E' stato difficile tornare ad adattarsi ai ritmi del tg, dopo tante edizioni di Verissimo?
«E' stato in realtà più facile del previsto, anche se è molto diversa la conduzione di un tg da un rotocalco pomeridiano. Per me è stato molto interessante negli anni di Verissimo provare a creare un linguaggio e una comunicazione che fosse sia giornalistica ma anche colloquiale e amichevole, adatta al pubblico pomeridiano, così come è stato bello riprendere invece lo stile decisamente più sobrio e autorevole del telegiornale delle 20.00».
Come hai iniziato ad appassionarti al giornalismo?
«Ho iniziato come spesso succede collaborando con il quotidiano della mia città, che è Alessandria. Il giornale si chiama Il Piccolo e io scrivevo ogni tanto durante il Liceo Classico. Poi, essendo un’appassionata di tennis e una ex tennista (fino a 18 anni giocavo a livello agonistico), lavoravo per alcune riviste specializzate come Match Ball o Tennis Italiano, fino a quando iniziai a lavorare ad Odeon Tv in un programma di calcio. Credo che la palestra del giornalismo sportivo sia stata molto importante, oltre che divertente, perché il pubblico che segue lo sport è esigentissimo e molto attento. Ma il calcio non era esattamente la mia passione e così quando arrivai a Mediaset (allora era ancora Fininvest), dopo un anno di redazione sportiva, passai alle news prima con Emilio fede e poi, con l’arrivo di Mentana, al Tg5.
C’è un servizio, un personaggio o un’intervista che ricordi ancora con partecipazione?
«Ricordo con grande piacere un incontro informale con Lady Diana durante una sua visita in Italia. Ebbi l'onore, insieme a pochi altri, di poterle rivolgere alcune domande e di quella conversazione mi rimane ancora in mente la dolcezza ma anche la tristezza della principessa del Galles, soprattutto quando le chiesi se riusciva a passare molto tempo con i suoi figli e lei mi rispose di no. L'altra persona che ricordo con grande emozione è Papa Giovanni Paolo II, che ebbi modo di incontrare più volte durante la preparazione dei concerti di Natale in Vaticano, ma che una volta durante un'udienza privata prese in braccio mia figlia Benedetta, che allora aveva un anno, e le diede un bacio».
Sei mamma di tre bambini - nettamente sopra la media delle donne italiane; eppure sembra difficile conciliare lavoro e famiglia, come ci hanno raccontato Maria Luisa Busi, Karina Laterza e Adriana Pannitteri: qual è la ricetta giusta per le donne di oggi?
«E' difficile per me come per tutte le donne che lavorano. Bisogna avere grande energia e forza di volontà per far quadrare la vita professionale (se è molto intensa) e quella famigliare. E soprattutto bisogna avere o i nonni molto disponibili o i mezzi economici per avere un aiuto in casa. E questo purtroppo non tutte le donne se lo possono permettere».
Che consiglio daresti a chi volesse intraprendere la professione di giornalista?
«Difficile dare consigli. Il giornalismo è un mestiere che richiede passione, disponibilità e grande curiosità. Sempre più giovani vogliono intraprendere questa carriera e utilizzano scuole di formazione che aiutano poi ad inserirsi in una redazione. Per chi non ha la fortuna di fare questa strada l'unico modo è insistere iniziando dal basso, dai giornali o dalle televisioni private, dalle realtà più piccole per fare gavetta prima di tentare il grande salto. L'unico consiglio è non scoraggiarsi subito se gli inizi danno poca soddisfazione. Come per ogni cosa, bisogna crederci. In bocca al lupo a tutti».
CRONACA IN ROSA Un odio secolare di Stefania Trivigno

Sono passati cinquant’anni da quando gli alleati liberarono i prigionieri dei nazisti dai campi di concentramento.
Allora, incomprensibili seppur ben spiegate motivazioni razziali spinsero Hitler e seguaci a rinchiudere, sfruttare, sfinire, logorare e infine sterminare milioni di ebrei.
Quella lunga e dolorosa parentesi storica, però, non può dirsi ancora definitivamente chiusa: in molti Paesi ci sono e – considerando l’andazzo – continueranno a esserci dei burattini che pensano e agiscono in nome e per conto di una ideologia che sconfina nel più brutale odio verso il prossimo, visto con ostilità, come un nemico da combattere e vincere.
Per i neonazisti il nemico è rappresentato dagli stranieri presenti nel proprio Paese. Per lavoro, per studio o in vacanza, non fa differenza. Lo straniero è diverso e rimarrà tale anche dopo esser passato a miglior vita.
Profanazione di cimiteri ebraici, violenze gratuite per chi ha il colore della pelle più scuro e i lineamenti del viso non europei. E per di più tali manifestazioni di odio si sono talmente radicate nelle società che l’opinione pubblica e le forze dell’ordine non stentano a credere a chiunque sporga denuncia per una aggressione razzista.
Poi magari, si scopre che uno squilibrato, per non si sa quale ragione, ha inventato tutto.
Fra due settimane ci sarà il fischio di inizio dei Mondiali di calcio e quest’anno tocca alla Germania ospitare le nazionali del mondo.
C’è chi sostiene che questa volta non sarà come le precedenti perché, oltre all’allarme terrorismo, ci saranno anche squadroni di nazisti, che si sono dichiarati pronti a minacciare il sereno svolgimento delle gare.
Si auspica, invece, che Germania 2006 venga ricordato non per l’idiozia di qualcuno, né per la credulità di qualche altro, ma come una grande competizione i cui protagonisti siano lo sport e quel po’ di sano patriottismo che non nuoce, ma unisce.
CRONACA IN ROSA Quattro passi nel deserto di Tiziana Ambrosi

È strano vedere un imprenditore, laureato in Economia e Commercio, correre nel deserto. Anzi 4 deserti, dal nome della manifestazione organizzata da Racing the Planet, che consiste nell'attraversamento dei quattro deserti più estremi del mondo: il Gobi in Cina, l'Atacama in Cile, il Sahara in Egitto, e per finire l'Antartide. Tra i luoghi più caldi, ventosi, aridi e freddi del nostro pianeta.
La maratona prevede gare da 250 chilometri per un totale di mille. Da fare in assoluta autonomia.
L'imprenditore di cui parliamo è l'italiano - e più precisamente lombardo - Francesco Galanzino, la cui vita è sempre stata centrata sull'ambiente e sulla natura.
Dopo anni passati a praticare sport relativamente estremi, come lui stesso afferma, ora è venuto il momento di «inanellare una sorta di "Grande Slam" dei Deserti; un sogno fantastico che ho deciso di chiamare "Il Milione"».
Il Milione, che oltre a richiamare il magico viaggio di Marco Polo in Oriente è anche il numero simbolico di passi compiuti per portare a termine le quattro gare: mille chilometri, per ogni chilometro mille passi, in totale un milione di passi. Tempo previsto otto mesi, partendo dal deserto del Gobi e arrivando a dicembre in Antartide.
L'impresa non è fine a sè stessa: Francesco si fa portabandiera della lotta alla desertificazione del nostro pianeta, contro la noncuranza imperante e a sostegno della campagna promossa da Greenpeace a favore delle fonti energetiche rinnovabili. "Non possiamo più attendere!", questo il motto contro l'immobilismo di fronte ai cambiamenti climatici, che ormai difficilmente si possono definire casuali. Possiamo riflettere sulle cause, ma non negare ancora che esistano.
Con uno zaino di nove chili sulle spalle, per un totale di 25.000 calorie, sufficienti per sette giorni, Francesco si farà portavoce degli slogan "Salviamo il clima", "Più efficienza, meno emissioni" e, ancora, "Difendi il pianeta o il pianeta si difenderà da solo".
Tutto ciò, per sensibilizzare alla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, implementare l'utilizzo delle fonti rinnovabili, rendendole più economiche e aumentando l'efficienza degli impianti esistenti. Più energia, a prezzi più bassi e con meno sprechi.
Forse si può cercare di vivere in un mondo migliore, dove non si combatte per l'acqua e dove le energie sono distribuite tra tutti, ma spesso tendiamo a dimenticarcene. Fortunatamente ci sono persone come Francesco che ogni tanto ce lo ricordano.
FORMAT MEDIA & MINORI Un bel gioco di Serenella Medori

Uno degli oggetti cult che hanno invaso da anni il mercato, i teleschermi e i... comodini degli italiani, magari accanto alle caffettiere di ultima generazione, è sicuramente l’orologio.
L’orologio oggi non si limita a scandire il tempo, bensì lo valorizza a suo modo.
La Sector lancia il messaggio dell’orologio prezioso, resistente e di classe, il volto che lo accompagna è quello di un noto calciatore. Il Breil è di classe e a lui non si rinuncia, il Festina è da sogno, e il sogno diventa realtà. L’attrice lo sogna, si sveglia, esce e qualcuno le propone l’acquisto dell’orologio sognato.
Il contesto è dubbio: al risveglio l’attrice è in Oriente, qualcuno si avvicina con una scatola che contiene l’orologio. La domanda sorge spontanea: è un falso o è un originale? È solo un suggerimento che rimanda al negozio o è riciclaggio di merce rubata? Sfumature che non sfuggono più al consumatore moderno e consapevole.
È proprio questo che i consumatori chiedono: un sogno che diventi realtà grazie a questo gioco dello spot, quasi una sfida. Il possibile acquirente, però, prima di diventare consumatore è telespettatore, telespettatore critico, nulla a che vedere con l’era di Carosello durante la quale la tv era garanzia di verità: «Lo dice la tv dunque è vero».
Ora si assiste a quella che è stata definita la stagione della pubblimania, una stagione dal fascino quasi esotico, intrigante e coinvolgente.  Niente persuasione, ma sogno, gioco e divertimento, questo affascina gli italiani, questo è il risultato di una delle ultime indagini sociologiche. Sogno, gioco e divertimento è ciò che gli italiani chiedono alla pubblicità.
Gli italiani hanno ormai le loro esigenze dichiarate e tra queste c’è quella di manifestare le proprie pretese ai pubblicitari, ai creativi. Vale la pena di citare Enel "tre puntini", chi mai penserebbe di disegnare tre puntini sulla sabbia della spiaggia di Stintino in Sardegna, in pieno inverno, per inserirvi una spina elettrica!
Una favola, una bella favola. Pochi slogan, messaggi chiari: questo colpisce il bersaglio, e il bersaglio sono le emozioni del telespettatore che dagli spot si aspetta il film. Per Enel "tre puntini" lo spot è da sogno, ma la bolletta un po’ meno.
(10-continua)
FORMAT La Tv del futuro parla... satellitare! di Giuseppe Bosso

Quella dei canali satellitari è ormai una realtà consolidata nel nostro Paese, figlia di uno sviluppo tecnologico che, giorno dopo giorno, sforna nuove e suggestive modalità comunicative che costituiscono una valida ma ancora non del tutto affermata alternativa alla tv in "chiaro". Stiamo parlando della tv satellitare.
Di Sky ormai si è detto tutto - e il contrario di tutto - dalla sua nascita, nella torrida estate del 2003. Abbastanza conosciuti sono canali come Fox, dedicata alla fiction, e Boing, regno dei più piccoli. Speriamo quindi di fare cosa gradita ai lettori nel condurre un’indagine a più ampio specchio nella grande panoramica di queste emittenti, alla scoperta di quelle più particolari e curiose.
Anche in questo settore si assiste a una guerra all’ultima idea tra i due poli del tubo catodico, Rai e Mediaset, che negli anni hanno saputo sfornare un’ampia gamma di proposte e offerte da lasciare senza parole lo spettatore più accanito: se Viale Mazzini ha sviluppato una serie di canali improntati principalmente alla cultura e all’informazione, come Rai Educational e Gambero Rosso, dalle parti di Cologno Monzese ha trovato terreno fertile l’intrattenimento di Happy Channel e Italia Teen Television.
Grande è poi l’offerta per i cinefili con Skycinema, Primafila, Coming Soon; per i tifosi, con Milan, Inter e Roma, che sulla scia dei grandi club stranieri hanno realizzato le proprie emittenti televisive; per gli amanti della natura, con Animal Planet, che collabora col Wwf, e National Geographic Channel; per gli appassionati di musica, con Match Music e Video Italia.
Quanto ai personaggi, bisogna sottolineare che, se all'inizio la tv satellitare italiana era principalmente una palestra per volti più o meno sconosciuti, col tempo anche nomi di grido si sono lasciati tentare da questa esperienza, come Ambra Angiolini, che ha condotto la trasmissione Chicas su Fox, e Paola Saluzzi, che si è legata all’emittente Sat 2000 per tutta la stagione.
Tutto questo dimostra come ci troviamo di fronte a un settore in continua espansione che, con un po' di immaginazione (perché no?), potrebbe, di qui a pochi anni, cambiare completamente le nostre abitudini televisive: dalla "guerra del telecomando" alla "guerra della parabola"?
ELZEVIRO Il riscatto della donna oggetto di Gisella Gallenca

Fonte d’ispirazione in tutte le epoche. Per la tradizione, angelo del focolare. Pietra dello scandalo, a volte. Oggetto. Ma anche soggetto. Quanti dibattiti, quante polemiche, quanta storia ruota attorno alla figura femminile? Passano i secoli, gli ideali cambiano, gli stili di vita si evolvono sempre più rapidamente. Ma la donna, con la sua presenza fisica, il suo ruolo e la sua carica evocativa, continua a rimanere un punto fermo.
Fino al 30 luglio, all’interno del suggestivo scenario del Castello Sforzesco di Vigevano, sarà una mostra a portare alla ribalta in modo inedito questa tematica. Un’ampia esposizione di opere d’arte (più di 150 artisti e 200 opere) che parte dalla fine dell’Ottocento per arrivare alla produzione contemporanea. Un evento dal titolo quasi provocatorio, La donna oggetto: miti e metamorfosi al femminile 1900-2005, curato da Luca Beatrice, critico attento di nuova generazione.
Il percorso si svolge attraverso le immagini per scoprire la progressiva crescita del ruolo culturale e sociale della figura femminile. Una trama che si articola in quattro sezioni, in ciascuna delle quali si compone il ritratto di un’epoca. Un progetto realizzato secondo una prospettiva di genere, a volte sdrammatizzato con ironia.
Si parte da grandi maestri dell’inizio del Novecento come Casorati, Boccioni, Picasso e Guttuso, ma anche Matisse, Klee, Klimt, per giungere alle artiste italiane contemporanee, con una serie di creazioni che propongono un’ulteriore riflessione sulla condizione della donna.
La carica sensuale di questi soggetti appare sublimata, filtrata dallo sguardo di autori (ma anche autrici) che hanno scritto pagine importanti nella storia dell’arte dello scorso secolo.
Qualche esempio: il Ritratto di Miss Rita Philip Lydig di Boldini, un’immagine da cui traspare una donna moderna, amante del progresso e protagonista della società mondana, o le Donne sotto il bombardamento di Guttuso.
C’è posto anche per le icone dello star system ritratte da Andy Warhol, e per le modelle esangui e semivestite di Vanessa Beecroft; i décollage di Mimmo Rotella in cui si celebra tanto la diva Marilyn Monroe quanto la pornostar Moana Pozzi o, per citare altri esempi, la serie Great American Nudes di Wesselman e le opere della svizzera Silvie Fleury, la quale esponeva, alle mostre, i “trofei” conquistati durante le ore di shopping nei negozi più lussuosi della città.
La fotografia d’autore costituisce il cuore della terza sezione. Dai famosi scatti di Man Ray, straordinario interprete del corpo femminile, a quelli di David Lachapelle (suo quello di Naomi Campbell: Cat house del 1999), Robert Mapplethorpe, Alexander Rodchenko, Nan Goldin e Franco Fontana.
Infine, quindici giovani artiste rappresentano la creatività italiana femminile, per una visione assolutamente contemporanea.
Maggiori informazioni sono presenti sul sito del Comune di Vigevano.
ELZEVIRO Questa settimana, scelti per voi di Antonella Lombardi

A Roma torna il Festival internazionale delle letterature: fino al 22 giugno sarà possibile ascoltare grandi scrittori come Nadine Gordimer, Josè Saramago, Erri De Luca, Alessandro Baricco e altri, nel suggestivo scenario della Basilica di Massenzio.
A Torino è partito il concorso per critici teatrali in erba: un progetto emozionante e divertente per avvicinare i ragazzi al teatro e ai suoi linguaggi.
Al cinema:
Volver di Pedro Almodovar, splendido affresco dell'universo femminile; 
Anche libero va bene
, felice esordio alla regia di Kim Rossi Stuart; 
infine Radio America, la nuova commedia di Robert Altman.
In libreria, un manuale di sopravvivenza per capire meglio internet e costruire un sito su misura.
DONNE Passeggiatrici in passerella di Erica Savazzi

Sono più di 200.000 gli uomini che ogni anno vanno in Brasile per trovare compagnia. Uomini alla ricerca di donne per una notte, ma anche adulti alla ricerca di bambini e bambine (ne ha parlato recentemente un servizio delle Iene).
In questo spazio però raccontiamo una storia diversa, una storia che insegna che donne comprate e vendute come oggetti possono avere grandi potenzialità, se solo ci si crede. Non una storia da Pretty Woman, qui si va oltre.
Sono novanta le prostitute coinvolte nel progetto di AMOCAVIM (Associazione dei Residenti e degli Amici di Vila Mimosa) che sono diventate stiliste e modelle.
La fondazione, con aiuti statali e l’appoggio dell’UNESCO, ha creato una griffe di moda, Gatinha (gattina) Mimosa, alla quale lavorano solo le squillo del quartiere: Vila Mimosa è infatti la zona a luci rosse di Rio de Janeiro.
L’intento è quello di fornire alle ragazze una professione e nuove conoscenze che possano aiutarle a uscire dal mercato della prostituzione, approfittando della grande occasione che offre loro la presenza del Carnevale più famoso al mondo. Imparare a creare gli abiti, apprendere la storia delle celebrazioni e conoscere la samba è un modo sicuro per trovare lavoro. Si tratta quindi di creare nuove professionalità spendibili sul mercato.
La linea di abiti Gatinha Mimosa debutterà ufficialmente a settembre, ma già si preparano costumi da bagno, biancheria intima, pantaloni e magliette. I prezzi saranno popolari, circa dieci reais (quattro euro) per una maglietta. I prodotti saranno commercializzati tramite la società franco-brasiliana Moda Fusion.
Questo però è solo uno dei progetti di AMOCAVIM. L’associazione infatti si occupa di informare le prostitute sulle malattie sessualmente trasmissibili, soprattutto AIDS e sifilide, di organizzare corsi di formazione, eventi e conferenze, e si batte per ottenere il riconoscimento della prostituzione come lavoro - è il mestiere più antico del mondo - con conseguente diritto alla salute e alla dignità per le lavoratrici.
Forse presto avremo capi Gatinha Mimosa nei nostri armadi.
DONNE Joan Baez, la pasionaria del folk americano di Tiziana Ambrosi

Sangue caldo: madre irlandese, padre messicano, un mix esplosivo, che non è certo rimasto occultato durante tutto l'arco della vita e della carriera di Joan Baez.
Una voce vibrata, brillante, capace di raggiungere qualsiasi ottava e di emozionare, sia per la melodicità che per i contenuti.
Sì, perchè società, diritti civili, no alla guerra sono sempre stati un punto fermo nelle canzoni della Baez. L'incontro e il legame - professionale ed affettivo - con Bob Dylan hanno fatto convergere ed amplificato i loro messaggi, rendendoli vere e proprie icone dell'impegno politico.
Dylan intraprese alte strade, mentre il coraggio e la caparbietà di Joan rimasero inviolati. Tanto da essere addirittura arrestata per evasione fiscale, rifiutandosi di versare la quota di tasse destinata all'impresa bellica in Vietnam. We shall overcome diventa quasi un inno alla disobbedienza. Un bisogno di pace che sfocia nella più grande manifestazione musicale e culturale di tutti i tempi, Woodstock, dove Joan, incinta e con il marito David Harris in prigione per rifiuto alla leva, ottiene una cassa di risonanza spaventosa e la sua The Night They Drove Old Dixie Down diventa uno dei dieci singoli più venduti negli Stati Uniti.
Altre manifestazioni ed altri arresti seguirono, e le battaglie, a 65 anni d'età, non sono ancora finite: la mobilitazione questa volta è per la tutela di un parco situato a sud di Los Angeles. E quale modo migliore, per risvegliare le pigre telecamere, se non un'azione eclatante?
E così Joan la pasionaria si è trasferita su un albero, che fa parte di un parco collettivo di quasi sei ettari dove sono coltivate frutta e verdura. Abitato e lavorato per lo più da immigrati latino americani. Non abbastanza evidentemente per fermare il proprietario dalla vendita. Al posto del polmone verde il grigio cemento di un nuovo comparto industriale.
Ma Joan non si trova da sola, accanto a lei una grande veterana delle battaglie per la salvaguardia del patrimonio boschivo: Julia "Butterfly" Hill, che a 22 anni, nel 1997, si arrampicò su una sequoia californiana discendendone solamente dopo due anni, con la certezza che non sarebbe stata abbattuta. Sono in buona compagnia.
TELEGIORNALISTI Paolo Cecinelli, lo sportivo giornalista di Nicola Pistoia

Paolo Cecinelli ha iniziato la professione di giornalista nel 1983 come commentatore di rugby a Il Giornale di Indro Montanelli. Ha collaborato con diverse testate tra cui Il Corriere dello Sport e Tuttosport. Attualmente è caporedattore centrale di La7 Sport.
Paolo, come hai iniziato ad appassionarti a questa professione?
«Ho smesso di giocare a rugby a livello agonistico per un incidente di gioco, e scrivere di sport è stata la maniera per rimanere vicino al rugby».
Quali sono, secondo te, gli aspetti più gratificanti del fare giornalismo?
«Il fatto di poter raccontare delle storie, belle o brutte, e di rapportarsi con la gente».
È vero quello che si dice dei giornalisti sportivi, cioè che siano meno preparati degli altri?
«Credevo il contrario! A parte gli scherzi, non mi piacciono i luoghi comuni. Penso che dipenda molto dalle singole persone, da come sono fatte, dalla loro professionalità. Quanto ci si prepara per fare un'intervista o per fare una telecronaca».
Cosa pensi dei colleghi sportivi degli altri tg? E in particolar modo chi aprezzi maggiormente?
«Mi piace lo stile asciutto. In video credo che ognuno esprima la propria personalità, ma non bisogna mai esagerare. Mi piacciono molto Maurizio Martinelli del Tg2 e Ilaria Capitani del Tg3».
Preferisci la carta stampata, la radio o la Tv?
«E' come chiedere se ti piacciono le brune, le bionde o le rosse. Giornali, radio e tv? Tutto è giornalismo, l'importante è che sia di qualità. Sento molto la radio e credo ci siano dei bellissimi programmi giornalistici di approfondimento, con i giornali convivo tutto il giorno, li leggo la mattina, poi li tengo sulla scrivania e li riprendo anche in maniera schizofrenica. Il fascino della tv sono le immagini e la diretta. Due elementi che la rendono molto efficace ma anche molto breve».
Secondo te, l'attuazione del digitale terrestre ha cambiato il modo di fare informazione, nella fattispecie quella sportiva?
«Non ancora. Per il momento è cambiata solo la tecnologia».
Chi sono stati i tuoi maestri, i tuoi modelli?
«Indro Montanelli, fu lui che mi coinvolse. Ero un collaboratore saltuario de Il Giornale ed incontrai il grande Indro a Milano in redazione. Due pacche sulla mia spalla e restai "fulminato". In seguito ho avuto la fortuna di crescere vicino a Paolo Rosi ed Alberto Marchesi».
Il tuo sogno nel cassetto?
«Dare più spazio agli sport vari, recuperare in tv l'atletica leggera, la regina di tutti gli sport».
Un consiglio a chi volesse intraprendere come te la carriera giornalistica?
«Avere molta determinazione e pazienza».
OLIMPIA La fine di un campione di Mario Basile

«Il ciclista Marco Pantani è stato trovato morto questa sera in un residence di Rimini». Brevi e taglienti queste poche parole spezzarono il sogno dei tifosi del Pirata nella fredda notte di San Valentino di due anni fa. Aspettavano la sua rinascita, volevano vederlo di nuovo arrampicarsi sulle salite più ripide e staccare anche la sua ombra. Invece l’avevano perso per sempre.
Chi conosceva Marco Pantani sapeva che in realtà il Pirata se ne era andato cinque anni prima: il 5 Giugno 1999 a Madonna di Campiglio: il giorno in cui fu fermato al Giro d'Italia per ematocrito alto.
Gli anni a venire furono solo una lenta agonia verso la fine. A nulla valsero i ritorni, le due vittorie di tappa al Tour de France del 2000 davanti ad Armstrong, né l’affetto di amici e familiari.
Dopo i fatti di Madonna di Campiglio il Pirata si sentì perseguitato sia dalle accuse di quelli che fino a poco prima lo osannavano sia dalla giustizia sportiva che cominciò su di lui un vero e proprio gioco al massacro. Basti pensare alle indagini per la presunta frode sportiva alla del Milano - Torino del ’95 o alla storia della siringa di insulina al Giro 2001. In entrambi i casi fu scagionato, ma per l’opinione pubblica contò poco: era comunque colpevole.
Tuttavia il vero cruccio del Pirata continuava ad essere Madonna di Campiglio. Voleva dimostrare che non aveva cercato di fregare nessuno, anzi lui stesso era la vittima. Del resto sarebbe stato da stupidi buttare via così ingenuamente un Giro già vinto, ben sapendo che all’inizio della penultima tappa i primi dieci in classifica vengono sempre controllati. Tante ombre avvolgono quelle analisi.
Fabrizio Borra, fisioterapista di Marco, racconta che la sera prima della tappa il valore dell’ematocrito di Pantani, misurato dai medici della squadra, è sotto la soglia massima di ben due punti. Al mattino invece con le analisi dell’UCI risulta fuori norma. Ma i medici vogliono vederci chiaro e al pomeriggio Pantani viene sottoposto a Imola ad analisi del sangue complete in un laboratorio regolarmente riconosciuto dalla federazione ciclistica. I valori tornano ad essere normali.
Pantani si sente vittima di un complotto. Per tutti d’ora in avanti sarà un dopato. Proprio lui che mai in carriera è stato, e sarà, trovato positivo all’esame antidoping. L’ematocrito alto infatti non conferma l’assunzione di sostanze proibite, in quanto è un valore che può variare in base a diversi fattori. Inoltre nessuno ha mai pensato che nel controllo possa essere stato commesso casualmente qualche sbaglio. Si era troppo impegnati a preparargli il rogo.
Il 5 Giugno 1999 il campione Marco Pantani finì di colpo, ma non l’affetto dei suoi cari e dei tifosi. Non bastò. Tanti lo abbandonarono e questo per lui fu troppo. Si rifugiò nella cocaina, un rifugio che diventò morte una sera di febbraio.
EDITORIALE Totò versus Rita di Antonella Lombardi

Schiva, gentile, disponibile, fino a poco tempo fa farmacista di professione; colpita da una tragedia personale e insieme collettiva quando perde il fratello, magistrato, in una strage di mafia.
Lei è Rita Borsellino. Il suo impegno contro la mafia e l’illegalità diffusa inizia da lì, per proseguire con l’associazione Libera fondata da Don Ciotti.
Lui, politico di lungo corso, raccoglie l’eredità lasciata da Calogero Mannino alla guida della Democrazia Cristiana in Sicilia, aderisce all’Udc e nel 2001 viene eletto presidente della regione Sicilia.
Lui è Totò Cuffaro, detto «U vasa vasa», per quei baci che distribuisce con fervore mentre saluta.
Due candidature e due stili opposti, due volti diversi della stessa regione.
L’impegno di Rita Borsellino parte dal “basso” con i "comitati per Rita", il tam tam via internet e poi la candidatura alle Primarie: scelta che fa storcere il naso persino a certa sinistra che dovrebbe sostenerla. Un simbolo per contrastare il successo assoluto di Cuffaro e un elettorato tradizionalmente di centrodestra.
Se Rita parla di lotta alla mafia, Totò risponde facendo tappezzare Palermo di manifesti con su scritto: «La mafia fa schifo», pensando così di mettere a tacere indiscrezioni e veleni sulla sua iscrizione nel registro degli indagati per "concorso esterno in associazione mafiosa" nell’inchiesta sulle talpe alla Procura di Palermo.
Qualche buontempone pensa subito a come ironizzare sulla vicenda e prepara un cartellone alternativo: «La mafia fa schifo, ma Totò Cuffaro mancu cugghiunìa»: non scherza. «Scherzi da prete», ribatte qualcuno. «Il re è nudo», si affretta a dire qualche altro.
Totò Cuffaro distribuisce sorrisi e stoccate, si dice sicuro della vittoria, ma allo stesso tempo si reca al santuario di Maria Santissima dei Miracoli, sulle Madonie: oltre due ore di meditazione e preghiere, perché non si sa mai…
Di contro, la Borsellino parla di «decuffarizzare la Sicilia» e di «rivoluzione culturale». Sorride ai ragazzi che si riversano giù dal treno speciale Rita express, organizzato apposta per permettere a tanti studenti fuori sede di venire a votare in Sicilia spendendo una modica cifra.
Si scandalizza quando scopre la pervasività del voto di scambio, lei che finora dalla politica era stata lontana e che per averlo detto viene addirittura presa in giro.
Alla fine, vince Cuffaro, con il 53% dei voti. Rita ha perso con il 42%. La Sicilia non ha voltato pagina.
Viene da pensare alla battuta del film di Benigni, Johnny Stecchino: «Il più grosso problema della città di Palermo? Il traffico».
versione stampabile
 
HOME SCHEDE+FOTO VIDEO FORUM PREMIO TGISTE TUTTO TV DONNE INTERVISTE ARCHIVIO
Facebook  Twitter

Telegiornaliste: settimanale di critica televisiva e informazione - registrazione Tribunale di Modena n. 1741 del 08/04/2005
Vietata la riproduzione, anche parziale, senza l'esplicito consenso del webmaster