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Telegiornaliste anno III N. 35 (113) del 1 ottobre 2007


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MONITOR Marica Morelli: faccio la spalla ma volerò alto di Giuseppe Bosso

Grazie alla sua grande amica Susanna Schimperna, riusciamo a intervistare Marica Morelli, che ci incontra molto volentieri.
Dopo i due anni passati accanto a Maurizio Costanzo, Marica è ora nella redazione di Verissimo dove, tra le altre cose, cura una rubrica di approfondimento delle storie trattate da Maria De Filippi a C'è posta per te.
Nel 2002 Marica Morelli è stata la prima conduttrice di Omnibus, su La7, trasmissione che segnò il suo esordio nel mondo della televisione.
Sei la spalla di Silvia Toffanin, fidanzata di Piersilvio, il padrone. Una posizione delicata e forse anche limitante per te?
«Anche se può apparire limitante, credo che l'avventura quest'anno a Verissimo sarà per me molto importante.
Non solo perché lavorerò con colleghi molto validi, soprattutto perché avrò la possibilità di imparare cose nuove e perfezionare la mia professionalità.
Fino ad ora le mie esperienze lavorative mi hanno portata a cimentarmi più nel ruolo di conduttrice. E resta quello il mio sogno, ma credo sia giusto arrivarci dopo una completa e costruttiva gavetta. E alla mia, probabilmente mancava ancora qualcosa... Se poi per riuscirci dovrò fare la spalla a Silvia Toffanin... Lo accetto volentieri!».
Pro e contro di lavorare accanto a Maurizio Costanzo.
«Maurizio è una persona eccezionale, con lui ho imparato molte cose, e non poteva essere altrimenti: ha un grande senso del lavoro e del sacrificio e un grande rispetto per gli altri. Per contro, però, c’è il fatto che standogli accanto ti ritrovi a fare da contorno: è lui che conduce ed è su di lui che la scena si incentra. Sono stati tre anni belli e importanti per me, ma ora mi è sembrato giusto cambiare, fare altre cose».
Costanzo negli ultimi anni è spesso criticato per il suo modo di fare televisione e per i temi trattati nelle sue trasmissioni.
«Ognuno utilizza gli spazi che gli sono concessi come meglio crede. Non dimenticare che Canale5 è pur sempre una tv commerciale, ed è inevitabile che anche per Maurizio valgano le sue regole, che sono quelle di fare tutto il possibile per accontentare lo spettatore. Al di là di questo, da Maurizio si può parlare tanto con il protagonista del Grande Fratello quanto con l’esponente politico di spicco, e questo il pubblico lo ha sempre apprezzato».
Cosa ti ha suscitato lasciare Omnibus?
«E’ stato un dispiacere, certo, e non potrebbe essere altrimenti perché era stata la mia prima esperienza televisiva: ho seguito tutte le prime edizioni della trasmissione, fino al 2005. Devo tantissimo a La7 che mi ha dato una grande possibilità, quella di farmi le ossa in una emittente nazionale che però, ancora molto giovane, non ha continuamente i “fucili puntati” come Rai e Mediaset.
Fu una scelta dolorosa ma necessaria: non ce la facevo più a seguire quei ritmi: dovermi alzare alle 4 del mattino per essere in onda undici mesi l’anno. Era diventato davvero troppo faticoso e stressante, e avevo anche voglia di fare altre cose, come ti ho detto riguardo il mio passaggio da Tutte le mattine a Verissimo. Per questo, dopo un periodo di riposo di cui avevo bisogno, ho accettato al volo la proposta di Canale5».
Quando l'ho intervistata, Paola Cambiaghi, che ti sostituì due anni fa, disse che la bellezza non deve andare a discapito della credibilità professionale. Molte colleghe che lavorano in tv tendono ad imbruttirsi per essere più credibili professionalmente. La pensi così?
«Non conosco Paola personalmente ma direi che in questi anni ha fatto un buon lavoro a Omnibus. Quanto a quel che dice, sì, non vedo la necessità per cui una donna capace professionalmente debba rinunciare ad essere anche piacente. Certo, se parliamo di ballerine, di showgirl, l’aspetto fisico assume un’importanza maggiore, che forse nel giornalismo è minore. Ma ripeto, perché mai una donna dovrebbe rinunciare a essere al tempo stesso bella e brava?».
Dopo la laurea hai frequentato un corso di inglese alla Boston university. Conosci perfettamente anche il francese. Non ti interessano esperienze di lavoro all’estero?
«È stata una parentesi importante per me, e mi ha permesso di confrontarmi con un ambiente diverso da quello italiano. Al momento, però, non penso di allontanarmi dalla nostra televisione, sono ancora in crescita e ho molta strada da fare. Se dovessi affermarmi, perché no?».
C’è qualcosa di cui ti sei pentita, guardandoti indietro, che non rifaresti?
«No. Ogni esperienza è stata importante. Sono contenta di quello che ho fatto e ogni cosa mi ha sempre arricchita. Ho imparato a non pensare troppo al domani, ma a cogliere ogni giorno tutto quello che posso trovare sulla mia strada».
L’esperienza più buffa o particolare che ti ha coinvolto a Tutte le mattine?
«Forse un paio. Ricordo quando mi sdraiai su un tavolo per fare da cavia per un nutrizionista; e poi un paio di volte mi cimentai in veste di attrice in sostituzione di Serena Bonanno, che, come ricorderete, aveva degli spazi nel corso del programma. Cosa decisamente insolita per una giornalista, vero?».
Veniamo all'attualità: non si fa che parlare del V-Day...
«In una democrazia è giusto che se c’è malcontento venga esternato. Beppe Grillo in questo si è fatto portavoce di un qualcosa che, forse, sarebbe dovuto partire proprio dall’alto. La protesta c’è stata, vediamo ora come verrà recepita».
Conservi ancora le tue radici meridionali?
«Continuo ad andarne molto molto fiera e sono convinta che sarà sempre così. Anzi: meno torno in Puglia e più mi manca. Non solo per la buona cucina! Soprattutto per la solarità della gente, la spensieratezza con la quale si vive e la calma con la quale si affrontano le cose. Ci sono ritmi e stili diversi che non apprezzi fino a quando non conosci e vivi sulla tua pelle lo stress della grande città.
E poi Bari ha il mare... Ogni volta che torno a casa dedico un'ora a passeggiare in riva al mare! E' così rilassante e rigenerante che non c'è riposo migliore... Provare per credere!».
E’ vero che quest’estate hai avuto a che fare con l’uragano Dean?
(Scoppia a ridere, ndr) «Sì: mi trovavo ai Caraibi con il mio fidanzato, in un’isola da sogno, quando, rientrando in albergo, un gruppo di turisti ci chiese cosa sapevamo di Dean. Io e lui non capivamo, ci eravamo rifugiati in quel paradiso proprio per staccare la spina lontano da tutti e non avevamo intenzione di guardare la tv. Fortunatamente non abbiamo avuto incontri ravvicinati, in quanto si è sviluppato a 300 miglia di distanza da dove ci trovavamo, però non ti nascondo che in alcuni momenti ho avuto veri e propri attacchi isterici, proprio perché ci trovavamo senza via di fuga in un’isola lontana dal resto del mondo, i voli erano sospesi… Momento di paura, ma che ora racconto col sorriso».
C’è mai stato qualcuno che ha provato ad imbavagliare Marica Morelli?
«No, se intendi come libertà di espressione, anzi. Per mia fortuna sono sempre stata molto libera e ho trovato sempre persone che mi hanno spronato a intervenire, a fare domande, senza paura. Se intendi imbavagliarmi davvero, per ora a nessuno è venuto in mente di farlo…».

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MONITOR Rossella Altamura di Giuseppe Bosso

Incontriamo questa settimana Rossella Altamura. Conduttrice del tg di Canale8, nipote d'arte, è conosciuta anche dal pubblico di 7gold per i collegamenti dallo stadio San Paolo di Napoli in occasione delle gare casalinghe degli azzurri partenopei durante la trasmissione Diretta stadio.
Sei nipote di un giornalista campano: si può dire che tu avessi il mestiere nel sangue?
«Mio nonno è stato un ottimo esempio e ha inculcato in me e nelle mie sorelle l’amore per la scrittura. Ho iniziato sulla carta stampata e ho avuto la fortuna di trovare grandi maestri davanti a me, ma la gavetta vera e propria l’ho fatto nella tv locale».
Come sei arrivata a Canale8?
«Ho iniziato alla redazione avellinese de Il Mattino, avendo accanto un grande professionista come Franco Gensale, il primo dei miei maestri. Poi sono passata a Prima tv e in seguito a Tele nostra, due emittenti irpine in cui ho seguito soprattutto la cronaca nera. Lì mi è stata di aiuto la vicinanza e l’esperienza di Ottavio Giordano e dell’allora direttore Norberto Vitale, una persona in gamba ma molto esigente che non dà fiducia se non è sicuro di poter mandare in video una persona. È una cosa che oggi, noto con dispiacere, si è alquanto perduta, lasciando molto spazio all’improvvisazione. Arrivando a Canale8 mi sono trovata alle prese con svariati argomenti, ma a mano a mano mi sono specializzata nella cronaca sportiva. Grazie all'intervista all’attuale dg del Napoli calcio, Pierpaolo Marino, che piacque molto all’editore. In ogni caso, comunque, il calcio è da sempre una passione: seguo il Napoli, ma soprattutto la squadra della mia città, l’Avellino».
Azzurri e biancoverdi richiamano alla mente la tragedia di quattro anni fa in cui morì Sergio Ercolano. Gli strascichi di quella vicenda sono ancora avvertiti dalle tue parti?
«È una parentesi che ci ha segnato, e ancora oggi, come vediamo, le cose non sono cambiate. Gli episodi di violenza negli stadi colpiscono prima di tutto i tifosi veri: il calcio dovrebbe tornare ad essere la casa delle famiglie, un rifugio in cui dimenticare per 90 minuti problemi e pensieri, e non il modo sbagliato di sfogare i propri istinti repressi. Dal punto di vista delle sanzioni, dei controlli, forse c’è stato qualche cambiamento, ma prima ancora deve cambiare la mentalità e il costume dei tifosi».
Avere un direttore donna, Serena Albano, cosa rappresenta per te e le altre tue colleghe, tra le quali le gemelle Notarbartolo?
«Credo molto nella professionalità e nella competenza delle persone, e Serena ne ha da vendere! Oggi non sempre chi ha la sua esperienza si mette volentieri a disposizione delle nuove leve con attenzione, in questo io e i miei colleghi siamo molto fortunati. Peccato solo che non sempre riesce a starci vicino».
Ti riferisci sicuramente al fatto che Serena, come ci ha raccontato, fa la spola tra Roma e Napoli per seguire Europa 7, avventura che la coinvolge a tempo pieno, malgrado le note vicissitudini di cui abbiamo parlato con lei: tu cosa ne pensi?
«Che è una grande vergogna tutta italiana; tanto si è scritto, tanto si è detto, ma niente si è fatto per poter consentire ad una rete che potrebbe creare tante nuove opportunità di partire regolarmente. Come avrebbe dovuto fare rispettando i parametri di legge. Auspico si possa trovare una soluzione, anche se questa potrebbe scontentare i colleghi di Rete4».
Vieni dall’Irpinia che fa parte, per così dire, di quella provincia dimenticata di cui non si parla molto, se non quando avvengono gravi delitti di cronaca o episodi eclatanti…
«Non condivido questa affermazione: non avverto questo “napolicentrismo”, anzi. Piuttosto direi che siamo noi irpini ad aver dato molto, non solo a Napoli: abbiamo avuto grandi personalità nella politica, nella storia, nella cultura, nella musica… Insomma, abbiamo fatto anche noi la nostra parte per nobilitare la regione e il sud!».
Quali sono i telegiornali e i colleghi nazionali che segui?
«Travaglio, Travaglio e ancora Travaglio, tra gli uomini! Ammiro anche qualche collega sportiva di Mediaset, come la Blini e la Vanali, per la loro competenza e il loro garbo».
Cosa pensi, da giornalista e spettatrice, del V-day?
«Credo che la gente debba avere coscienza di ciò che accade nel nostro Paese. È una buona cosa, certo, che Beppe Grillo si faccia portavoce di questo malcontento, ma ovviamente non è soltanto con le liste civiche o le manifestazioni di piazza che si possono risolvere i problemi della nostra società. Devono essere anzitutto le istituzioni, i vertici, a capire il disagio dei cittadini e porvi rimedio».
Quali sono, secondo te, i pro e i contro del giornalismo a livello locale, sia per quanto riguarda la libertà di informazione che per le prospettive di crescita professionale?
«Le tv locali sono una grande palestra. Anzi, ti dirò di più: credo proprio che sarà questo il futuro su cui puntare, proprio per il fatto che questi canali hanno più presenza, più seguito sul territorio di cui si occupano. Quanto alla libertà di informazione, beh, è inutile negarlo, è uno degli aspetti più brutti di un mestiere bellissimo come il nostro: tante volte ci tocca scendere a compromessi, sottostare a certi condizionamenti».
Ti hanno mai messo il bavaglio?
«Non sono proprio una tipa che si fa imbavagliare, anche se sono capitate situazioni poco piacevoli. Ad esempio, anni fa seguivo una inchiesta legata all’installazione di pale eoliche in Alta Irpinia. Continuavo a scrivere del disagio della gente ma il giornale non mi pubblicava i pezzi. Giorni dopo scoprii che quell’azienda aveva firmato un contratto pubblicitario con il giornale».
Molti sondaggi hanno evidenziato come le telegiornaliste siano molto ambite dagli uomini: come mai, secondo te?
«Dici davvero?!(ride,ndr). Non credo molto in questi sondaggi, ma è facile fantasticare su chi non si conosce. Siamo persone normali, con le loro nevrosi e i piccoli problemi quotidiani, ma con la fortuna di fare il lavoro più bello del mondo».

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CRONACA IN ROSA La mattanza delle donne di Antonella Lombardi

Si sono fidate dei loro amici. Hanno aperto la porta ai loro ex. Sono state violentate, sfregiate o uccise dai propri fidanzati. Per un rifiuto, per disprezzo, o per ripicca. Non c’è alcun desiderio nei loro gesti, ma vigliaccheria e un silenzio complice, rotto, quando è possibile, dalle denunce della vittima. E’ la mattanza delle donne che in quest’estate rosso sangue ha colpito più volte in modi diversi.
Dall'omicidio di Maria Antonietta Multari, uccisa dal suo ex a Sanremo, a quello di Garlasco, dove la vittima è Chiara Poggi, fino al massacro dei coniugi Pellicciardi a Treviso avvenuto nella propria villa e dove la moglie è stata barbaramente torturata ai genitali, al macabro ritrovamento dei cadaveri di due donne nei boschi della provincia di Lecco, alla violenza di gruppo in provincia di Taranto, nei confronti di una 30enne ‘colpevole’ di aver interrotto una relazione. Un affronto che l’ex non accetta e che decide di vendicare sequestrandola e violentandola insieme ai suoi tre fratelli e a un amico.
Accade nel 2007, dove la recrudescenza della cronaca fa registrare, secondo la sociologa Maria Rita Parsi, "una sagra di morte che riguarda soprattutto le donne”. Per la scrittrice e psicoterapeuta "Dall'omicidio di Sanremo fino a Garlasco o a Lecco il femminile è in prima persona e le donne sono punite quotidianamente. Mi sembra che la società sia attraversata da una profonda ondata di violenza legata al mondo maschile, sempre più incapace di governarsi e governare. Anche la natura è violata in tutti i suoi simboli femminili, dalla flora all'acqua, incendi e contaminazioni sfruttano e violentano il femminile”.
A confermarlo i dati Istat che, in un rapporto del 2004 sulla ‘sicurezza dei cittadini’ con i dati sulle molestie sessuali, mostra come gli autori delle violenze siano soprattutto persone conosciute se non addirittura intime: 23 donne su 100 si sono fidate dei loro amici e più di 6 sono state violentate da fidanzati o ex. Nel corso della propria vita, solo il 18,3% delle vittime è stato violentato da un estraneo e il 14,2% da un conoscente di vista. Inoltre, più di mezzo milione di donne ha subito, dai 14 ai 59 anni, almeno una violenza tentata o consumata.
Un’emergenza sociale che secondo Maria Rita Parsi si è avuta in maniera analoga in altri Paesi "ogni volta che le donne hanno tentato l’emancipazione e si sono dovute scontrare con un'invidia formidabile degli uomini, che vivono questa cosa come una sorta di abbandono da punire. E tutte le volte reazioni e fatti violentissimi hanno preceduto questi cambiamenti".
Le soluzioni possibili, secondo Parsi, "Favorire l'integrazione, sensibilizzare gli uomini e fare mobilitare le donne per qualcosa che le riguarda strettamente". Ma la sensazione che tutto ciò non sia sufficiente, resta. Il ministro delle Pari opportunità Barbara Pollastrini ha chiesto di inserire, nella Finanziaria, "un piano di azione per la sicurezza delle donne contro la violenza. La legge contro le molestie è in commissione Giustizia alla Camera. Ho chiesto che ci sia una corsia privilegiata per l'approvazione della legge, che in sè contiene prevenzione, certezza della pena e tutela della vittima".
Sconsolante il confronto con gli altri paesi, se si considerano le cifre fornite dal Ministro nel corso di una conferenza stampa sulle Pari Opportunità: "La Spagna ha stanziato 245 milioni di euro per una campagna e un piano di azione contro le molestie, la Francia 50 milioni di euro, l'Italia ha avuto 3 milioni di euro".
La mattanza delle donne, intanto, aspetta una risposta. E una fine.

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FORMAT Il pagellone di settembre di Giuseppe Bosso

Bentrovati al primo appuntamento con il pagellone di Format: promossi e bocciati di 30 giorni sul piccolo schermo. Settembre è l’alba della nuova stagione, tra il rodaggio di alcuni e l’attesa di altri. Vanno segnalate alcune prime visioni, qualche ricorrenza che è stata - o non è stata - celebrata in maniera adeguata e, soprattutto, un personaggio che, pur esiliato ormai da anni dal grande giro del tubo catodico, grazie alla rete è sempre da prima pagina: esaltato dalle piazze e inviso nei palazzi.
Un riconoscente 10 al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per la sua partecipazione, in collegamento da Roma, alla puntata in Libano di W l'Italia diretta di Riccardo Iacona, segnale positivo per una missione delicata in un Paese ancora più incandescente dopo l'omicidio del deputato Antoine Ghanem.
Un eccellente 9 a Beppe Grillo, protagonista indiscusso delle critiche dalle tv dopo l’8 settembre. Non raggiunge il massimo per la questione delle liste civiche che ha un po' offuscato e ridimensionato il clamore dei giorni del V-day.
Uno "storico" 8 a Il Generale Dalla Chiesa, primo successo dell’annata 2007-08 targato Canale5. A 25 anni dal brutale omicidio che scosse l’Italia, Mediaset rende omaggio a un personaggio che ha fatto grande la nostra storia, con una fiction magistralmente interpretata da Giancarlo Giannini. Un plauso anche agli altri interpreti, da Stefania Sandrelli a Francesca Cavallin.
Una conferma: il 7 al settimo capitolo di Distretto di polizia. Un capo nuovo (da Tirabassi - Ardenzi a Dapporto - Fontana) per una sostanza rodata: le vicende che ruotano intorno al X Tuscolano, ogni anno sempre più cruente e ispirate alla realtà, come testimonia la prima puntata inequivocabilmente riferita alla tragedia del piccolo Tommaso Onofri. L’inizio promette bene, ma non sarà facile mantenere gli standard di ascolti delle passate edizioni, vedremo tra qualche mese.
Un 6 di incoraggiamento a Fabio Fulco e Giampaolo Morelli: due attori napoletani, due scelte rischiose della Rai, che punta su di loro rispettivamente per i sequel di Gente di mare e Il Capitano, grandi successi degli anni passati grazie a Lorenzo Crespi e Alessandro Preziosi. I quali avevano dato disponibilità solo per le primissime puntate del secondo capitolo. Riusciranno i due partenopei a non far rimpiangere i loro predecessori?
5, o più appropriatamente V, ai media che in occasione del V-Day poco o nulla hanno trattato della manifestazione l’8 settembre, salvo "rimediare" nei giorni successivi a suon di critiche e di illazioni sul conto di Grillo.
Un 4 (da dividere in due) a Mike Bongiorno e Loretta Goggi, scelti dopo un lungo - e pesante - tormentone per salire al timone di Miss Italia 2007. La sfuriata di lei alla prima serata, le lacrime di lui in conferenza stampa il giorno dopo sono stati il degno contorno di un teatrino in cui le bellissime in gara hanno finito per passare in secondo piano.
Anzi, al lato B.
Uno scandalizzato 1 ai media che da Cogne hanno spostato la loro attenzione su Garlasco. Cambiano gli scenari, cambiano i protagonisti, la storia è la stessa. E mentre la soluzione del giallo è sempre più o meno vicina, è lontano invece il momento in cui i riflettori e le telecamere si spegneranno intorno al paesino del Pavese, entrato nel tutt’altro che ambito club delle località di provincia insanguinate. Che si sono viste martellare da curiosi e reporter, e dalla solita ridda di opinionisti, esperti e commentatori in studio.
Un umiliante 0 ai media che hanno dedicato fiumi d’inchiostro e servizi continui in occasione del decennale della scomparsa di Lady Diana, e poco e niente a quella di Madre Teresa di Calcutta.

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CULT La Pop Art rivive a Roma di Valeria Scotti

A poco più di cinquant'anni dalla nascita, la Pop Art sfoggia le migliori creazioni della sua esistenza.
Le Scuderie del Quirinale di Roma inaugurano la stagione autunnale con Pop Art! 1956-1968. L’evento, in programma dal 26 ottobre 2007 al 27 gennaio 2008, mette in fila dipinti, sculture, collage, opere di artisti che illustrarono, in maniera innovativa, una società dedita ai consumi e alle comunicazioni di massa.
Arman, Festa, Lichtenstein, Pistoletto, Rauschenberg, Rosenquist, Rotella, Ruscha, Schifano, Tilson, Warhol, Wesselmann e altri ancora. Geni divisi, a un certo punto della loro carriera, tra oblio e seguitissime aste contemporanee.
La Pop Art fu da subito un’arte capace di avvicinarsi senza vergogna alla cultura popolare del fumetto e del messaggio pubblicitario. Il fatuo, il quotidiano, insieme al desiderio di celebrità, come oggetti di contemplazione. Popular Art, appunto, rintracciabile sin dal collage d’esordio Just What Is It that Makes Today's Homes So Different, So Appealing? di Richard Hamilton.
Una fabbrica di icone con i ritratti riprodotti all’infinito degli artisti legati alla musica, al cinema, al mondo politico. Su tutti, i colori accesi di Marilyn Monroe nella tela di Andy Warhol. E poi il sogno americano idealizzato nelle curve delle pin up, e la visione smaterializzata dell’oggetto schiavo di un logo.
Un percorso - quello della mostra romana – svincolato da qualunque elemento cronologico. Se si vuole ricercare una logica, questa è puramente tematica. Una retrospettiva - sei sezioni con oltre cento opere - nata grazie al curatore, Walter Guadagnino, e alle istituzioni che hanno concesso in prestito alcune opere. Tra questi, il Metropolitan Museum, il Guggenheim Museum e il Whitney Museum di New York.

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DONNE La scrittrice dannata di Pierpaolo Di Paolo

Questa settimana ricordiamo Sarah Kane, l'autrice teatrale di incredibile intensità distrutta da una devastante depressione maniacale.
Nata nell'Essex, Inghilterra, il 3 febbraio 1971, Sarah divenne popolare in ambiente universitario per la sua vivacità, per le doti creative e il talento come attrice.
Qualcosa presto la portò verso la scrittura, e forse - come lei stessa farà dire a un suo personaggio: «Scrivo la verità e la cosa mi uccide» - verso la morte.
L'opera con cui si impose all'attenzione mondiale fu Blasted: una storia caratterizzata da un crescendo allucinante e ossessivo di violenza tra umiliazioni, stupri e cannibalismo.
Nel 1995 l'opera fu rappresentata a Londra suscitando scandalo, polemiche e una critica giornalistica particolarmente feroce.
Jack Tinker sul Daily Mail scriverà: «Non c'è dubbio che qualcuno si domanderà se il denaro non sarebbe stato meglio speso in un ciclo di terapia di recupero». E ancora: «Più che un'opera teatrale questo è un disgustoso banchetto di sporcizia».
In difesa di Sarah si schierarono numerose personalità del mondo teatrale, da Edward Bond a Caryl Churchill, che cercarono di far capire che visceralità e crudezza dell'opera della Kane erano espressione di una profonda umanità, un'umanità tormentata ma carica di aspettative e di speranze, un'opera da cui traspariva un'abilità, una personalità, una sensibilità straordinaria.
La sua penultima opera fu Crave. Lo spettacolo fu presentato sotto lo pseudonimo di Marie Kelvedon, nel tentativo di affrancarlo dal marchio di opera di un'autrice gratuitamente oscena e disturbata e scrollarsi in questo modo di dosso l'attenzione pruriginosa e prevenuta dei media.
Attraverso il grande successo di Crave, la critica dovette rivedere il proprio giudizio sui precedenti lavori della Kane, riscoprendone la grande forza espressiva e la profondità dei personaggi.
Lacerata da una depressione devastante, Sarah Kane - giunta all'apice del suo oramai incontestato successo - si fece ricoverare in un ospedale psichiatrico dove scrisse l'ultima delle sue tragedie: 4.48 Psychosis. Un'opera in cui il protagonista, rinchiuso in un ospedale psichiatrico per depressione, confessa tutta la sua sete di vita e di amore, e al tempo stesso confida l'intenzione di suicidarsi. Nella speranza che qualcuno colga in tempo la sua richiesta d'aiuto.
Appena terminata la stesura, il 18 febbraio 1999 Sarah ingerisce 150 pillole antidepressive e 50 sonniferi. Trasferita d'urgenza al King's College Hospital verrà salvata, ma appena due giorni dopo, lasciata sola per un'ora, si ucciderà impiccandosi nel bagno.
Aveva appena compiuto 28 anni.

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TELEGIORNALISTI Emilio Fede, direttore a vita di Mario Basile

Per alcuni è un narcisista, per altri il principe degli adulatori. C’è chi lo ama, chi lo odia e chi ne controlla l’operato minuziosamente: spiando i fuori onda a caccia di gaffes e feroci rimproveri ai collaboratori. Così, per riderci un po’ su.
Emilio Fede è il direttore più longevo dei tiggì italiani: da quindici anni dirige il Tg4 . Primato che condivideva con Mentana, fino a che i vertici Mediaset non hanno dato il benservito a Chicco da direttore del Tg5, relegandolo all’approfondimento di Matrix. Roba di tre anni fa.
Quando fu fondato il Tg5 tutti si aspettavano la nomina a direttore di Fede. Chi meglio di lui? Giusto mix di esperienza e tanta voglia di riscatto. Nella scuderia televisiva berlusconiana, all’epoca Fininvest, Fede era già arruolato da tre anni. Direttore di Video News prima e di Studio Aperto poi. Berlusconi l’aveva accolto a braccia aperte dopo la fine dell’avventura in Rai. La lottizzazione, si sa, non guarda in faccia a nessuno. Lo scandalo dovuto a una condanna per gioco d’azzardo fece il resto.
Tutto fatto, allora. E invece, arriva il finale thrilling: a dirigere il Tg5 il giovane Enrico Mentana. Fede accetta senza problemi. Anzi, no. Deve intervenire Silvio in persona. Bastano poche parole. «Non preoccuparti, tu sei una star e io sono un uomo giusto». Al cuor non si comanda, Emilio capisce. Si consolerà col Tg4.
Battute a parte, della passione per il suo editore non ha mai fatto mistero. Al contrario, non perde occasione per tessere le lodi del Cavaliere. E lui, forse per ringraziarlo, in un'intervista a Repubblica disse: «Fede è un baluardo per la democrazia e per l'informazione». I suoi detrattori pensarono che un ruffiano così non l’avevano mai visto. I suoi fan che la paura di esser sincero non lo sfiorava neppure. Punti di vista.
Oggi, a settantasei anni suonati, di cui oltre cinquanta dedicati al giornalismo, Emilio Fede è ancora sulla cresta dell’onda. Dire che è un semplice anchorman sarebbe riduttivo.
Negli ultimi anni ha tirato fuori anche una forte vena narrativa: dal 1997 ad oggi ha pubblicato nove libri. Dentro c’è di tutto: esperienze professionali, il rapporto con lo showbiz, racconti e raccontini da, e del, magico mondo dello spettacolo. Insomma, la sua vita.

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SPORTIVA La carica delle donne arbitro di Mario Basile

«Le donne lo sanno, c’è poco da fare…» cantava Ligabue in una delle sue ultime hit. Il rocker emiliano si riferiva, chiaramente, a questioni amorose. Eppure le donne stanno dimostrando di saperci fare non solo in quello.
Ad esempio, sanno arbitrare. Se ne sta accorgendo il calcio maschile, campo in cui stanno prendendo col passare del tempo sempre più spazio, anche a discapito dei colleghi uomini.
Il mese scorso la nostra Cristina Cini, già da tempo tra i migliori guardalinee del nostro campionato, ha debuttato in Champions League, facendo da assistente in Bate Borisov - Steaua Bucarest. Il fatto che sia stata la prima italiana presente nel quartetto arbitrale in una competizione maschile europea è l’ennesimo record che va ad aggiungersi agli altri già stabiliti.
Intanto, la sua collega ghanese Mercy Tagoe Quarcoe si è guadagnata il titolo di miglior arbitro della stagione nel suo Paese.
Bibiana Steinhaus, invece, è andata oltre. Lei, ex calciatrice di 28 anni, ha esordito la settimana scorsa da direttore di gara nella partita della serie B tedesca Paderborn – Hoffenheim. Occhi azzurri penetranti e capelli biondi a caschetto, la Steinhaus ha diretto col piglio giusto la gara.
«Se vengono molte persone allo stadio è meglio: se gridano non si capisce cosa dicono», aveva detto in un’intervista. Al suo esordio erano in settemila circa, ma le loro grida, seppur comprensibili, non l’hanno minimamente condizionata. Basta pensare che i tre ammoniti della gara erano tutti della squadra di casa, che è anche uscita sconfitta.
Gli ammiratori di Bibiana Steinhaus giurano che potrebbe fare tranquillamente la modella. Il fisico non le manca, è alta 1.80, ma lei da sei anni fa la poliziotta. Del suo mestiere dice: «Gli arbitri e i poliziotti hanno un ruolo simile: entrambi fanno rispettare le regole». I rischi, però, sono ben diversi.
Per far rispettare le regole bisogna innanzitutto conoscerle. Invece, gli arbitri brasiliani riescono nell’impresa pur non conoscendo a menadito il regolamento da applicare. La dolorosa “scoperta” è stata fatta in seguito agli scarsi risultati ottenuti ad un test specifico dai direttori di gara verdeoro.
Tra quelli che conoscono le regole, però, c’è la 29enne Ana Paula de Oliveira.
Una bella sorpresa che diventa grottesca, se si pensa che la de Oliveira è stata fermata dalla federazione per via di un servizio senza veli apparso su Playboy. Per ora di reintegrarla non se ne parla. Per la serie: “Meglio un arbitro incompetente che uno bravo e sex symbol”.

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