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Telegiornaliste anno III N. 15 (93) del 16 aprile 2007


MONITOR Federica de Sanctis, una professionista con le idee chiare di Silvia Grassetti

Non potevamo non accontentare le centinaia di richieste che i suoi fans ci hanno inviato.
Questa settimana Telegiornaliste incontra Federica de Sanctis, amatissima telegiornalista di SkyTg24.
Federica, non hai paura che l'attenzione verso la tua bellezza oscuri la tua professionalità?
«Beh, a dire il vero a Skytg24 siamo in diretta per ore. Quotidianamente ci capita di improvvisare, dare notizie a braccio, seguire eventi in diretta. Se non si è concentrati e preparati, si fanno brutte figure e chi ci segue se ne accorge, non c'è bellezza che tenga. In una all news un conduttore che non funziona si vede subito: la bellezza non aiuta molto. Detto questo, sarebbe folle offendersi perché mi si paragona a Michelle Pfeiffer! Magari, troppo buoni... chi lo sa, avrei fatto altro!».
Secondo te, che hai lavorato per la carta stampata, la radio e la tv, l'informazione televisiva è davvero informazione, o solamente show?
«Certo che è informazione, credo anzi che un telegiornale, proprio per la sua natura sia uno dei migliori modi di informare: in un minuto e mezzo diamo esaurientemente una notizia che, a differenza di un giornale, è fatta non solo di parole ma anche di immagini. Così anche per gli approfondimenti. Quindi chi ci lavora deve essere preparato anche tecnicamente. Poi è vero che in tv ci sono anche show ed esagerazioni - in alcune scelte editoriali - ma lo scandalo, l'essere sopra o fuori le righe credo siano cose presenti in tutto il mondo dei media, no?».
Quale dovrebbe essere e quale invece è il ruolo del giornalista oggi?
«Il ruolo del giornalista è quello di raccontare la realtà nella maniera più completa e obiettiva possibile, è quello di saper fare domande, di essere chiaro nell'esposizione e di aver paura solo di non raccontare tutto, non dovrebbe temere o quantomeno farsi influenzare da niente e da nessuno.
Molti sanno fare bene il proprio lavoro, altri forse meno, a volte dovremmo aver tutti più coraggio. Io cerco di imparare, studiare, continuamente, mi rendo conto di quanto non sia mai abbastanza; per tutti. Nonostante tanti anni di esperienza credo non sia corretto dare giudizi severi su colleghi con decenni di esperienza. Non è ipocrisia, anche io ho le mie preferenze, ma questo è un altro discorso».
Quando sei in vacanza, quale quotidiano leggi e quale tg guardi per mantenerti informata?
«Spesso vado all'estero, la mia fonte sono i quotidiani su internet e SkyTg24 che si può vedere anche online. In Italia invece compro i quotidiani principali e vedo i tg che posso, dipende da dove e cosa sto facendo. Se ho tempo la sera amo molto leggere i cosiddetti secondi quotidiani, quelli più di commento. Però stiamo parlando di vacanza: passo le ore a nuotare in mare dove leggere e vedere la tv è davvero difficile».
Dove vuole arrivare Federica de Sanctis? E qual è il tuo sogno nel cassetto?
«Crescere insieme a SkyTg24, e per ora le cose mi sembra vadano bene! Mi piace non solo il tg ma anche occuparmi dei programmi di approfondimento che conduco il pomeriggio e mi stimola sempre andare laddove accadono i fatti, raccontarli a chi ci segue da casa, insomma "fare l'inviata". Più a lungo avrò occasione di fare tutto ciò e più sarò felice.
Per quanto riguarda il sogno nel cassetto... beh, credo di viverlo un sogno: dopo anni di gavetta e sacrifici, faccio il lavoro che ho sempre voluto. Sognare ancora, forse è troppo... Per adesso!».
MONITOR Susanna Galeazzi, figlia di cotanto padre di Giuseppe Bosso

Nata a Roma, Susanna Galeazzi è giornalista professionista dal 2006. Figlia del noto giornalista Gian Piero Galeazzi, ha iniziato collaborando con il sito Kataweb e con il settimanale L'Espresso. È poi passata a Sky, dove ha condotto il telegiornale sportivo del canale SkyTg24 ed è stata inviata per gli Internazionali di tennis a Roma. E' poi approdata al Tg5 e, dallo scorso anno, fa parte della redazione di Verissimo.
Essere la figlia di un noto giornalista significa dover dimostrare qualcosa in più rispetto alle tue colleghe?
«Assolutamente no. Sicuramente per me è stato un bel biglietto da visita, che non mi ha provocato alcun timore al momento in cui ho cominciato. Devi essere te stesso in questo mestiere; chiunque si sentirebbe orgoglioso di avere un padre molto apprezzato in questo campo, ma ovviamente sono poi io a dover dimostrare quello che valgo, quello che faccio è frutto del mio lavoro e non certo del mio cognome».
Quali differenze tra il giornalismo sportivo e quello, diciamo, di costume di cui ti stai occupando adesso?
«Beh, non dimenticare che ho anche lavorato al Tg5 come inviata, una bella responsabilità per una ragazza della mia età, soprattutto per i servizi di apertura. È importante riuscire ad adattarsi ad ogni situazione e ad ogni argomento, con lo stesso impegno, se vuoi essere un giornalista a 360°. La cronaca rosa, il “gossip”, a prima vista può sembrare un argomento stupido, ma non è affatto così. Anzi, è molto difficile riuscire a trovare notizie nuove ed esclusive, trovare i personaggi di primo piano, ed è questo un aspetto che non viene quasi mai considerato. Invece, come giornalista sportiva, hai il vantaggio di poter contare su una certa preparazione e sulla possibilità di poterti documentare in maniera approfondita».
Anche tuo fratello è giornalista: fa parte della redazione di Le partite non finiscono mai di La7 con Darwin Pastorin. Vi siete sentiti incoraggiati da vostro padre nell’intraprendere questa strada oppure è stata una scelta vostra?
«Per quanto mi riguarda è un sogno che coltivo da bambina e che dura ormai da otto anni. Ho sempre amato scrivere, ed è sicuramente la migliore premessa per iniziare. Per quanto riguarda mio fratello, posso dirti che lui ha iniziato quest’anno, se così si può dire, per divertimento. Ma credo che saprà cogliere anche lui le possibilità che gli si potranno prospettare».
Quali sono le tue aspettative come giornalista?
«Il mio sogno è quello di riuscire, un giorno, ad avere un programma tutto mio, come autrice e conduttrice, possibilmente sulle mie due grandi passioni, lo sport e la moda. Quest’ultima, soprattutto, noto con molto rammarico che non gode degli spazi dovuti in televisione, e per questo vorrei riuscire a rimediare a questa lacuna».
Se un domani ti proponessero di lavorare insieme a tuo padre la cosa ti creerebbe imbarazzo o riusciresti ad affrontarla normalmente?
«Ti dirò, mi è stato proposto. Ma fino a quando non sentirò di avere acquisito una certa maturità e una certa esperienza non lo farò. Comunque allo stato attuale credo che se mi dovesse capitare di intervistarlo, riuscirei a farlo senza problemi».
CRONACA IN ROSA Affari nostri di Erica Savazzi

Italianità: «indole, natura, carattere d’italiano», secondo Il nuovo Zingarelli. Motivo di orgoglio, a quanto pare anche in economia.
«E’ interesse strategico del Paese che la rete Telecom resti italiana», ha dichiarato Piero Fassino a proposito della messa in vendita di quote di Olimpia (società che controlla Telecom). E come lui, adesso e soprattutto in passato – gli scandali dei “furbetti del quartierino”, con destra, sinistra, e perfino il governatore della Banca d’Italia schierati contro gli acquirenti stranieri – hanno pronunciato la fatidica frase. Come se quello fosse il punto focale dell’economia del Paese, come se bastasse essere italiani per fare impresa con successo.
Così è successo con Alitalia, protetta e finanziata per anni, anche da governi liberali - liberisti, e ora messa in vendita, probabile preda della russa Aeroflot. Così è successo per le banche, Banca Antonveneta e Bnl, difese strenuamente a costo di illeciti penali, e alla fine passate comunque di mano - alla olandese Abn Amro e alla francese Bnp.
Italianità è una parola magica, populista: chi infatti può non dirsi d’accordo sull’importanza di avere imprese tricolori ad alto valore? Italianità scatena le paure ancestrali, il “mamma li turchi”, come se gli stranieri si divertissero a comprare società spesso inefficienti, spesso sull’orlo della bancarotta, solo per il gusto di fare altri danni.
La telefonia è un settore strategico. Vero, però si è creato lo stesso polverone quando a vendere sono state Wind (all’imprenditore egiziano Naguib Sawiris) e Omnitel (a Vodafone) e, più di recente, Fastweb a una società svizzera? Naturalmente no. Questione di grandezza, dato che Telecom è la società con la maggiore quota di mercato sia nella telefonia fissa che nel mobile? Oppure questione di convenienza. Prendiamo lo scandalo delle intercettazioni illegali per cui è indagato Giuliano Tavaroli, ex responsabile della sicurezza di Telecom e Pirelli: sarebbe stato fattibile con altri azionisti e un altro amministratore delegato?
Guido Rossi – ex commissario straordinario Figc e primo presidente Consob – era stato chiamato alla guida di Telecom sei mesi fa da Tronchetti Provera. Improvvisamente, lo stesso Provera, tramite Olimpia, gli ha negato la riconferma. Del resto, Guido Rossi conosce fin troppo bene la legge sull'antitrust. L'ha scritta.
Ma è facile vendere per Tronchetti Provera, quando con una sola transazione si incassa un congruo premio di maggioranza pur possedendo solo il 18% delle azioni sul mercato. Anzi, solo lo 0,6%. E’ comodo vendere, quando gli azionisti minori (82% delle azioni) sono singolarmente troppo deboli e troppo “polverizzati” per qualsiasi opposizione.
La politica difende l’italianità mentre l’imprenditore-manager, fedele al guadagno, la vende al migliore offerente.
FORMAT Nuvolari, i motori al centro di tutto di Nicola Pistoia

Si conclude il nostro viaggio tra i principali canali tematici di Sky. A Leonardo, Alice e Marco Polo si aggiunge Nuvolari. Un nome che rievoca il celebre Tazio, pilota italiano di auto e moto da corsa.
La televisione satellitare trasmessa sul canale 218, infatti, propone una programmazione interamente dedicata al mondo dei motori e delle auto. Ma non solo. Negli ultimi anni l’attenzione degli autori del canale si è concentrata anche sulle navi, sugli aerei e su qualunque mezzo di trasporto che attiri la curiosità e l’interesse del telespettatore, anche quelli più eleganti e costosi.
Sono oltre trenta i programmi che vengono trasmessi ogni settimana da Nuvolari tv. Tra questi segnaliamo L’arena condotta dal giornalista Mauro Coppini, già direttore editoriale del canale stesso, meno famosa rispetto a quella di Domenica In ma senza dubbio più pacata. Basandosi sul tema della puntata, si sviluppa un dibattito tra il giornalista e gli ospiti, sempre incentrato sul mondo dell’automobilismo.
Ogni giorno, la mattina, il pomeriggio e la sera, va in onda Legend. Diventato un vero e proprio cult, la trasmissione presenta i modelli più belli dei motori che hanno fatto la storia del motociclismo mondiale. Non mancano altri programmi davvero interessanti come Test Auto, A ruota Libera, Formula 1 Story e Supercars.
Particolarmente curato e dettagliato anche il sito internet della televisione. E’ possibile trovare la descrizione dei programmi, format per format; i profili dei piloti e le schede sui grandi eventi e poi forum, sondaggi e opinioni di ogni genere. In più, in home page, ci sono le sezioni dedicate ai protagonisti di Nuvolari: Giacomo di Amato, Giovanni di Pillo e Guido Scrittone.
Una curiosità: Nuvolari viene seguito da oltre un milione e mezzo di telespettatori nell’arco di una settimana. Il sito internet, invece, viene visitato da circa trenta mila internauti al mese.
CULT Salerno capitale della creatività di Valeria Scotti

Un luogo dove coltivare e conoscere idee originali, forme innovative di linguaggio e talenti dalle variegate esperienze culturali. Dal 4 al 12 maggio i giovani d’Europa si danno appuntamento a Salerno, sede del Festival delle Culture Giovani. L’iniziativa, dopo il successo della scorsa edizione, ritorna con nuove installazioni, workshop, video e incontri con artisti ed esperti.
Cinema, musica, letteratura, videoarte. Queste le materie ove promuovere ed esprimere la creatività lungo gli otto giorni del festival.
Vasto lo spazio riservato al cinema. Il principale appuntamento è con il progetto Linea D’Ombra, che negli scorsi anni ha premiato professionisti del settore audiovisivo dalle grandi potenzialità e doti artistiche. Quattro le sezioni: Passaggi d’Europa con le opere di autori europei; Corto Europa e Corto Italia dedicate ai cortometraggi; Under 18 con i lavori di studenti delle scuole superiori della Campania. Fuori concorso, la rassegna Made in Neaples presenterà documentari realizzati tra il 2000 e il 2006 che raccontano le tensioni e le contraddizioni del capoluogo partenopeo.
La musica sarà protagonista in Music-K con i concerti live di Neffa, Le Vibrazioni e le performances dei maggiori Vj internazionali.
Nel campo della scrittura, il tema dell’amore sarà analizzato con una serie di letture e incontri accompagnati da musiche e immagini tratte da celebri film.
La videoarte celebra i 25 anni di Studio Azzurro, gruppo milanese di videomaker - Paolo Rosa, Fabio Cirifino, Leonardo Sangiorni e Stefano Riveda – esperti in arte multimediale e interattiva. L’omaggio avrà luogo attraverso un percorso costituito da quattro ambienti installativi che rievocano tematicamente la loro complessa produzione, sei ore di proiezioni dei loro lavori, ed una mostra dove saranno esposti bozzetti delle loro opere e microvideoinstallazioni.
Il Festival delle Culture Giovani propone infine tre iniziative: Cell_art, concorso via MMS per raccontare il rapporto artificiale - naturale; Trame in rete, costruzione di un racconto a più mani a partire dai volti di alcuni personaggi pubblicati sul web; Work in progress, spazio aperto ai giovani musicisti italiani. 
DONNE Marisa Messina, la donna che comanda il carcere di Laura Nicastro

La casa circondariale di Enna si tinge di rosa. E il nuovo comandante della polizia penitenziaria, Marisa Messina, 51 anni, ha alle spalle un curriculum di tutto rispetto. Laureata in scienze giuridiche all'università di Messina, è in servizio nell'amministrazione penitenziaria dal 1983, con l'incarico di vigilatrice nel carcere Sollicciano a Firenze.
Nel 2004 ha comandato il carcere di Bicocca a Catania ed è stata tutor dei corsi di formazione della scuola dell'amministrazione carceraria di San Pietro Clarenza (CT).
In realtà, l'incarico non è una novità per Marisa Messina, ma «un ritorno a casa, perché nel 1998 ho sostituito il comandante del reparto per brevi periodi, e nel 2000 sono diventata comandante della casa circondariale di Enna». Proprio nel '98 è stata la prima donna ad assumere il comando di un carcere.
Marisa Messina è una donna tenace ma modesta che non ha «strombazzato ai quattro venti il suo primato nella polizia penitenziaria».
E il riconoscimento della sua professionalità non è stato semplice: «Ho rivestito tutti i ruoli all'interno dell'amministrazione penitenziaria, da quello civile fino a comandante. Spesso, però, ho sentito frasi come Ma a Enna non ci sono ispettori uomini?, oppure Non abbiamo nulla da eccepire sul suo lavoro, ma un uomo dà più il senso dell'autorità, può far rispettare meglio le regole. Parole che fanno molto male, dopo una dura giornata di lavoro, ma io sono testarda e continuo».
E proprio la sua testardaggine e fermezza le hanno permesso di lavorare in un ambiente non certo semplice: «Le detenute sono più aggressive degli uomini perché vivono male la privazione della libertà. Le donne molto spesso sono più istintive e passionali e non riescono a mascherare i loro stati d’animo».
La situazione che Marisa Messina trova a Enna è buona e non sembra destare problemi. Ma non è stato sempre così, come quella volta che ha scoperto una detenuta a organizzare l’uccisione di una compagna di cella: «Abbiamo vissuto momenti di forte tensione, ma alla fine siamo riusciti a sventare tutto e a ritrovare i rasoi con cui avrebbe vovuto colpire l’altra detenuta».
Nonostante le difficoltà e la rinuncia a una vita tranquilla, Marisa Messina è contenta del suo lavoro: «La soddisfazione più significativa la traggo dalle conferme quotidiane e dalla gestione serena che cerco di portare nella casa circondariale».
TELEGIORNALISTI Luigi Fenderico: aspetto la mia isola deserta di Nicola Pistoia

Luigi Fenderico, nato a Napoli nel 1956, professionista dal 1989, comincia la sua avventura professionale in televisione nel 1994, per Mediaset: prima al Tg4, dove resta alcuni mesi, poi a Studio Aperto, dove attualmente è vice caporedattore e ricopre l’incarico di responsabile della redazione romana, che conta un organico di nove giornalisti. Continua a seguire la pagina politica, con collegamenti audio-video dalla redazione al Centro Palatino e come inviato.
Lei ha lavorato sia per la carta stampata che per un’agenzia di stampa, ora invece è in tv: può descriverci queste diverse esperienze?
«Sono diversi i vettori. Diverse la comunicazione e i destinatari. Se si scrive per un’agenzia di stampa, gli interlocutori sono essenzialmente i giornalisti che dovranno rielaborare testi e notizie rendendoli parte di un articolo. In altri casi, è il giornalista di agenzia – grazie ad una notizia o ad un servizio particolari - ad occupare uno spazio esclusivo nel giornale o nel notiziario tv. Quando questo accade, è un risultato di grande soddisfazione. A volte anche pochissime righe possono portare al successo. A me è capitato di essere venuto a conoscenza di un diverbio tra un ufficiale dell’anagrafe e una coppia di genitori che voleva dare alla figlia il nome: “Libera scienza al servizio dell’umanità”. Dopo ore di discussione si accordarono così: sarebbe stata apposta una virgola dopo il nome Libera, poi il resto come secondo nome. Non ci fu un solo quotidiano che non riprese quella notizia. Io ero quasi agli inizi della carriera e rimasi sbalordito anche per i complimenti del direttore e dell’editore. Del resto, per un agenzia di stampa l’obiettivo è la “ripresa” dei giornali.
Se invece si scrive per un quotidiano o una rivista, l’obiettivo principe è il lettore. Quindi bisogna chiedersi cosa interessa di più al lettore del nostro giornale. E dunque quali gerarchie dare all’evento di cui si tratta. Inoltre, a differenza degli altri strumenti di comunicazione, c’è di bello che si ha più spazio per raccontare.
In televisione l’approccio è lo stesso: il riferimento sono i nostri ascoltatori. Sono loro, la loro quantità, a dare autorevolezza a un telegiornale. Poi cambia il linguaggio: entrano in campo le immagini. Cambia la scrittura: deve essere ben leggibile ad alta voce, con frasi che abbiano un’armonia. Ed è tassativa la sintesi: quello che in un giornale di scrive in 60 righe, in un tg come Studio Aperto bisogna raccontarlo in dieci righe».
Qual è il compito di un vice caporedattore?
«E’ un componente della “line”, cioè del “gruppo dirigente” del giornale. Ha funzioni di collegamento tra il direttore e le sue indicazioni e di coordinamento e verifica affinché il lavoro dei giornalisti risponda a quelle indicazioni. Naturalmente, in senso inverso, si fa anche portatore verso il direttore delle eventuali difficoltà che insorgono “sul campo” nella realizzazione di un servizio».
Secondo lei ci sono ancora delle differenze tra Nord e Sud per quanto riguarda la professione di giornalista?
«Le capitali dell’informazione restano Milano e Roma. E la stessa informazione locale è più viva e diffusa nelle province ricche, quindi al nord. Il Sud è ancora fortemente penalizzato e, al momento, senza prospettive».
Secondo il suo pensiero, per la formazione di un giornalista, è più importante un master o il lavoro di redazione?
«Francamente ritengo che la scuola “sul campo” resti insostituibile. Specialmente per le attuali caratteristiche dell’industria dell’informazione, nella quale, più che specializzazioni o grandi preparazioni culturali, è importante la flessibilità. Questo vuol dire riuscire a capire di ogni cosa quanto basta per raccontarlo correttamente. Le redazioni tematiche, cioè suddivise nei canonici servizi (politico, economico, eccetera) sono ormai proprie di quei pochi grandi giornali che dispongono di organici corposi. Con i master” si rischia di sprecare un grande lavoro di studio che all’atto pratico non ha nessuna possibilità di esprimersi».
Talvolta Studio Aperto è oggetto di critiche. Come definisce lei il suo telegiornale? E cosa risponde a coloro che lo ritengono troppo poco impegnato?
«Credo che gli ascolti del mio tg, che sono eccellenti, rispondano meglio di tutto alla domanda. E poi l’informazione, se vuole arrivare alla platea più vasta possibile, dev’essere diversificata. Bisogna tenere conto di tutti. Di quelli che vogliono un tg istituzionale e serioso e di chi vuole un tg con un taglio alternativo. Nel nostro caso veloce e anche a volte irriverente. Che senso avrebbe fare un doppione del Tg5? Noi parliamo di tutto: di politica, di economia, di drammi e fenomeni sociali, così come di spettacolo e gossip. Ma lo facciamo a modo nostro e seguendo il target di Italia1, la nostra rete. Il resto, lo lasciamo al potere supremo del telecomando. Ma dalla gente che mi riconosce ascolto apprezzamenti molto belli per Studio Aperto, soprattutto per il suo modo di comunicare».
Cosa si sente di consigliare ai tantissimi giovani che come lei vogliono intraprendere questo percorso lavorativo?
«Sinceramente, se pensano ad un giornalismo di tipo “romantico”, all’avventura, ai viaggi, ai vecchi grandi inviati di una volta, consiglierei di trovarsi un altro mestiere. Ma se uno è proprio preso dal sacro fuoco ed ha la fortuna di entrare in un giornale, se si attrezza professionalmente ed ha voglia di fare, gli spazi ci sono. Però a costo di grandi sacrifici personali e senza le soddisfazioni e lo spazio di azione di una volta. L’alternativa è restare dietro una scrivania a copiare agenzie e a occuparsi per una vita di cose di terza e quarta fila. E allora, forse, è meglio fare un’altra cosa».
Come si vede fra vent’anni?
«Ho cominciato a fare questo lavoro nel 1976. Nel 2027 avrò 70 anni. Se Dio mi aiuta, sarò su un’isola – spero già da un po’ - a spendere tutto il tempo che mi rimane per riconciliarmi con la natura e soprattutto il mare».
OLIMPIA Il re di Napoli di Mario Basile

Buenos Aires, 30 ottobre 1963. A Villa Fiorito, quartiere tra i più disagiati della capitale argentina, vive un bimbo di nome Diego. Ha tre anni e quel giorno ha toccato il cielo con un dito: ha ricevuto un pallone in dono per il suo compleanno. Non lo lascia un attimo. Terrà vicino quella magica sfera di cuoio malandato nel letto che divide coi fratelli per tutta la notte.
Oggi Dieguito lo ritroviamo ancora lì: disteso in un letto. E’ un uomo, ma soprattutto è Diego Armando Maradona: il più grande calciatore di sempre. Accanto non ha il suo pallone a tenergli compagnia. Non ne ha bisogno e forse neanche lo vuole più. Ha lasciato Villa Fiorito da anni. Anni scanditi da glorie e sconfitte oramai divenuti leggenda e che negli ultimi tempi sono stati perfino racchiusi in un film. Il letto su cui ora riposa è quello della clinica in cui combatte il suo nuovo nemico: l’alcool. Lasciatosi alle spalle la lunga parentesi con la cocaina, Diego non ce l’ha fatta a non ricadere in un vizio.
«Si crede un dio e questa convinzione potrebbe essere la causa di molti dei suoi problemi». Questo il lapidario commento di uno dei medici che lo segue. Forse il dottore non lo sa, ma non è solo Diego a credersi un dio. C’è una parte del mondo che lo venera al pari di un santo. Quale? La sua Napoli, ovviamente.
Nel centro storico della città partenopea esiste perfino un’edicola votiva con tanto di foto e capello originale conservato in una teca. C’è chi si ferma ad ammirare, chi scatta una fotografia e chi con un pizzico di commozione manda un bacio all’immagine di Diego. Del resto siamo a Napoli, dove il sacro e il profano si intrecciano e si fondono quotidianamente.
«Il Napoli non è una squadra. E’ uno stato d’animo», disse una volta Corrado Ferlaino, ex presidente del Napoli Calcio. Uno stato d’animo che Diego ha preso per mano per sette anni. «Quando ebbi l’idea di prendere Maradona» - racconta ancora Ferlaino - «mi accorsi subito che il suo carattere si sposava benissimo con quello dei napoletani e della città». Mai sensazione fu più azzeccata. Diego è genio e sregolatezza, croce e delizia, proprio come la città partenopea.
Le vittorie che conquista col Napoli lo incoronano re e quasi santo patrono della città. Emblematica la battuta del maestro Luciano De Crescenzo: «San Gennà, non ti crucciare… Tu lo sai ti voglio bene, ma ‘na finta ‘e Maradona squaglia ‘o sangue dinto ‘e vvene!».
Anche l’arte figurativa ha reso omaggio al grande campione. A San Gregorio Armeno, regno delle statuette del presepio, ancora oggi sulle bancarelle non mancano quelle raffiguranti il numero dieci argentino. E nei due quartieri più popolari della città, il Rione Sanità e i Quartieri Spagnoli, campeggiano due enormi murales che ritraggono Diego in azione. Il tempo li ha sbiaditi.
Non è sbiadito invece l’amore dei napoletani per l’asso argentino. Nella clinica che oggi ospita Maradona sono arrivati tanti messaggi di auguri e incoraggiamento dalla città partenopea. “Diego, non mollare: Napoli è con te”, dice uno. “Pibe, Napoli ti ama: combatti”, dice un altro. I napoletani gli promisero di non lasciarlo mai solo quando mise piede la prima volta al San Paolo, nel lontano 1984. Ancor oggi mantengono l’impegno. E mai smetteranno di farlo.
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