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Non un libro sui massimi sistemi, ma un film dell'orrore come quelli che guardavi in tv la sera tardi. Fanucci Editore, che oggi pubblica in esclusiva le opere di Joe R. Lansdale, ha dato alle stampe La morte ci sfida (224 Pagine, Euro 9.90). Una sorta di vecchia pellicola tra il western e l'horror in bianco e nero in cui spicca soltanto il rosso vivo del sangue. Una diligenza fantasma, i cui passeggeri sono svaniti nel nulla; Jebidiah Mercer, un reverendo armato di una calibro .36, dedito al whisky e persecutore dei peccatori; una creatura dalla forma mutevole che vaga di notte ululando per le vie di una polverosa cittadina del Texas. A Mud Creek, quando il sole tramonta, i morti si aggirano in cerca di carne umana della quale nutrirsi. Riuscirà il reverendo Mercer, l'unico in grado di spezzare la maledizione lanciata da un guaritore indiano impiccato ingiustamente dai cittadini, a rinnovare la propria fede per sconfiggere il male o il destino della popolazione è irrimediabilmente segnato?
 Beha porta in radiologia le “ lastre" della realtà. Quella vera e quella mistificata dai media. La radiografia è impietosa, e coglie i passaggi tra politica e antipolitica, conflitti di interessi e svuotamento della giustizia, informazione - spettacolo e brutto spettacolo dell’informazione. Una delle più interessanti sorprese della Fiera del libro di Torino 2008 è stata la presentazione in anteprima del nuovo libro firmato da Oliviero Beha per i tipi di Avagliano: si chiama Il paziente italiano, e ha un sottotitolo inequivocabile. Da Berlusconi al berlusconismo passando per noi (pp. 330, € 19,00). Un' arringa appassionata sull’ultimo biennio di storia italiana, che Beha segue come in un diario in tutte le sue meschine puntate: l’esordio in sordina del governo Prodi, la grande recita dello scandalo Calciopoli, destinato a risolversi in un nulla di fatto, e poi, nonostante i proclami della nuova politica veltroniana, l’ inesorabile ritorno al potere di Berlusconi. Perché il paese si è berlusconizzato. Il paziente italiano è l’ allarmata diagnosi di un giornalista clandestino che racconta un paese allo sbando e non può fornire ricette né rimedi consolatori. Un’Italia che si dibatte inutilmente tra sussulti antipolitici e ritorni della solita politica, tra conflitti di interessi (ancora?!) e svuotamento della giustizia. Un paese gattopardesco in cui nulla cambia mai davvero e le nuove facce del potere assomigliano in maniera allarmante alle vecchie. O sono proprio le stesse, ma tirate a lucido da inquietanti lifting ideologici.
È morto Paolo Giuntella, il quirinalista del Tg1. Ai non avvezzi, farà sorridere la parola “quirinalista”. Per molti sarà giusto “quello lì dalla faccia simpatica che raccontava le vicende del Presidente della Repubblica”. Sì, proprio lui.
Se n’è andato, e in fondo dispiace, perché uno che vedi tutti i giorni, o quasi, diventa parte del tuo quotidiano, e inevitabilmente parte di te. Potere del video. E se è vero com’è vero che la nostra fede è solo in quello che si vede, come dice un famoso cantautore, è un fatto piuttosto normale. Strano, ma normale.
La morte ha un potere particolare: legittima quello che si è stati in vita, che tu sia un eroe, un buon padre di famiglia o il più vile degli assassini. A quel punto parlano solo le biografie, di gran lunga più interessanti di quelli ancora in vita, e non c’è più niente da fare. Scorrendo quella di Paolo Giuntella capisci così che non è stato solo un impeccabile giornalista, ma un uomo che si è dedicato costantemente al prossimo. A vent’anni era uno degli “Angeli del Fango”, quei volontari che scavarono per soccorrere Firenze ai tempi dell’alluvione del ’66; dieci anni fa, quando era inviato in Kosovo, salvò la vita a un disabile rimasto in una casa incendiata e non soccorso dai vicini per motivi etnici. L’idiozia della guerra non ha limiti.
Sfiancato da una lunga malattia, Giuntella ci ha lasciati all’età di 61 anni. Ha continuato a fare il suo lavoro fino all’ultimo. Pochi giorni fa era in video, visibilmente provato, ma era lì. Come i più grandi, osserva qualcuno. Sì, come i più grandi. Per loro il giornalismo è vita, fino all’ultimo. Addio Paolo. Riposa in pace.
Mario Basile
Analizzare lo stato delle pari opportunità in Italia, in Europa e nel Mondo e avanzare proposte concrete per sostenerle politicamente in futuro. Da queste premesse partirà il convegno Azioni locali per l'uguaglianza (organizzato dal Consiglio dei comuni e delle regioni d'Europa (Ccre) e dalle sue 36 sezioni nazionali) che si è aperto oggi a Pisa e al quale parteciperà, tra le altre, la Sottosegretaria alle Pari opportunità Donatella Linguiti.
«Un momento - ha fatto sapere in una nota la Sottosegretaria - per avviare un confronto proficuo sulle pari opportunità tra i soggetti politici che operano nei vari livelli di governo: da quelli locali a quelli nazionali e internazionali per promuovere un approccio integrato al fine di favorire una compiuta democrazia paritaria».
Il convegno costituirà anche l'occasione per fare il punto sull'attuazione della "Carta europea per l'uguaglianza e la parità delle donne e degli uomini nella vita locale e regionale". Un documento del Consiglio dei Comuni e delle regioni d'Europa che invita gli enti territoriali ad utilizzare i loro poteri e i loro partenariati a favore di una maggiore uguaglianza fra uomini e donne.
«Questo incontro - ha proseguito la sottosegretaria Linguiti - avrà anche l'obiettivo di sensibilizzare la politica nazionale affinché la questione delle pari opportunità, e soprattutto di una maggiore rappresentanza parlamentare delle donne, possa entrare nell'agenda politica e nella campagna elettorale. L'incontro con le amministratrici di altri Paesi dell'Europa e del Mondo - ha concluso Linguiti - ci ricorda che l'Italia è fanalino di coda nella classifica mondiale della rappresentanza femminile nei Parlamenti nazionali: si pensi che nel nostro Parlamento le donne sono poco più del 15% sul totale. Come sarà il prossimo Parlamento? Con questa legge elettorale la responsabilità è certamente nelle mani dei partiti».
Con la presentazione della Dichiarazione di Roma si è chiusa la prima conferenza della società civile somala. Per quattro giorni, quaranta delegati provenienti da diverse regioni somale e dalla diaspora, in rappresentanza dell’associazionismo, del mondo accademico e imprenditoriale somalo, si sono incontrati per condividere le loro preoccupazioni e confrontare le loro idee sul futuro del paese e sul ruolo che la società civile somala può e deve avere nella pacificazione e nella ricostruzione della Somalia.
Il documento finale della conferenza sottolinea come i quattro giorni di lavoro siano serviti a “identificare limiti e opportunità per una pace e un dialogo duraturi e l’importante ruolo che la società civile somala può avere”. La Dichiarazione di Roma prosegue elencando le richieste e le prese di posizione della conferenza per quel che riguarda sei diversi temi: la crisi umanitaria, il dialogo e la riconciliazione, i diritti umani, il ruolo della società civile, il suo rafforzamento e il rapporto che deve avere con la comunità internazione per essere sostenuta nella promozione del dialogo.
Nel presentare il documento finale della conferenza, Khadija O. Ali, membro del comitato organizzativo, ha sottolineato come nei lavori di questi giorni i delegati abbiano «deciso di mettere da parte le nostre differenze e di mettere insieme invece le idee, le posizioni e le cose che abbiamo in comune». Abdullahi Shirwa, coordinatore del forum della società civile a Mogadiscio, si è invece augurato che i contenuti della dichiarazione finale vengano realizzati. Per questo, come ha sottolineato Nino Sergi, segretario generale di Intersos, nel suo saluto conclusivo, i delegati hanno deciso di prevedere un comitato di follow-up che garantisca la continuità «per evitare che la conferenza di questi giorni sia un evento e null’altro, senza nessun seguito».
Alla giornata di oggi hanno preso parte, in rappresentanza delle istituzioni italiane ed europee, la viceministra degli esteri Patrizia Sentinelli, Armando Sanguini, direttore generale per l’Africa sub sahariana del Ministero degli Affari Esteri, Stefano Manservisi, direttore generale per la cooperazione della Commissione Europea, e Mario Raffaelli, inviato speciale per la Somalia del governo italiano. Unanime l’accordo riguardo l’importanza di una conferenza che si è posta come obiettivo, riuscito, quello di trovare una sintesi tra posizioni anche molto distanti, nell’intento di ribadire il ruolo fondamentale della società civile somala nella pacificazione del paese.
Per informazioni:
info@somaliaforum.org
www.intersos.org
«E' veramente troppo, quello che è accaduto a Napoli è di una gravità inaudita». Così si è espressa la Sottosegretaria ai Diritti e Pari Opportunità Donatella Linguiti, all'indomani dell'irruzione della polizia nel reparto dell'ospedale Federico II per interrogare una donna che aveva appena effettuato un aborto terapeutico.
«Il violento attacco all'autodeterminazione delle donne va bloccato ora e con fermezza va ribadita la libertà delle donne di scegliere sul proprio corpo. E' l'ennesimo esempio di protervia maschile, come se non bastasse tutto quello che già gli uomini scaricano sulle donne: il lavoro di cura, la precarietà economica ed esistenziale, le discriminazioni sul lavoro e le violenze fisiche e psicologiche che sono in costante aumento».
Conclude Linguiti: «Quando mai carabinieri e polizia si sono fiondati tra le mura domestiche, nei luoghi dove maggiormente avvengono le violenze? Quando mai sono stati così celeri nel fermare un vero reato perseguibile per legge? Tra l'altro, gli agenti sono entrati senza l'autorizzazione del magistrato, avuta solo in un secondo momento. Non se ne può davvero più, cari signori maschi smettetela di voler decidere su cose che non vi riguardano: le libertà conquistate dalle donne non sono merce di scambio, meno che mai in campagna elettorale».
«In questi giorni si parla tanto di quando inizia una vita e di rianimare feti nati prima della ventiduesima settimana. Al di là del merito, è grave che si rimettano in discussione in maniera strumentale diritti acquisiti per l'autodeterminazione della donna. Mi stupisce, invece, che non si dica nulla sulle tante persone che non hanno accesso, in vita, alle cure essenziali».
Così si è espressa la Sottosegretaria ai Diritti e Pari Opportunità, Donatella Linguiti, accogliendo la richiesta di numerose associazioni che hanno inviato una lettera a diversi ministeri per denunciare l'esclusione dall'assistenza sanitaria nazionale di alcuni cittadini che, seppur comunitari, non hanno accesso alla cure essenziali e alle prestazioni che riguardano la maternità e l'interruzione volontaria di gravidanza.
«Ritengo molto grave che le donne bulgare e rumene, che sono comunitarie ma non hanno alcuni requisiti che integrano il permesso di soggiorno come quelli dei cittadini extracomunitari, debbano essere discriminate e non possano ricevere le cure per la loro salute. È un fatto in evidente contrasto con la Costituzione e con le norme vigenti, ma soprattutto limita ancora una volta la libertà di scelta delle donne di scegliere sul loro corpo, e va urgentemente affrontato».
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